Sono nata 27 anni fa e non ho mai visto l’articolo 18

Sono nata il 31 Marzo 1987, oggi ho 27 anni e vivo “da sola” da quando avevo piu o meno 20 anni. Finito il liceo ho fatto l’università fuori città, perchè avevo fame d’indipendenza, mantenendomi con qualche lavoretto per non pesare troppo sui miei genitori. Chiariamoci: nessuno mi ha mai negato sostegno economico, né sono mai stata obbligata a lavorare per poter studiare. Mi rendo conto che è un privilegio, ma non ne ho mai approfittato in senso negativo. Forlì ha una eccellente facoltà di Scienze Politiche, ma è una cittadina di provincia, e di certo non avevo in programma di rimanere lì molto a lungo dopo la fine degli studi.

Milano, anno 2010: firmo il mio primo contratto di lavoro per un’azienda di consulenza finanziaria. Sostituzione di maternità, poi un contratto a tempo determinato sempre nella stessa azienda. Stipendio proporzionato alla mia generazione. Ferie si, ma mi viene fatto capire che è meglio non chiederle perchè sono arrivata adesso. Lavoro bene, lodi per il mio operato, tante speranze, tante belle parole e poi, finito il contratto, tanti saluti.
Non mi perdo d’animo, cerco altro e nel giro di qualche mese trovo altro, è Luglio 2011: contratto a tempo determinato e stipendio sta volta buono. Nel giro di 7 mesi vengo mandata via per incompatibilità caratteriali. Dalla sera alla mattina mi ritrovo disoccupata (e con conti, bollette e spese da pagare).
Agosto 2012: contratto interinale, nessun diritto, stipendi pagati con mesi di ritardo, nessun rispetto, nessuna flessibilità, nessuna privacy. Scappo.
Settembre 2012: apprendistato. All’alba dei miei 25 anni vengo assunta con un contratto di apprendistato in un’azienda dove il numero di dipendenti assunti con contratto regolare era pari a zero. Partite IVA, contratti a progetto, stage e solo un altro privilegiato con l’apprendistato. Scopro, mio malgrado, che tutti questi colleghi, età media 27 anni, lavorano a tempo pieno obbligatoriamente in ufficio, per stipendi ridicoli senza la minima forma di previdenza sociale. Resisto perchè il posto mi piace e mi trovo bene, poi le cose degenerano rapidamente e me ne vado dopo un anno. All’alba dei miei 27 anni, Dicembre 2013, trovo il lavoro dei miei sogni. A stage. Per una cifra irrisoria, ma mi basta perchè è pane per i miei pensieri, è cioè che almenta i miei sogni, è ciò che mi fa svegliare col sorriso.

Ora, non sono qui a fare la predica a nessuno ma una cosa la voglio dire:
io, l’articolo 18, in 27 anni di vita non l’ho visto nemmeno per sbaglio e non so nemmeno com’è fatto. E come me, un’intera generazione di precari senza la benché minima tutela sindacale e/o professionale. Non mi interessa un accidente del reintegro: noi non veniamo mai reintegrati, siamo carne da macello. Quello che chiedo, come persona e come militante politico, è che finalmente si pensi a noi concedendoci di pensare al nostro futuro. Vorrei che lo stato mi aiutasse a trovare un lavoro se lo perdo, di modo da potermi parare le spalle, e mi aiutasse a formarmi meglio, di modo da poter essere scelta prima. Non mi interessa la retorica, noi quasi trentenni abbiamo diritto di sognare un futuro che non sia condizionato da battaglie ideologiche lontane anni luce dalla realtà. Io voglio il Jobs Act. Io voglio che l’Italia abbia un futuro, senza essere costretti a cercarlo ancora una volta dall’altra parte del mondo.

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Il racconto della Politica tra la gente, nel XXI secolo.

    Chiara Amélie Meazza

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