Il bisogno di discontinuità
Ricordo che da bambino e da ragazzo si viveva sotto la cappa dello scontro tra Nato e Patto di Varsavia. Ricordo i telegiornali che parlavano dell’invasione della Cecoslovacchia e di Dubcek. Ricordo i missili Pershing 2 e Cruise schierati a Comiso. Ricordo le campagne elettorali dove il tema delle alleanze internazionali era centrale, dove ci si schierava da un lato o dall’altro. Ricordo la strategia della tensione, le paure e le voci di golpe. Ricordo tanti fatti e voci di quegli anni.
Poi il muro cadde e sembrava una nuova primavera. La ragione aveva prevalso e il mondo si apriva ad un futuro sereno. Anche i rapporti con la Cina cambiavano. Sembrava veramente un mondo nuovo, la «fine della storia» come scriveva Fukuyama.
E poi invece cosa ci è successo? Come è possibile che si sia arrivati alla follia di oggi? Come è stato possibile giungere in una situazione dove prevale irrazionalità, odio, divisione, ignoranza?
A leggere le notizie non ci crede. In USA, in Europa, in Italia sembrano prevalere pregiudizio, egoismo, follia autodistruttiva, falsificazione dei fatti. C’è chi dice che questo sia dovuto a due fenomeni concomitanti: la fine delle paure per la possibile ecatombe nucleare e la crescita delle disparità sociali, l’aumento di quelli che si sentono esclusi dal dividendo derivante dalla «fine della storia».
Non sono uno storico né un sociologo, non so quanto di tutto ciò sia vero. Ma mi chiedo come porre fine a questa deriva autodistruttiva, come venirne fuori. Sicuramente, non serve rincorrere la demagogia e la retorica che alimenta questi fenomeni.
Dobbiamo ritrovare una Politica alta e seria che ridia credibilità a sogni e speranze. Dobbiamo trovare un modo per spezzare questa spirale al ribasso che ingloba tutto e tutti, questa omologazione per cui ci si adegua a regole del gioco sempre più squalificate e degradate. Dobbiamo adottare rigore e «intolleranza», come scrivevo giorni fa. Intolleranza verso la stupidità, la superficialità, la banalizzazione dei problemi, l’ipocrisia, la disonestà intellettuale.
Forse i miei sono solo pensieri confusi di chi si sente impotente di fronte a questa deriva. Ma credo che per uscire da questa spirale autodistruttiva si debba cambiare passo e livello del dibattito.
Non possiamo più rincorrere il peggio o accettare i compromessi del «facciamo quel che si può». Dobbiamo proporre con forza e decisione idee radicali e serie per ridare senso a quel che siamo come singoli e come società.
Pensieri confusi, lo so. Ma di una cosa sono convinto: non possiamo più adeguarci all’andazzo, usare gli stessi toni e gli stessi terreni di confronto di chi ci spinge verso il basso, allinearci ai trend del momento e alle mode culturali dominanti. Serve una discontinuità di pensiero e culturale.
Esiste forse un’altra via per cercare di uscire dall’abisso nel quale stiamo cadendo?

