Dall’Abruzzo arrivano segnali importanti

Il voto delle elezioni regionali dell’Abruzzo segna un primo mutamento del panorama politico nazionale emerso dalle elezioni del 4 marzo ‘18.
 Tre i dati evidenti.
 In primo luogo una affermazione della Lega che ha ormai saldamente occupato lo spazio di centrodestra. Grazie alla leadership di Salvini e cavalcando temi sensibili — immigrazione, sicurezza, pensioni — la Lega ha via via allargato e consolidato il suo consenso elettorale, a spese sia delle altre forze di centrodestra (in particolare di Forza Italia), sia del suo alleato di governo. Con queste elezioni salgono a sei le Regioni — Lombardia, Liguria, Veneto, Friuli, Trentino Alto Adige, Abruzzo — in cui la Lega esercita funzioni di governo.
 Il successo della Lega passa attraverso un forte ridimensionamento del M5S, che perde il 60% dei suoi voti rispetto alle elezioni politiche del ’18, arretra anche sulle elezioni regionali del ’14 e vede il suo candidato presidente scendere in terza posizione. La spregiudicatezza e la demagogia a cui il M5s ha affidato la sua politica, nonché la pochezza e l’incompetenza della sua classe dirigente, sono state duramente punite dagli elettori, a partire dai tanti che soltanto un anno fa avevano riposto la loro fiducia nel M5s e oggi se ne sono allontanati delusi.
 In questo scenario il centro sinistra ottiene un significativo recupero, grazie alla credibilità della candidatura di Giovanni Legnini e ad una strategia di alleanze elettorali larghe. Un voto che sottolinea come il centrosinistra non sia affatto una esperienza esaurita. Al contrario ha possibilità di recupero e rilancio, a condizione di presentarsi agli elettori con una classe dirigente credibile e riconosciuta e offrendo agli elettori un campo largo di centrosinistra. 
 Sarebbe riduttivo guardare alle elezioni abruzzesi soltanto come ad un voto locale. In realtà quel voto conferma dinamiche e tendenze nazionali — in particolare l’espansione della Lega e il ridimensionamento del M5s — già evidenziate in questi mesi da molti sondaggi. E, dunque, il voto degli abruzzesi fotografa quel che è sotto gli occhi di tutti: un governo a doppia conduzione, fondato su una spartizione di temi — alla Lega immigrazione e sicurezza, al M5s il reddito di cittadinanza — sempre meno compatibili. Ne sono prova i conflitti che via via si vanno aprendo: sulla TAV e le infrastrutture, sul federalismo regionale differenziato, sulla gestione dei flussi migratori, sulla politica estera (ultimo esempio la divaricazione sul Venezuela).
 Decisivi saranno, dunque, i passaggi elettorali dei prossimi mesi: le elezioni regionali in Sardegna il 24 febbraio, le elezioni europee del 26 maggio, le elezioni amministrative (andranno al voto 4500 Comuni) e le elezioni regionali in Piemonte e, in autunno, in Emilia Romagna.
 Appuntamenti elettorali nei quali non potranno essere nascoste le difficoltà della maggioranza governativa a gestire uno scenario economico via via più critico. L’eventualità che l’Italia entri in una fase recessiva è sempre più concreta. Le stime di crescita del Pil italiano si riducono mese dopo mese: dal +2 annunciato all’atto della formazione del governo si è scesi via via a +1.5, poi a +1 per scendere ancora a +0.5 fino alla stima odierna di un misero +0.2. Produzione industriale e consumi sono in calo. La disoccupazione — dopo essere scesa negli ultimi tre anni di due punti — supera nuovamente il 10%. Lo spread con i titoli tedeschi oscilla sempre su valori alti.
 Insomma, nonostante il ministro Tria si sforzi di rassicurare, l’Italia rischia uno cortocircuito economico e finanziario. Anche perché risulta fin da oggi evidente la enorme difficoltà che il governo e la sua maggioranza conosceranno tra qualche mese quando dovranno predisporre la legge di bilancio 2020: 23 miliardi a copertura del non aumento dell’Iva, miliardi per sostenere reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100, nonché altri miliardi per tutti gli altri impegni di spesa e di investimento. E peraltro in un quadro che, per effetto della recessione, conoscerà una probabile riduzione di entrate fiscali. 
 Se a ciò si aggiunge l’isolamento internazionale a cui il governo ha condotto il Paese con una politica estera velleitaria e senza bussola, risulta evidente che l’Italia — dispetto di una maggioranza parlamentare dai numeri larghi — rischia di precipitare in una condizione di precarietà economica e instabilità politica.
 Uno scenario che deve sollecitare l’opposizione — e in particolare il PD — ad accelerare la ricostruzione di una iniziativa politica, avanzando proposte in grado di parlare ai cittadini, alle loro ansie e aspettative e promuovendo la costruzione di un campo largo di forze progressiste e europeiste, unite dall’obiettivo di offrire al Paese un’alternativa democratica. Dall’Abruzzo è venuto un primo segnale che quel cammino è possibile. Adesso bisogna proseguirlo, con passo sicuro e spedito.