Nonviolento o pacifista?

Molta è la confusione che si crea intorno al significato del termine nonviolenza e uno dei fraintendimenti più comuni consiste nel confondere la nonviolenza con il pacifismo. Cerchiamo quindi di capire meglio di cosa vogliamo parlare.

Il pacifismo è un atteggiamento di negazione della guerra e dell’uso delle armi. Non è un metodo d’azione né uno stile di vita ma una denuncia costante contro la corsa agli armamenti.

Dottrina, o tendenza, che rifiuta e condanna il ricorso alla guerra e a ogni tipo di scontro armato o di aggressione come mezzi per risolvere le controversie internazionali, e vuole dimostrare la necessità del mantenimento o ristabilimento della pace tra i popoli, da raggiungere solo attraverso trattative o arbitrati. — (dal dizionario Treccani)

La nonviolenza è un determinato sistema di concetti morali che negano la violenza, che rifiutano la risposta violenta alla violenza. Esiste una metodologia d’azione dalla nonviolenza usata in molte forme di protesta e di lotta sociale.

La nonviolenza attiva è una strategia di lotta che consiste nella denuncia sistematica di tutte le forme di violenza esercitate da un determinato sistema politico, sociale, relazionale. È al contempo una tattica di lotta applicata a situazioni definite in cui si verifica qualunque tipo di discriminazione.

Storia, radice e personaggi della nonviolenza

Nel corso della storia sono molti i personaggi di spicco che hanno adottato la nonviolenza come stile di vita. Già nella mitologia egizia e asiatica si trovano personaggi come Akhenaton o Zaratustra, illustri insegnanti di nonviolenza. Platone descrive Socrate come uno dei più importanti esponenti della filosofia occidentale, il quale applicava il metodo Mè Antadikéin, ovvero non rispondere mai al male con il male.

Prendiamo in considerazione i tre personaggi moderni che più hanno contribuito alla diffusione e all’applicazione della metodologia della nonviolenza. Prendiamo inoltre come esempio il Giainismo, antica filosofia che basa la sua dottrina sulla nonviolenza.

Giainismo

http://en.wikipedia.org/wiki/Jainism

Il Giainismo nacque in India più o meno nello stesso periodo del Buddismo. Lo fondò Mahavira (599–527 AC) intorno al 500 AC. Mahavira, come Budda, apparteneva alla casta dei guerrieri. Mahavira fu chiamato ‘Jina’ che significa il grande vincitore e da lì derivò il nome della religione.

In molti aspetti il Giainismo è simile al Buddismo. Entrambi si sviluppano in contrasto alla filosofia brahminica che dominava in quel periodo nel nord-est dell’India. Entrambi propongono la credenza nella reincarnazione che porta, nel futuro, alla liberazione. Il Giainismo differisce dal Buddismo nelle sue credenze ascetiche. Entrambe le religioni mettono enfasi nella nonviolenza che costituisce però, nel Giainismo, il principio centrale.

Lev Tolstoj

Lev Tolstoj

Romanziere russo, riformatore, pacifista e pensatore morale, noto per le sue idee sulla resistenza nonviolenta. Di origini aristocratiche, rinunciò ai suoi privilegi. Le credenze cristiane di Tolstoj erano basate sul discorso della montagna e particolarmente sulla raccomandazione di “porgere l’altra guancia”, che egli vide come una giustificazione del pacifismo. Queste credenze emersero da una crisi vitale che iniziò con una depressione profonda al punto che, se vedeva una fune, pensava di impiccarsi e doveva nascondere le armi per non suicidarsi.

Appena uscito dalla depressione, propose le sue radicali e nuove idee, molto originali per la cristianità. Egli credeva che

un cristiano deve guardare dentro al suo cuore per trovare la felicità interna, invece di cercarla all’esterno.

La sua credenza nella nonviolenza, affrontando l’oppressione, è un’altra caratteristica specifica della sua filosofia. L’influenza che questa idea ha avuto su Mohandas Gandhi ha avuto molto rilievo nella storia della nonviolenza.
Egli riteneva che l’aristocrazia fosse un peso per i poveri e che l’unica possibilità per vivere insieme fosse l’anarchia. Si oppose anche alla proprietà privata e all’istituzione del matrimonio e sostenne il valore delle pratiche di castità e di astinenza sessuale.

In una delle sue lettere, Tolstoj osservò che Thoreau aveva scritto sulla disobbedienza civile quasi 50 anni prima. Disse inoltre di essere stato influenzato dai quaccheri e dal movimento abolizionista negli Stati Uniti.

