> Swartz > Snowden > sicurezza operativa per tutti
Strumenti di libertà e partecipazione per cambiare il mondo, un computer (e una persona) alla volta.
estratto dell’intervento di Lawrence Lessig alla Harvard Law School
Trascrizione e traduzione di Francesco Pandini
Nel 2012 Kevin Poulsen e Aaron Swartz idearono il prototipo di un progetto chiamato DeadDrop che sarebbe poi divenuto SecureDrop: una vera e propria piattaforma open source dedicata ai whistleblower di ogni parte del mondo intenzionati a svelare pubblicamente casi di corruzione. In tal modo chiunque può caricare online documenti scottanti o segreti, in maniera del tutto anonima e sicura, direttamente nella cassetta dell’organizzazione mediatica scelta tra le venti testate che finora ricorrono a tale sistema — tra cui ProPublica, New Yorker, Washington Post e Guardian.

Oggi gestito dalla Freedom of the Press Foundation, il progetto ha attirato attenzione ben oltre l’ambito giornalistico e va imponendosi come strumento cruciale nell’era post-Snowden, proprio per non dover temere le ritorsioni o l’ostracismo di istituzioni e apparati di polizia che hanno colpito l’ex contractor della Nsa. E come spiega quest’ultimo, è giunta l’ora di offrire simili strumenti sicuri e affidabili a livello individuale, all’interno di una strategia anti-sorveglianza che interessa ciascuno di noi, definita OpSec, ovvero “sicurezza operativa per tutti”.
Da DeadDrop a SecureDrop
Proprio per diffondere la meglio queste iniziative e far girare la voce ovunque, sta per partire anche la realizzazione di uno specifico docu-film, From DeadDrop to SecureDrop, con annessa raccolta-fondi in corso su Kickstarter (chi volesse contribuire deve sbrigarsi, perché la raccolta si chiude tra due giorni!). Nel raccontare al grande pubblico la storia e le potenzialità di un tale progetto, il film si propone di «informare e ispirare potenziali whistleblower a entrare in azione la prossima volta che s’imbattono in casi di corruzione che non intendono tollerare e/o di cui non vogliono far parte».
Lisa Rein is raising funds for From DeadDrop to SecureDrop on Kickstarter! This film tells the story of SecureDrop, an…www.kickstarter.com
Va sottolineato come questo sia solo uno dei tanti contributi offerti da Aaron nei suoi 26 anni di vita alla comunità di internet e alla società civile, questioni di cui è discusso fra l’altro nella hackathon annuale in suo ricordo tenutasi il mese scorso a San Francisco e il cui sito web offre un’ampia raccolta di informazioni e rilanci utilissimi in tal senso. E come segnalato pochi giorni fa, l’onda lunga del suo attivismo rimane centrale anche sul fronte dell’open access, viste le continue manovre dei colossi editoriali Usa per tenere sotto chiave la conoscenza accademica.
Una vita per la cultura libera
Insieme alla trasparenza (delle istituzioni, del software, dell’informazione) che viene da tempo rivendicata da progetti quale WikiLeaks e alle produzioni artistiche che ci incitano ad avere il «coraggio di dire la verità», come nel caso della scultura itinerante di Davide Dormino si tratta cioè di mettere a punto un arsenale di strumenti teorico-pratici indispensabili nelle società industrializzate del XXI secolo. Non solo per operare in quanto veri e propri «custodi della conoscenza condivisa» ma anche come cittadini sempre più attenti e motivati. Alimentando le energie necessarie, qui e ora, per continuare a costruire tutti insieme un modello di partecipazione capace di sfruttare al meglio la creatività e le capacità delle future generazioni di nativi digitali di ogni parte del pianeta.
E visto che le proposte operative di Aaron continuano a far capolino in vari ambiti odierni, a riprova della massima attualità del suo impegno a tutto tondo, torna utile riproporre qui di seguito alcuni stralci di un’intervento del Prof. Lawrence Lessig, incluso nell’e-book italiano pubblicato nel gennaio 2014, a un anno dalla sua scomparsa, e aggiornato più volte (liberamente scaricabile in vari formati).
Riflessioni, spunti e materiali da usare e manipolare come meglio si crede per migliorare e/o incrementare la nostra attiva partecipazione alle faccende digitali e alla res publica nel suo insieme.

