
#38
Quando rientro Fabio mi intercetta, sta mangiando arachidi salate da un sacchettino verde e mi chiede cosa ci faccio con la reflex di papà, io gli dico che me la ha prestata perché volevo fare delle foto e lui mi chiede che foto, fotografo gente per strada, gli dico, le tue persone sdraiate? Mi chiede lui, no, gente in piedi che cammina, dico io, ah il fratellino fa street dice lui con un ghigno di sufficienza, fammi un po’ vedere, dice, non ti avvicinare, gli dico, sono affari miei cosa fotografo, poi lo dico a papà che fai le foto alle persone sdraiate, mi dice lui e io spero che gli vada per traverso una arachide, strattono la cinghia della macchina fotografica che lui sta toccando e gliela tiro via di mano, velocemente raggiungo camera mia e mi ci chiudo dentro.
Non ho chiesto a mio padre il permesso di usare la sua reflex e Fabio gli dirà che vado in giro a fotografare le persone sdraiate.
Penso e appoggio la schiena alla porta chiusa a chiave. La fuori c’è un mondo che in gran parte odio.
Non mi viene in mente niente di utile quindi più o meno all’ora di cena io sarò un ragazzo spacciato, quello che importa quindi è scaricare le foto sul mio computer e salvarle in una cartella nascosta.
Documenti > Scuola > Crea nuova > versioni latino > italiano latino > bei voti, seleziono le foto dalla SD e le scarico tutte in bei voti, non è sicuro, ma niente è sicuro a parte la morte di mio fratello. Tutti gli altri possono aspettare.
Rimetto la SD nella reflex e la formatto, poi torno alla porta e giro la chiave nella serratura cercando di fare il meno rumore possibile, apro la porta che oltre la metà cigola, quindi sfilo fuori dalla fessura e sento un rumore di rotelle e un urlo prima di venire investito da mia sorella velocissima nel corridoio sul suo monopattino.
Cadiamo a terra.
Per salvare la reflex vado giù di schiena e quando faccio per rialzarmi mi manca il respiro, Flavia si alza strillando che l’ho fatta cadere, poi vede la reflex e di colpo si calma come non si fosse fatta niente, che ci fai con la macchina fotografica di papà? evidentemente non si è fatta niente, invece io non respiro, che ci fai con la macchina fotografica di papà? urla di nuovo Flavia.
Nessuno che si faccia i cazzi suoi in questa casa, penso, nemmeno mentre sto morendo.
Arriva Fabio che mi vede a terra e non si accorge che sto boccheggiando, non ho idea di cosa avrebbe fatto se se ne fosse accorto, ma ora mi strappa la custodia delle reflex dalle mani, la apre, accende la macchinetta e vuol vedere le foto che ho cancellato.
Dove sono? Dice entrando con la macchina in mano in camera mia e dirigendosi verso il mio computer, io vorrei urlargli di non azzardarsi a toccare niente, ma emetto solo un mugolio da canide ferito, dove le hai messe? mi grida seduto alla mia scrivania Fabio che evidentemente si aspettava di trovarle sul desktop, io chiudo gli occhi, forse muoio.
Quando dopo un po’ la mia respirazione torna quasi regolare apro gli occhi e sono solo, in camera mia sul monitor ci sono un tot di cartelle aperte, controllo, bei voti non è stata toccata, nemmeno Scuola, respiro molto meglio e riporto la reflex nel cassetto del comodino di mio padre.
Mio padre ha comperato questa macchinetta professionale in un momento in cui ha sentito il bisogno di esprimere le sue emozioni in qualche forma artistica e dato che premere un polpastrello sopra a un pulsante risulta facile anche a un bonobo ha scelto la fotografia.
Ci deve essere qualcosa di rassicurante nel possesso di qualcosa di costoso e questa rassicurazione per alcuni non deriva dall’uso, che forse al contrario, specie se necessario, svilisce l’oggetto nella sua utilità, no, ci deve essere una consolazione che deriva dal puro possesso, dal sapere che in un cassetto della propria camera c’è un oggetto di valore che sono stati in grado di acquistare, e se sono stati in grado di acquistarlo significa che anche loro hanno un valore, che in parte corrisponde al valore di quell’oggetto e che nell’insieme corrisponde alla somma del valore di tutti gli oggetti costosi che hanno comperato.
Così papà se ne andava in giro a fotografare di tutto e dopo un po’ mia madre ha detto che la trascurava e trascurava la famiglia e che era una settimana che non andava a buttare il vetro, che c’erano due sacchi di vetro e vai a buttare il vetro. Piuttosto.
Piuttosto.
La cosa si è ripetuta un po’ di volte, poi hanno litigato, mio padre ha dichiarato a tutta la famiglia, in piedi, a capotavola a metà della cena, che non aveva nessuna intenzione di ridursi in schiavitù e di soffocare la sua personalità e le sue esigenze espressive a causa nostra, ma da quel giorno non è più uscito per fare foto.
Ha tenuto il muso per una settimana, poi deve essere successo qualcosa che non so ma che posso immaginare, credo di notte, e lui si è dapprima rasserenato e poi dimenticato della sua costosa macchina fotografica e di qualsiasi necessaria espressione artistica.
Ci sarà un motivo, è così che si dice in questi casi, credo.
Torno in camera e controllo una a una le foto che ho fatto a Clelia e ce n’è una fatta in controluce dove il suo collo pare proprio un territorio.
A cena Fabio mi denuncia e io nego tutto, ma Flavia interviene dicendo che anche lei mi ha visto con la reflex di papà.
A quel punto taccio e aspetto, spero che la mannaia faccia il suo lavoro in fretta.
Se vuoi prendere la reflex per me va bene, mi dice mio padre, basta che me la chiedi e che stai attentissimo a non farle nemmeno un graffio, mi giro verso Flavia che mi ha fatto cadere a terra investendomi col monopattino e le faccio un sorriso smorfia che la fa sbiancare, abbassa gli occhi e dopo un poco dice che non ha più fame.
Io invece finisco di mangiare con appetito e penso che aprirò un blog su Tumblr e lo chiamerò Territorio.
Quando torno in camera messaggio Clelia per dirle che mi pare che le foto siano venute bene e lei mi risponde chiedendomi di scriverle ancora, ma stavolta una lettera vera come ha fatto lei, di carta, da imbucare e spedire.
Mi pare una bella idea, metto l’ultimo di Mary Ocher + Your Government e chiudo gli occhi. Ho la sensazione di avere un futuro.