DAL VOTO SPAGNOLO NUOVI SCENARI A MADRID E A BRUXELLES

Le elezioni politiche in Spagna disegnano nuovi scenari politici a Madrid, ma anche a Bruxelles.
Sfiorando il 30% i socialisti del PSOE si affermano come primo partito, crescono di 5 punti sulle elezioni del 2016 e doppiano i consensi raccolti da ciascuno dei due principali partiti della destra. Nonostante il calo di Podemos, la somma dei seggi ottenuti dalle forze progressiste supera il cartello delle destre. 
Il crollo dei Popolari — che dimezzano i loro consensi — non è compensato dalle altre forze di destra che complessivamente non ottiene i seggi per dar vita a una maggioranza di governo. Lo stesso esito dei nazionalpopulisti di Vox — eccessivamente enfatizzato dai media — in realtà si ferma al 10%, la dimensione fisiologica ottenuta dai movimenti populisti in molti paesi europei. 
Insomma, il PSOE si afferma come l’unica forza politica in grado di offrire certezze e stabilità alla società spagnola. E se certo gli equilibri parlamentari sono risicati, la formazione del governo non potrà prescindere dal PSOE e dalla sua centralità. 
In sintesi: il voto spagnolo dice che la destra può essere fermata e battuta. E lo può fare una sinistra riformista e popolare capace di tenere insieme valori di giustizia, uguaglianza e libertà con la tensione all’innovazione e alla modernità.
Ma l’esito elettorale assume un particolare significato anche su scala europea. A fronte di esiti elettorali che in molti paesi registrano un arretramento delle forze proeuropee a vantaggio di partiti e movimenti nazionalisti e euroscettici, il voto spagnolo segna il successo di un partito dichiaratamente e convintamente proeuropeo. Un esito che dopo il 26 maggio inciderà sugli equilibri interni all’Unione. Non è difficile, infatti, prevedere che Macron e la Merkel — capifila del fronte europeista — tenderanno a stabilire un rapporto privilegiato con il governo proeuropeo guidato da Sanchez. E reciprocamente Sanchez cercherà in un rapporto privilegiato con Germania e Francia la sponda per dare maggiore stabilità al suo governo. 
Insomma: si configura un asse Parigi-Berlino-Madrid come nuova cabina di regia dell’Unione. Rafforza peraltro questo schema il fatto che i tre leader rappresentino le tre principali famiglie politiche proeuropee dalla cui intesa discende il rilancio dell’Unione, arginando le pulsioni antieuropee dei movimenti nazionalisti e populisti. 
È uno scenario particolarmente critico per l’Italia, esposta al rischio di marginalizzazione e rende evidente a quale isolamento il governo giallo-verde abbia condotto l’Italia con una politica estera insipiente e presuntuosa.
La continua polemica con Bruxelles, i conflitti con Parigi e Berlino, l’alleanza con gli euroscettici di Visegrad, le solitarie intese con la Cina, i continui cambi di fronte sulla crisi libica, il rifiuto di una gestione comune dei flussi migratori, gli ammiccamenti filo russi: tutto questo ci ha via via allontanato dai nostri partner europei, rendendoci inaffidabili e condannandoci alla marginalità. Se ne è avuta un ulteriore riprova in questi giorni nel vertice promosso a Berlino dalla Merkel e Macron con i leaders dei paesi balcanici candidati a entrare nell’Unione europea. Da quel vertice l’Italia è stata esclusa, nonostante l’allargamento dell’UE ai Balcani occidentali sia un interesse strategico primario per il nostro Paese.
Adesso con la vittoria di Sanchez e la formazione di un governo proeuropeo a Madrid, l’isolamento dell’Italia rischia di aggravarsi ancora di più.
D’altra parte chi semina vento, raccoglie tempesta.