Birmania, l’olocausto dei rohingya nel paese del Nobel per la pace

Rohingya, un popolo senza cittadinanza (Foto: Demotix)

Se da un lato molti apprezzano l’impegno umanitario di Aung San Suu Kyi, esiste un lato oscuro della Birmania (o Myanmar) che da anni viene ripetutamente denunciato. Stavolta anche in un rapporto dell’ONU.

Yanghee Lee, inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Birmania, lunedì ha presentato un profilo della situazione in cui versano i profughi rohingya provenienti dal Bangladesh. I rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica, considerato come uno dei più perseguitati al mondo. La maggior parte di essi, due milioni circa in totale, sono distribuiti tra Birmania, Arabia Saudita, Bangladesh e Pakistan. Praticamente tutti rifugiati. Il governo birmano non li riconosce come cittadini e impedisce persino che vengano identificati con il loro nome, indicandoli come “bengalesi”; vivono in campi profughi o ghetti dove subiscono violenze e abusi. Non possono possedere terreni, avere più di due figli o viaggiare senza un permesso ufficiale.

La Birmania per anni è stata sotto dittatura, puntando molto sul nazionalismo e discriminando le minoranze. Ancora oggi, molti tra i cittadini più progressisti del Myanmar continuano a non considerare i rohingya come compatrioti. La presenze della minoranza musulmana risale agli eventi legati al colonialismo britannico e alla Seconda Guerra Mondiale. Nonostante le (blande?) pressioni della comunità internazionale, questa popolazione non trova una collocazione geografica dove possa rimanere in pace.

Negli ultimi anni, i rohingya hanno provato a insorgere per essere trattati come il resto della popolazione birmana. Ma non è arrivato nessun segnale positivo dal governo del Myanmar, anzi. Nel rapporto di Lee, che ha intervistato gli ultimi rohingya arrivati dal Bangladesh, si evidenzia come i militari birmani non abbiano perso l’abitudine di commettere angherie nei confronti dei rifugiati.


I metodi di repressione sono raccapriccianti. Le persone vengono imprigionate nelle loro case, che poi vengono date alle fiamme. Bambini bruciati vivi, adulti macellati, stupri di gruppo: come riporta Radio France Internationale, Lee ha ascoltato delle testimonianze atroci. Negli ultimi cinque mesi circa 70.000 rohingya si sono rifugiati in Birmania; l’esercito ha svolto delle “operazioni di sicurezza” nei loro campi che si sono risolte in violenze collettive. Il governo birmano, nel quale il premio Nobel per la pace Suu Kyi occupa tre cariche, nega queste accuse; occorre precisare che nel Myanmar la polizia e l’esercito sono simili a “cani sciolti”. Tuttavia, negli ultimi anni Suu Kyi è stata fortemente criticata per il suo silenzio in merito alla situazione della minoranza musulmana. Inoltre il governo birmano è stato criticato anche per la poca cura con cui vengono volte le indagini nei casi di violenze nei campi dei rifugiati. Il dicastero degli Affari Esteri, da lei guidato, conferma la linea birmana in merito alle accuse: non esistono repressioni mirate nei confronti dei rohingya. Alcune testimonianze, anche filmate, non sembrano sposare questa ipotesi.

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