“L’amore degli insorti”, intervista allo scrittore Stefano Tassinari

Manuela Angelini
Aug 8, 2017 · 4 min read

(L’articolo è stato pubblicato sul Corriere Romagna nel novembre del 2005)

Stefano Tassinari

SANTARCANGELO. Tra piadine e Sangiovese, mercoledì 9 novembre all’Osteria della Sangiovesa a Santarcangelo, si cena con l’autore. Lo scrittore ospite è Stefano Tassinari, cinquantenne ferrarese da tempo residente a Bologna. Il libro che viene presentato è L’amore degli insorti, pubblicato quest’anno da Marco Tropea Editore. Protagonista del romanzo è Emilio Calvesi, architetto di successo con alle spalle una lunga militanza in un gruppo armato di estrema sinistra. Calvesi è riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia e a costruirsi una vita normale con una professione e una famiglia. All’improvviso una lettera firmata da una misteriosa Sonia lo riporta al passato costringendolo a rimettere tutto in discussione.

«L’amore degli insorti — spiega Tassinari — chiude virtualmente la trilogia dei miei ultimi tre romanzi. Il filo conduttore della trilogia è il conflitto sociale visto attraverso tre generazioni. In L’ora del ritorno del 2001 protagonista erano la Resistenza e le persone come mio padre, in I segni sulla pelle del 2003 c’è invece la Genova del G8 vista dai giovanissimi. In L’amore degli insorti c’è la generazione di mezzo, la mia».

Perché ha scelto questi temi?
«Sono convinto che come scrittori dobbiamo riaprire certi conflitti sociali. Dobbiamo occuparci di quella che si può definire memoria non condivisa».

E cioè?
«Se guardo in televisione un programma sugli anni Settanta, vedo che l’accento è posto solo sulla violenza. Viene eliminata tutta la parte di quel periodo che riguarda la modernizzazione del paese che è passata attraverso il movimento giovanile, psichiatria democratica, magistratura democratica, ecc. Negli anni 70 sono stati messi in discussione la cultura e il costume di quel periodo ma si ricorda solo la violenza, facendo venire fuori una generazione di pazzi».

Però la violenza c’è stata…
«Ci sono stati momenti di violenza forte, ma era una componente minoritaria in un contesto che ora non si ricorda più. La parte più grande dei movimenti ha fatto avanzare il paese, grazie a tante leggi. Ne cito solo qualcuna: il voto a 18 anni, la depenalizzazione delle droghe leggere, l’eliminazione del carcere per l’obiezione di coscienza, l’apertura dei manicomi, il divorzio, l’aborto e si potrebbe continuare. Oggi si ricostruisce la storia dalla parte dei vincitori e si dimentica com’era lo Stato allora, la P2, ecc.».

In questo senso lei parla di memoria non condivisa.
«Infatti. Gli anni Settanta hanno prodotto un pensiero forte soppiantato dal pensiero debole e poi dal pensiero unico in cui siamo immersi oggi, nella filosofia nella politica nella musica».

Lei pensa che i giovani di oggi siano tutti così omologati?
«Ricevo molte mail di giovani che vogliono dialogare. C’è un interesse forte a fronte di una ricostruzione di parte. Quindi occorre gettare semi di discussione rispetto a ciò che passa in televisione. C’è bisogno di ricostruire una memoria, e anche un libro o un film possono aprire una discussione su ciò che è successo».

Quindi c’è una giovane generazione consapevole?
«È una minoranza ma esiste. Ci sono giovani curiosi e interessati. La recente occupazione delle università lo dimostra. C’è un risveglio su queste tematiche».

Quanto c’è di autobiografico ne L’amore degli insorti?
«Non è un libro autobiografico, anche se ci sono situazioni che ho vissuto. Ho militato nella sinistra e tuttora mi considero un marxista critico, ma il mio personaggio fa scelte diverse. All’epoca io mi scontravo con le istituzioni a livello politico e culturale, non ho mai fatto lotta armata e non l’ho mai condivisa».

Com’erano allora i rapporti tra chi sparava e chi no?
«C’era dialettica nell’area giovanile di quegli anni. Anche se chi scelse di non sparare spesso pagò anche per chi aveva fatto la scelta di violenza. Si trattava di uno stesso ambiente con una sottile linea di confine che separava le scelte più radicali da quelle non militari».

In questo libro, rispetto agli altri due della trilogia, c’è la sua generazione. È stato più facile scriverlo?
«È stato più facile perché è una materia che conosco e quindi non ho dovuto studiare, ma è stato più difficile perché c’è una sorta di pudore nel raccontare di quel periodo. Le ferite sono ancora aperte, anche perché siamo ancora tutti vivi».

Lei, Massimo Carlotto, Pino Cacucci e altri avete formato un gruppo di scrittori molto unito.
«C’è un grande dibattito e confronto tra di noi. Siamo coetanei e abbiamo condiviso un passato di militanza. Questo ci aiuta in una riflessione comune».

Lo scrittore Stefano Tassinari, dopo una lunga malattia, è morto a Bentivoglio (Bologna) l’8 maggio 2012.

Parole sulla sabbia

Articoli, idee e passioni di Manuela Angelini.

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