Incontro Trump-Netanyahu, la soluzione a due stati non è più intoccabile

Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Stati Uniti d’America e Israele: due mondi paralleli, che mai hanno palesato divergenze talmente insanabili da supporre una rottura dei rapporti. Tuttavia, nel corso dell’amministrazione Obama gli USA hanno preferito mantenere un profilo poco conciliante in merito alle mire espansionistiche di Gerusalemme. L’apice è stato toccato con la risoluzione ONU che sancisce l’illegalità degli insediamenti israeliani entro i confini prestabiliti. Una mossa che, a dicembre, aveva portato il neo-presidente Trump a contestare apertamente l’operato del suo predecessore.

Oggi (mercoledì 15 febbraio) alla Casa Bianca è previsto l’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Tuttavia, da Washington sono già arrivati segnali di rottura rispetto alla linea comune portata avanti dalla comunità internazionale in merito al conflitto israelo-palestinese. Ovvero, ripensare la soluzione a due stati. Martedì un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che una prospettiva del genere, lungi dal garantire la pace, è un obiettivo che nessuno sta cercando di raggiungere. Pertanto Israele e Palestina dovrebbero contemplare anche altre ipotesi, che comunque in nessun caso verranno dettate dagli Stati Uniti.

Pronta la replica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) per bocca di un membro del comitato esecutivo, Hanane Hacraoui. Questi ha affermato che le affermazioni di Washington non hanno alcun senso e che la nuova amministrazione Trump intende soddisfare le esigenze della coalizione estremista guidata dal primo ministro israeliano. Ma alcune affermazioni del nuovo presidente lasciano trasparire dei limiti a questa possibile intransigenza.

La campagna elettorale del tycoon è stata spiccatamente pro-Israele, facendo quindi presupporre una netta linea d’intesa tra Trump e Netanyahu. Tuttavia, il presidente USA non ha nascosto di voler supervisionare un accordo di pace per ripristinare l’ordine in Medio Oriente. Inoltre ha ammesso (un po’ a sorpresa?) che l’insistenza di Israele nel costruire insediamenti illegali non è di certo d’aiuto per il processo di pace.

Il premier di Gerusalemme auspica che il tycoon mantenga le promesse; in ballo c’è l’annessione della Cisgiordania, questione tanto cara alla destra israeliana. Che costituisce la linfa vitale della maggioranaza della squadra di Netanyahu nel knesset. Molto probabilmente il leader del Likud, nel colloquio con Trump, sosterrà ancora l’assioma della soluzione a due stati. Corredata da nuovi negoziati con la Palestina per tentare, nell’ottica di una pace ancora lontana, di sanare l’insanabile.

Altro nodo da sciogliere è la questione iraniana, che unisce i due leader nel timore della rincorsa di Teheran agli armamenti nucleari. Netanyahu chiederà a Trump un maggiore impegno nel sanzionare l’Iran, rispetto a ciò che ha fatto Obama. Inoltre, per Israele sarà importante ricevere una adeguata “copertura militare” per evitare l’insediamento dell’ISIS nei paraggi di Israele. A patto di non scendere a compromessi con Teheran, come il premier israeliano aveva affermato in passato.

(Fonti: Le Monde)