Andrea Gatti
Aug 4 · 3 min read

Ero partito da poco, con il buio, ormai; con il mio scooter giallo, dopo avere salutato gli amici, dopo un'escursione sul nostro Appennino.
Alcuni erano partiti, su un auto, precedendo la mia partenza, altri, coinvolti nei saluti e in qualche chiacchiera, ritardavano il ritorno a casa.
Una volta salito sullo scooter, ho dato gas e ho caminciato ad assecondare le curve della strada del ritorno, illuminata dai fari della mia moto.
In lontananza vedevo le luci rosse dell'auto degli amici, che mi anticipava e la distanza tra me il loro mezzo si stava accorciando sempre di più, a tal punto che, azzardando un po', noncurante di possibili attraversamenti di animali, li ho raggiunti al primo stop, prima di imettermi sulla statale che arriva a Parma.
Ero contento di essermi ricongiunto e pensavo che, idealmente, avrei potuto fare il ritorno in loro compagnia...

Ma, improvvisamente, succede l’imponderabile, la loro auto parte e il mio scooter, senza nessun preavviso, si spegne. Giro la chiave, premo il pulsante dell’accensione e cerco di dare gas, almeno due o tre volte, ma niente, io e la moto restiamo fermi allo stop, si spengono anche le luci e, in una posizione, non ben definita, tra Prato Spilla e “non so dove”, cala il BUIO, sì, il buio, quello nero, denso, compatto, quasi inscalfibile, che da una fessura piccola, piccola, fa passare, con tutta la prepotenza possibile, la paura.
Buio e paura, ma la paura è il buio, il buio della nostra mente, che improvvisamente perde il controllo, la ragione, il contatto con la realtà e tutto ciò che sta attorno.
Incredibile, percepire per un istante quanto siamo fragili e indifesi.
Il motore arrogante della moto cessa di battere, la luce artificiale dei fari smette di illuminare una realtà finta e il cuore accompagna impazzito i battiti della paura, che scaturisce dalla mia mente.
Panico, sposto la moto, mi cade lo zaino, cerco lo smartphone, lo trovo, ma capisco che non c’è campo, lo spengo e il buio diventa sempre più fitto e il respiro sempre più affannoso.
Sono istanti, brevi istanti, ma la paura dilata il tempo, che sembra essere infinito.

Ma, inaspettamente, dalla mia mente esce una voce coraggiosa, che, timidamente, inizia a dialogare con la paura e il buio fitto e compatto diventa un buio diverso, un buio che fino a quel momento non avevo considerato, visto.
Dentro di me si fa spazio, inattesa, la calma, il mio cuore smette di battere all’impazzata e riprende il suo ritmo regolare. Anche la mia vista sembra essere dominata da una visione diversa.
Il buio della paura si dissolve e il buio della sera, quello che avvolge delicatamente i boschi, il firmamento e tutto il creato, diventa un intreccio di ombre, sfumature di grigio e scintille di stelle che bucano il cielo, che non è più scuro come prima.
Sgominata la paura, dimentico, per un istante, il problema della moto, e con lo sguardo, inizio a disegnare le forme di ciò che sta attorno, riconosco le sagome degli alberi, vedo le loro punte, che si stagliano nel cielo, intravvedo, forse, un animale che si muove, forse una volpe. Sembra stare ferma a guardarmi e, anche lei, sembra disegnare, con lo sguardo, la forma del mio corpo.
La guardo e mi sembra di vedere il movimento della sua testa, come se mi stesse chiedendo di chinare il capo e di volgere lo sguardo su me stesso.
Sento un fruscio, tra i rumori e i suoni emersi dal buio, e vedo l’ombra della sua coda entrare tra il fitto del bosco.
Ritorno con la testa china e vedo l’ombra del mio corpo e capisco che, anch’io, sono parte di quel quadro, il corpo, come ombra, si fonde con quella della terra, che si unisce a quella degli alberi, che si insinua in quella del cielo.
Solo adesso mi riconosco e provo, emozionato, una grande pace.

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