

Zuckerberg-Samsung, la foto è agghiacciante ma i vostri commenti sono pure peggio
Altro che Grande Fratello. Mark è solo un ottimo imprenditore che ha capito come indirizzare il mercato. E voi non siete pronti
L’avrete vista tutti la foto di Mark Zuckerberg (questa) mentre cammina tra la folla di stralunati giornalisti immersi nei mondi paralleli dei Gear VR al Mobile World Congress di Barcellona. Era l’evento di presentazione di Samsung e dei Galaxy S7 durante l’appuntamento Unpacked 2016. E avrete anche letto la miriade di commenti tra il catastrofico e il tragico che preannunciano la fine dell’uomo senziente per colpa della droga digitale che ci propinerà il lentigginoso ragazzino americano, con l’armadio pieno di t-shirt grigie.
Ci credete davvero? Patetici. Sembrate un po’ quelli che si opponevano alla stampa a caratteri mobili di Gutenberg, oppure alla scomparsa delle tastiere sugli smartphone quando Jobs se ne uscì con il primo telefonino full touch (non il primo in assoluto ma una novità per la massa).
Ma non siete i soli: la storia mostra frequenti opposizioni alla tecnologia, soprattutto quando intacca convinzioni sociologiche ramificate. Eppure usate termini come “innovazione” e “disruptive”, forse solo perché fa cool.
Cosa pensate quando sentite il termine “tecnologia”? Probabilmente ad un oggetto nuovo, invenzioni in laboratorio, smartphone e tablet. Magari alla realtà virtuale. In quanto creazione scaturita dalle conoscenze dell’uomo, la tecnologia non è esterna al vissuto quotidiano, ne fa parte, è già tra noi in tutte le sue declinazioni possibili, solo che ancora non lo sappiamo. Si tratta di una componente intrinseca dello sviluppo della società, che cerca di renderci la vita più interessante (non che 900 anni fa non lo fosse) dal punto di vista della comunicazione, dell’interazione, della scoperta di contesti paralleli.
È arte (techne) con la ragione (logos), una discussione intorno alla creatività delle persone. Ma è anche irrazionalità, il voler scoprire livelli di crescita nuovi, conoscere dove possiamo spingerci, le persone che vogliamo essere, le interpretazioni che desideriamo dare al mondo che ci circonda.
Ma è vero: può anche essere un’isola su cui si può rimanere intrappolati. In parte lo sappiamo già: l’ingobbamento dell’uomo moderno, chino sulla luce riflessa del telefonino ne è un esempio. La foto diffusa da Zuckerberg, che è subito diventata un boomerang per lui e, in parte, per Samsung, non è né il manifesto di un nuovo leader pronto a friggerci il cervello, né la prima manifestazione dello sbarco dell’uomo sulle vie del virtuale. Lo vorrebbero i paranoici. Lo vorrebbero i detrattori. Lo vorrebbe chi grida allo scandalo e poi cerca un avatar con cui condividere sogni erotici su Second Life, aspettando di indossare un paio di Oculus per rendere tutto più vero.


C’è il rischio di cadere tutti nella trappola del VR come nuova frontiera dell’intrattenimento globale. Ma una differenza, determinante, distingue le profezie dei libri di Orwell, dei romanzi di Dick, dei film dei fratelli Wachowski: la consapevolezza. Certo, non è una qualità che appartiene a tutti, ma ho fede che rimarrà ancorata alla stragrande maggioranza delle persone anche nei prossimi 100 anni, più in là non riesco ad andare, è un problema di forma mentis.
Abbiamo già la consapevolezza che i dati sui nostri smartphone sono alla mercé delle grandi organizzazioni, che la NSA ci spia, che l’FBI vuole violare gli iPhone, che Facebook porta internet ai poveri per fare nuovi iscritti. Non è questione di buon senso ma di informazione. Il buon senso non evita di cliccare sui link maligni nelle mail, di fermare i genitori dal pubblicare le foto dei neonati sui social, di impedire che qualche studente faccia il bullo con un compagno e posti le prove su YouTube.
La conoscenza dei meccanismi che sottendono internet invece si. Consente di vivere su quella flebile linea tra organico e digitale dove splende ancora la luce della ragione che sa distinguere ciò che conviene dal rischioso, che ci fa capire quando è il momento di fermarsi, spegnere il computer e andare a bere una birra con gli amici o silenziare il cellulare (non di spegnerlo, per carità) per godersi una passeggiata con la persona amata.


Forse un domani avremo tutti un paio di visori attaccati agli occhi, per 8–9 ore al giorno. Chi può dire che sarà un male? Nessuno, 50 anni fa, avrebbe mai immaginato un mondo in cui gran parte delle professioni si svolgono con lo sguardo attaccato ad un computer, per 8–9 ore al giorno. Lo sviluppo dell’esistenza sociale prosegue grazie alle decisioni di pochi individui (aziende), lo è oggi, lo era ai tempi del primo Mac, di Windows 95, del lancio di Amazon.
Il punto non è allora se sia giusto o meno che Zuckerberg cammini tra la folla felice e sorridente, pensando già al grattacielo di soldi che arriverà quando i Gear VR e gli Oculus diverranno prodotti popolari, ma perché lui non ha un paio di visori sugli occhi. Tra un po’ la festa si sposterà lì.