Hacking. Sebbene dirlo non sia popolare, anzi inappropriato, e particolarmente in un‘istituto di giurisprudenza, dobbiamo celebrare quest‘attività. Va fatto poiché come gli avvocati, forse meglio degli avvocati, hacking significa usare la conoscenza tecnica per far crescere il bene comune. Usare conoscenze tecniche per migliorare i beni comuni. C‘è il cracking, ci sono le violazioni dei diritti individuali o fare qualcosa che danneggia gli altri — cose che non andrebbero celebrate neppure quando commesse in nome della legge o tramite il codice informatico. L’hacking, però, cioé sfruttare la conoscenza tecnica per far crescere il bene comune, è qualcosa che gli avvocati dovrebbero celebrare tanto quanto gli hacker.
E dunque Aaron era un hacker. Ma non solo questo. Era un attivista pro Internet. Ma non solo un attivista a sostegno di Internet. Anzi, la parte più importante della vita di Aaron è quella che se n‘è andata davvero troppo in fretta — l‘ultimo tratto, quando aveva spostato l‘attenzione dall‘impegno per ampliare la libertà nell‘ambito del copyright allo sviluppo della libertà e della giustizia sociale in senso lato.
E ho condiviso con lui questo cambiamento. Nel giugno del 2007 anch‘io annunciai di essere prossimo ad abbandonare il mio impegno riguardo Internet e il diritto d‘autore per lavorare in quest‘area della corruzione. Non posso sapere quando questo passaggio abbia preso corpo nel suo caso, ma so bene quando ha avuto senso per me. Tutto risale al 2006. Aaron aveva partecipato alla 23esima edizione della conferenza C3 a Berlino, io mi trovavo con la famiglia all’American Academy e lui venne a trovarmi. Parlammo a lungo, e nel corso di quella conversazione mi chiese quali progressi prevedevo nell’ambito in cui stavo lavorando, la riforma del copyright, la riforma della regolamentazione di Internet, vista l’esistenza, come diceva lui, di tutta questa corruzione a livello politico. Cercai di sviarlo un attimo.
«Guarda, non è il mio campo». E lui replicò, «Capisco. Come accademico, intendi?». Risposi: «Sì, come accademico, non è il mio campo. Allora lui fece: «E come cittadino, è il tuo campo?».
Era questa la sua forza. Una forza straordinaria, non autorizzata. Come i migliori insegnanti, insegnava ponendo domande. Come per i leader più efficaci, le sue domande tracciavano un percorso, il suo percorso. Ti mettevano alle strette, se volevi essere come lui. Ti obbligavano a pensare a chi eri veramente, a cosa credevi sul serio e decidere: sei davvero la persona che pensi di essere? Così, quando la gente mi definisce il mentore di Aaron Swartz, guarda le cose al contrario. Era Aaron il mio mentore. Mi ha insegnato, sollecitato, guidato. È stato lui a farmi arrivare dove sono ora. […]
Dopo la morte di Aaron, un amico comune che lo conosceva da tanto quanto me, un film maker tedesco, mi ha mandato una mail in cui diceva: «Aaron è una vittima dello spirito tipicamente fascista diffusosi in America nel decennio scorso. Die Andersdenkenden saranno distrutti senza pietà. Come se la pietà fosse in qualche modo un segno di debolezza». Die Andersdenkenden si può tradurre come ―quelli che pensano in modo “differente”. Ora, uno spot della Apple sarebbe stata l‘ultima cosa al mondo con cui Aaron avrebbe voluto essere associato. Non perché odiasse i prodotti Apple — era assolutamente un Apple nerd — bensì perché sempre di più quell’azienda sembra non rappresentare nessuno dei valori che Aaron celebrava o per cui combatteva. Ma non potrebbe non riconoscere l’amara ironia nel fatto che viviamo in un’epoca in cui l’unico luogo in cui possiamo celebrare il think different, chi pensa in modo differente, è lo spot televisivo di un’azienda la cui immagine di Internet è me.com.
Perchè soltanto lì? Perché lasciamo che le cose restino così? Se questa è l‘America, dobbiamo proteggere quel diritto, il diritto di ciascuno di noi di pensare in modo diverso. Dobbiamo proteggerlo qui e ora, dobbiamo batterci per affermarlo, inchiodando alle loro responsabilità coloro che hanno distrutto l’anima di un ragazzo simile e chi ha difeso questo gesto definendolo “appropriato”.
Dimenticate think different. Piuttosto, Think Aaron. Pensiamo a quel che gli stato inflitto e pensiamo alle leggi che vanno implementate per riparare al malfatto.
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[Stralci dell’intervento di Lawrence Lessig alla Harvard Law School, 19/02/2013. Traduzione di Francesco Pandini].