Parliamo di visual

Investigativo, multimediale, ma anche citizen, local, mobile, science, data, sensor, geo, ecc ecc


Contiamo ormai più giornalismi che giornali. E il conteggio prosegue: aggiungiamo il visual journalism.

Smania di coniare etichette? Direi di no. I ‘giornalismi’ che osserviamo e contiamo esistono da molto tempo. La novità sta nel riconoscerli come generi, studiarli, sperimentarli, capirne tecniche, ruolo e potenzialità nel dialogo con la tecnologia e con l’obiettivo di migliorare l’informazione nell’interesse generale.

Ecco perché tutto ciò interessa ad Hacks Hackers Venezia, che dedica una serata speciale al visual journalism il 14 luglio ore 20 alla Plip di Mestre (iscrizioni).

Gli ospiti vengono da lontano. Dalla Malesia arriva Andrea Zaggia, co-fondatore di Piktochart, applicazione per creare infografiche, che aiuta a raccontare storie visive. Matteo Moretti, vincitore del Data Journalism Award dedicato alle visualizzazioni, invece, arriva da Repubblica Popolare di Bolzano, il suo primo progetto giornalistico e di ricerca sul visual journalism, subito premiato a livello internazionale. Sono rispettivamente un imprenditore/sviluppatore e un ricercatore/designer.

Visual, perché?

Qualcosa ci dice che l’occhio vorrà sempre di più la sua parte nel futuro dei media. Sarà che

il linguaggio delle visualizzazioni è molto efficiente, che abbiamo negli occhi il 70% dei nostri ‘sensori’ e che metà del nostro cervello si dedica a elaborazioni visive

[queste me le sono segnate ascoltando Paolo Ciuccarelli].

Pare, insomma, che informare abbia sempre più a che fare col ‘far vedere’, ‘rendere evidente’, trovare il ’pattern’. Tutto ciò amplificato dalla parte ‘smanettona’ che si occupa, tra l’altro, di dati e interattività. Il risultato, per il lettore/osservatore, è davvero un’esperienza.

Mamma mia quanta roba, qua va a finire che nell’informazione tiriamo dentro anche gli architetti, quando non c’è spazio nemmeno per i giornalisti.

Diranno.

E invece ad #HHVE coinvolgiamo proprio tutti in questa storia, convinti che non ci siano esclusive e che il prodotto giornalistico sia sempre, come una volta, collettivo. Solo, cambiano le figure professionali e non è detto che si trovino tutte nella stessa stanza. ‘Qualità’ è l’altro post-it importante. Lo appiccico qui, intanto. Ne stiamo già parlando tra le righe, ma ci torneremo.

Se il team sta in Malesia

Non è peccato farsi tutto (apparentemente) da soli. In rete sono nati e si sono affinati con gli anni alcuni strumenti che offrono al ‘parolaio’ l’opportunità di informare con la grafica senza diventare ‘smanettone’. Tra le applicazioni di maggior successo c’è sicuramente Piktochart e un’occasione buona per conoscerla è sicuramente l’incontro con Andrea Zaggia.

Vi faccio vedere qualcosa anche io: ecco Andrea 2,5 milioni di utenti fa:

Se il team è sul campo

Il prodotto giornalistico fa un salto di qualità quando ti fa sbattere il naso contro qualcosa che finora non avevi percepito, o avevi frainteso. Accade, in un contesto locale, con Repubblica Popolare di Bolzano, un percorso tra numeri e storie che smonta la percezione di un’invasione cinese in Alto Adige. Al progetto ha lavorato una squadra formata da due designer, un giornalista, un’antropologa culturale e un ingegnere del software.

“Quello a cui ambisco è stimolare il dubbio nei lettori, mostrare lo scollamento tra la realtà raccontata da alcuni mezzi di informazione e quella di tutti i giorni, ridimensionare cliché spesso alimentati dai media stessi, aprire un dibattito pubblico, riflettere su quanto una certa informazione odierna sia spesso approssimativa ed eccessivamente semplificata e su quanto vada soppesata, piuttosto che digerita indistintamente”

scrive Matteo Moretti descrivendo il suo progetto in un articolo per lo European Journalism Observatory.

Ne parliamo martedì 14, ok?