Il suono delle foglie morte

Che ne è della musica

Siamo rimasti in così pochi ad amare la musica che ogni volta che ascolto qualcosa che mi piace mi vien quasi da piangere.

Oh, è vero, il mercato musicale depone per un’affermazione di segno opposto, ma io qui non sto parlando del mercato musicale e neppure di collezionismo antiquario.

Per me la musica è un discorso ininterrotto centrato sull’espressione sonora. Come ogni discorso, quello letterario o quello scientifico, ad esempio, anch’esso ha momenti di ripetizione, sviluppi imprevisti, scoperte misconosciute, ma l’importante è che non venga interrotto per nessun motivo.

Non è un caso che abbia scelto a numi tutelari due personaggi come Brian Eno e Miles Davies che hanno saputo trasformare il proprio lessico senza fermarsi agli stereotipi. Purtroppo si tratta di eccezioni. I musicisti si dividono in mestieranti dello spettacolo, business man, partigiani di sotto-sotto generi, o tecnicisti dello strumento. Più breve è la tipologia degli ascoltatori: ci sono quelli che non la sentono neppure e quelli a cui dà fastidio; poi ci sono quelli che ascoltano solo per abitudine, ovvero va bene quello che passa la radio di orecchiabile e possibilmente ascoltato già abbastanza volte da far venire voglia di canticchiarlo senza per questo neppure occuparsi non solo del titolo ma neppure dell’autore. Ci sono infine gli abitudinari di parte che a loro volta si dividono in fan di uno o più musicisti di grido e in passatisti, ovvero quelli che dopo il romanticismo, il jazz classico o il rock non è più esistito nulla.

Quando salgo nelle auto aziendali o in quelle in affitto trovo sempre meno canali musicali salvati fra i preferiti e quando cambio parte del preset delle notizie con quello musicale viene tosto cancellato.

Siamo sempre più un mondo visivo e classificatorio, conseguenza di una mentalità procedurale e stereotipata. Il discorso artistico prevede rispetto per la storia è interesse per ogni variazione espressiva più o meno creativa. Nell’arte nessuno inventa niente: dà solo una propria impronta ai cambiamenti dell’era in cui vive il discorso a cui partecipa, nello stesso modo in cui nessuno ripete i predecessori più di quanto questi non abbiano fatto con altri precedenti. Si ascolta la musica diversa ma anche quella commerciale a pari diritto e pari interesse, basta ci sia gusto è espressione creativa di ogni genere.

Il discorso dev’essere colto, ovvero consapevole di una storia e di tecniche verso le quali non si deve assolutamente né risultare ossequiosi come pure non si può reputare vecchio quello che non va di moda.

Molti a questo punto si domanderanno perché mai dovrebbero fare uno sforzo simile e le mie risposte non piaceranno loro, ma in tutta onestà vanno date:

  • Perché la musica è il polo più astratto ed effimero della bellezza è una generazione insensibile al bello, anche quando non è facile né gradevole è un binario morto, un campo sterile, una stanza senz’aria.
  • Perché il discorso musicale è una ginnastica per la mente e la coscienza che non può essere sostituito da alcun altro linguaggio e quindi perderla significa reificarci, diventare degli stupidi procedurali, dei calcolatori infastiditi dai matematici, falsari di opere d’arte, critici di mercato ma non di gusto. Senza musica il pensiero è greve, gracchiante, stonato e disarmonico.
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