Il resto viene prima

Anni fa un collega mi disse che il suo principale obiettivo era gestire il suo “capitale di relazioni”. A quel tempo non capii bene cosa intendesse. Forse, ingenuamente, non ero capace di andare al di là di quelle che consideravo le interpretazioni canoniche del termine “capitale”: le risorse economico-finanziarie, il capitale umano, il capitale di conoscenze. No, lui mi parlava del capitale di relazioni che è quell’insieme di contatti, amicizie, frequentazioni, alleanze che si acquisiscono nel corso del tempo e che–lui diceva–sono molto più importanti di qualunque altra forma di conoscenza o bene. È con le relazioni che sviluppi la tua professionalità, fai carriera, costruisci una attività imprenditoriale di successo, “diventi qualcuno”.

Per molto tempo ho pensato che quella fosse una visione sbagliata e minoritaria. Certamente–mi dicevo–ciò che conta non sono le relazioni, ma le idee, la capacità di concretizzarle, la visione del futuro, il senso del bene comune, la voglia di sviluppare il proprio legittimo interesse in armonia con gli altri o comunque in modo leale e non prevaricando chi ti sta intorno. Come potrebbe essere diversamente, pensavo. Chi potrebbe mai immaginare che qualità, successo, valore possano dipendere dalle relazioni che sai stabilire e coltivare?

Forse le mie convinzioni erano il retaggio della mia educazione cattolica, oratoriana, dove il senso del dovere, del rispetto della comunità (oggi diremmo dell’istituzione), del bene comune e della missione condivisa venivano prima di tutto e tutti. Non che non ci fossero atteggiamenti furbeschi o opportunistici, ma erano stigmatizzati come una colpa, non un merito. Una scelta, una decisione, una proposta dovevano essere giuste e aver valore in sé. Mai avrebbero potuto dipendere dal fatto che il proponente avesse le relazioni giuste, o un modo accattivante (e spesso ipocrita dico io) di gestire i rapporti umani, o una tendenza interessata al compromesso o, in modo sintetico, una grande capacità di tenere buoni rapporti a prescindere dal motivo per cui quei rapporti erano tenuti.

Ebbene no, quel collega mi diceva che prima vengono le relazioni e poi vengono altri fattori come merito, valore, visione, serietà. Nei casi migliori, le relazioni servono per facilitare la comunicazione, e detto così sarebbe un elemento abilitante importante. Ma in realtà la sua interpretazione era molto più netta: le relazioni, le alleanze, il sostegno reciproco, l’appartenenza ad uno stesso schieramento o circolo di pensiero, anche in assenza di interessi illegittimi o anche solo criticabili, sono le precondizioni assolutamente necessarie e spesso più che sufficienti per avere successo e ottenere quel che serve nella vita.

Mi fido molto di più di un amico che so non mi farà mai del male, che di qualcuno che ha delle idee anche giuste, ma che non posso “controllare”.

Mi pareva una follia. E poi …

Poi ho iniziato a leggere in modo diverso tanti fatti. In primo luogo ho iniziato a capire cosa volesse dire quella frase che sentivo ripetere spesso parlando dell’economia italiana: “capitalismo di relazione”. È quello per cui una banca investe in una azienda e non in un’altra sulla base di criteri che dipendono, per l’appunto, dalle relazioni. Oppure quello delle partecipazioni incrociate e dei conflitti di interesse. Fatti di questo mondo che però nel nostro paese assumono connotati ancora più forti e indiscutibilmente perniciosi.

E ho anche riletto eventi di tutti i giorni per cui l’allineamento ad un trend dominante, la preoccupazione dell’armonia a tutti i costi, il “fare squadra” a prescindere, l’equilibrio degli interessi, la paura del contrasto e del dissenso sono molto più importanti della qualità del contenuto, del fine, del messaggio. O peggio ancora, differenze di idee e posizioni che incrinano un sodalizio o una unanimità di pensiero sono viste come un tradimento, la nascita di un nemico, un avversario, non certo come l’espressione di un legittimo (e magari arricchente) pensiero alternativo. Oppure vengono bollate come l’atteggiamento presuntuoso e arrogante di chi “vuole uscire dal coro” e distinguersi.

Ho iniziato a sentirmi dire “hai ragione, ma quello che dici, per i suoi contenuti prima ancora che per il modo che usi per comunicare, rompe equilibri, incrina status quo, crea conflitti di pensiero, spaventa perché esce dal canonico.” Prima del contenuto, mi è stato detto, devi pensare a costruire le relazioni, le cordate, le alleanze e in esse inserirti.

Il resto viene dopo.

Ecco, questa è una dannazione alla quale non so arrendermi. Non è vero che il resto viene dopo.

Il resto viene prima.

È ovvio che servono le relazioni: a questo mondo nessuno vive e opera da solo. Ma devono essere relazioni costituite sulla trasparenza delle idee, sulla esplicitazione delle proprie convinzioni, sulla coerenza degli atti, persino sulla durezza del contrasto onesto: solo così sono uno strumento essenziale per il fine ultimo che è fare qualcosa di valore. Se invece le relazioni vengono prima, allora è certo che la qualità delle scelte sarà condizionata e schiava di compromessi, di connivenze, di scelte al ribasso fatte per non “incrinare le relazioni” o per mantenere equilibri malati e status quo.

Mi piacerebbe tanto che le relazioni venissero dopo e che il resto venisse prima.

Sarà mai possibile?

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