Illustrazione di Martino Pietropoli

#31

Ciao, papà,

si comincia così una lettera? Dimmelo tu, sai un sacco di cose, mi dici un sacco di cose, sai quel che va bene e quel che no, una lettera si comincia perché venga letta? Perché la si vuole far leggere come fanno gli scrittori con i loro romanzi e così passano un sacco di tempo per fare in modo che mentre si leggono le prime otto pagine non si abbia voglia di tirare il libro contro il muro. Insomma, devo incontrare il tuo favore o mi posso permettere di dire quello che ho bisogno di dire? Insomma, dimmi, sai le cose o fai finta di saperle per sentirti al sicuro? Ti senti mai solo?

Io penso di capirti, hai una famiglia, tu e la mamma vi sentite responsabili e penso che anche mia sorella e mio fratello abbiano una famiglia, che se la sentano attorno, mentre io me la sento addosso e non credo sia una questione di obbligo o scelta, del fatto cioè che i parenti ce li hai per forza, per natura, anche se questo la dice lunga sulla natura dell’uomo, guarda gli altri animali, hanno famiglia? Mi fanno impazzire quelli che trovano l’unica differenza tra noi e loro nel fatto che noi consumiamo latte anche da adulti, dicevo che non si tratta di scelta o obbligo, non si tratta del fatto che gli amici te li scegli, ecco, io non ho amici e pertanto, sia in relazione alla famiglia a cui dovrei sentire di appartenere, sia nei confronti del mondo in cui vivo, io mi sento un incidente.

Mi piacerebbe molto essere un incidente buono, di quelli che diventano una occasione per capire, ma perché questo accada io dovrei prima essere visto, e dato che essere visti di questi tempi è una pretesa enorme penso sia necessaria una dura e seria preparazione, perché se io voglio essere visto, se io voglio essere un incidente che fa cambiare qualcosa, devo prima di tutto vedere.

Ho cominciato col sentire. In classe io sento l’odore dei miei compagni, non mi capita solo quando rientro tornando dal bagno, se ho avuto bisogno di andarci durante la lezione, dirai che agli odori ci si abitua ed è vero, io mi abituo all’odore dei miei compagni, al mio, sono uno di loro, con la differenza che dato che so che l’odore c’è, dato che so che traspirano ed emettono anidride carbonica, io sento, come sottinteso di tutta quella situazione in classe, l’ingombro sottile e pervasivo dato dai loro corpi e, papà, il sudore del mio compagno di banco mi terrorizza.

È una condizione naturale, come percepissi l’odore di una ventina di candele che si consumano senza emettere luce, capisci il senso di spreco che avverto? È come se la luce che emanano i professori fosse una rifrazione oscura più che un fenomeno elettromagnetico. Cosa mi stanno dicendo di interessante i miei maestri? Cosa interessa a loro? Ripetere le stesse cose per anni può lasciare sana di mente una persona? Ecco, io penso di no, e dato che mi sembra che tutti quanti, sostanzialmente, non facciano altro che traspirare e sudare, che imparino cose fino alla mia età e poi si fermino, ecco, mi pare siano tutti bloccati all’adolescenza e senza mantenerne l’ardore, ma conservandone invece la sciocchezza.

Così trovo logico che alcuni di loro, ad un certo punto, sentano il bisogno di interrompere tutto in un modo abbastanza innocuo. Le persone si sdraiano.

Tutta la nostra vita di famiglia, tutti affaccendati in un nervosismo e in una mal sopportazione armoniosa che dovrebbe dare un senso di appartenenza, quindi di sicurezza, quindi di pace, ti confesso che queste intenzioni mi sono simpatiche, ma se guardo il risultato, be’, sono sgomento solo a osservare i transiti evitanti oppure quando apro il frigo e vedo come i nostri gusti siano sostanzialmente differenti, e quindi preferisco stare nella mia stanza ad ascoltare la mia musica. Quella è mia, non traspira, non respira, mi entra e fa fare tutto a me, specie in testa e da lì a tutto il corpo.

Sono stato fortunato per un certo periodo, ho trovato Clelia, anche in questo caso come sai la mia non è stata una scelta, è la figlia dei vostri migliori amici e conoscerla è stato inevitabile, e con lei si è subito stabilita una intesa, non per il fatto che invece di salutarmi mi ha staccato gli auricolari, se li è messi ed ha esclamato Oh, Four tet, ma per il suo odore, non sentivo il suo odore, come lei se fosse un essere ultraterreno.

Eppure un odore Clelia lo ha.

Come fa un corpo a non emettere odore, come fa un corpo a non bruciare ossigeno? Sicuramente è una mia percezione, una mia disfunzione, ma è questo che è accaduto, per me l’odore di glicine è stato così maturo e inatteso che ci ho messo un po’ a far dire Glicine al mio cervello e quindi al mio pensiero. Glicine.

Non son nemmeno esattamente come sia la pianta.

Clelia sa di glicine e il suo respiro è tepido, sa cose che mi interessano, mi piace la sua pelle, mi manda foto della sua pelle, lei come me sa che siamo soprattutto entità geografiche a termine, che tracciamo percorsi delebili e che sarebbe bello se non fossero deleteri.

A me interessa capire perché le persone si sdraiano perché solo così potrò sopportare di vedere nella cesta della biancheria la riga di sebo che segna il colletto della tua camicia ogni sabato mattina, ogni volta che vado a buttarci la mia biancheria, perché mi sforzo di collaborare, affinché il fastidio della famiglia gorgogli sempre sui toni bassi, come la tempesta del Giorgione, con il cielo plumbeo, il fulmine lontano, il soldato con la lancia e la donna nuda che allatta.

Mi piace la pelle di Clelia, vorrei vederla nuda, vorrei vederla allattare un nuovo mondo, avrei voluto, ma credo di averla persa, ho questo sentore dall’ultimo messaggio che mi ha mandato, ho pensato che forse anche lei ha cominciato a sudare e a respirare come tutti, forse è inevitabile ad un certo punto venire a patti, ecco, io vorrei finire tutto prima di venire a patti, o, in alternativa, capire.

Solo questo.

Tuo figlio Federico.