Mohandas K. Gandhi

Mahatma Gandhiji durante il periodo in Sud Africa

Nel 1889 Gandhi andò in Inghilterra per studiare legge e si laureò a Londra. Lì, vari amici vegetariani che facevano parte del suo gruppo di sostenitori, lo persuasero a studiare la religione e la letteratura indiane. Tuttavia quando tornò in India non riuscì a trovare lavoro, cosicché accettò l’offerta di trasferirsi in Sudafrica, per lavorare come avvocato per un ricco commerciante indiano che si era stabilito là.
Durante il viaggio verso il suo luogo di lavoro, Gandhi fu maltrattato da funzionari bianchi della compagnia ferroviaria a causa del colore della sua pelle. In seguito a questo avvenimento Gandhi incominciò a pensare al trattamento delle minoranze e alle possibilità di migliorare la situazione. All’epoca l’apartheid o la segregazione razziale erano la legge e la politica del governo del Sudafrica. Così, una volta sbrigate le questioni legali per il suo principale, Gandhi incominciò a organizzare la comunità indiana per esigere il rispetto dei suoi diritti civili. Durante i vent’anni di permanenza in Sudafrica, Gandhi sviluppò i principi di resistenza nonviolenta e condusse questa lotta fino al confronto nonviolento con il governo. Le regole di resistenza che propose sono: non colpire chi ci colpisce (nessuna vendetta); sopportare il dolore personale e, se è necessario, la morte; esprimere l’amore ed il perdono verso l’oppressore; non alimentare l’intenzione di danneggiare o umiliare l’oppressore, ma alimentare il desiderio di riconciliare le differenze.
Dopo avere ottenuto molte riforme dei diritti civili, nel 1914 Gandhi lasciò il Sudafrica e ritornò in India. Dapprima viaggiò lungamente per il paese per vedere le condizioni nelle quali vivevano i poveri e per apprendere da loro in che modo li avrebbe potuti aiutare. Quindi incominciò a protestare contro il governo coloniale in India. Appoggiò i coloni del distretto di Champaram nella loro lotta contro i proprietari britannici che li opprimevano. Ottenne una giusta retribuzione ed un giusto prezzo per i prodotti dei coloni. Mediò con un buon risultato una disputa della industria tessile nella città di Ahmedabad. Quando il distretto di Bardoli rifiutò di pagare quelle che riteneva tasse ingiuste, Gandhi incoraggiò altri distretti a fare lo stesso in appoggio a Bardoli, credendo che questo avrebbe fatto cedere il governo britannico. Tuttavia quando alcuni dei suoi organizzarono una protesta nella quale uccisero 22 poliziotti in Churi-Chaura, Gandhi sospese la ribellione. Si sentiva personalmente responsabile per la strage, non voleva uccidere degli inglesi per ottenere pace e giustizia per la sua gente.
Secondo Gandhi uccidere per conseguire i propri scopi era sbagliato. Continuò ad essere fedele ai suoi principi di nonviolenza e si guadagnò il titolo di Mahatma (grande anima).
Durante la seconda guerra mondiale la lega musulmana si separò da Gandhi e volle che l’India venisse divisa in due paesi, uno principalmente musulmano ed uno principalmente hindù. Dato che ogni città, cittadina e villaggio avevano popolazioni miste di diverse religioni e sette, Gandhi non era d’accordo con questa posizione; sentiva che questa divisione avrebbe portato ad una guerra e nel 1947, quando gli inglesi divisero il paese in India e Pakistan la sua previsione divenne realtà. Durante quel periodo di guerra civile, Gandhi si trasferì nello stato del Bengala, nell’India Orientale e portò la pace in quella parte del paese. Andò poi a Delhi e fece lo stesso; decise in seguito di recarsi nel paese recentemente creato del Pakistan a invocare la pace. Ma il 30 gennaio 1948 la sua missione di pace terminò: fu assassinato da un fanatico indù.

Giainismo, Tolstoj, Gandhi, Mlk; contesti completamente differenti, in periodi differenti: quali erano le principali caratteristiche comuni a questi personaggi? […]

M.L.K

[da pubblicare a breve…]


Riconosciamo in loro molta forza, saggezza, bontà, un grande amore per l’umanità, una profonda spiritualità; erano leader sociali o spirituali, hanno fortemente messo in discussione ciò che era inteso come stabilito, erano dei modelli per la gente. Ma la caratteristica più interessante è senza dubbio la grande coerenza che hanno dimostrato tra ciò che predicavano e ciò che facevano.

Hanno messo la loro vita al servizio di ciò che credevano profondamente giusto e hanno superato ogni ostacolo per portare avanti la loro causa e la loro etica nonviolenta.

Un maestro è veramente tale quando non è con i suoi discepoli. — Gandhi