UN PAESE FERMO E A RISCHIO, ARRESTARE LA DERIVA

“Tanto tuonò che piovve”. L’annuncio della Commissione Europea che l’Italia è passibile di una procedura d’infrazione per eccesso di debito fotografa una dura realtà. Pochi giorni prima la Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia (Roma, 31 maggio) — di cui consiglio vivamente la lettura integrale — delineava già un quadro impietoso e allarmante della condizione economica del Paese. Cose peraltro in questi mesi più volte denunciate, ma le parole del Governatore e l’annuncio di Bruxelles non lasciano spazio a sottovalutazioni o furbizie e obbligano tutti a fare i conti con la realtà: l’Italia è un paese fermo e il rischio del declino incombe. La crescita è stimata nello 0.1, realizzando il più basso trend dei 28 paesi europei. Il sistema produttivo non investe a sufficienza, sopratutto in innovazione tecnologica, scontando così un basso livello di produttività e competivita’. Gli investimenti pubblici — a partire da quelli infrastrutturali — segnano il passo e anche là dove le risorse sono state stanziate si sconta una capacità di realizzazione modesta. Un contesto che non soddisfa la domanda di lavoro, in particolare di giovani e donne, le cui percentuali di inoccupazione sono tra le più alte in Europa.
Una condizione di paralisi, dovuta non solo a fattori congiunturali esterni (la minore crescita della Germania e il rallentamento della Cina che riducono l’effetto traino sulle
esportazioni italiane), ma anche al clima di forte incertezza che promana da un governo inconcludente, confuso e dedito più ad allargare spesa corrente e deficit che a sostenere investimenti e competitività. I “pezzi forti” su cui il governo ha scommesso — reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100 — si sono rivelati un boomerang: il reddito di cittadinanza assorbe una notevole quantità di risorse, senza peraltro che molti dei beneficiari ne traggano reale sollievo (per molti poche centinaia di euro, al di sotto dei 780 annunciati) e il pensionamento a quota 100 si conferma molto costoso e fonte di maggiore indebitamento dello Stato, non compensato fino ad oggi da assunzioni sostitutive dei pensionando. E peraltro per finanziare quelle due misure si sono sforbiciate le pensioni (non sole quelle alte) e stornate risorse dagli investimenti, tagliando importanti capitoli di spesa sociale, il fondo nazionale trasporti, le quote di cofinanziamento dei progetti europei, gli investimenti infrastrutturali. E poiché anche con quei tagli i conti non quadrano e ancor di meno si sa come scrivere la legge di bilancio 2020, il governo si predispone ad aumentare l’IVA (misura peraltro sempre sdegnosamente smentita) con effetti di rincaro di tutti i prezzi e riduzione di capacità di spesa dei redditi di persone e famiglie. Se a tutto questo si aggiunge la proposta di introduzione di una flat tax — che se attuata ridurrebbe di non meno del 30% le entrate da gettito fiscale — la situazione rischia davvero di uscire da ogni possibilità di controllo.
Uno scenario che già oggi produce un duplice perverso effetto: il deficit 2019 previsto nel 2.04 — cifra che il Governo aveva convenuto con Bruxelles — in realtà sarà superiore al 2.5%. E il debito schizza ulteriormente in alto, superando quota 135 sul PIL. Lo spread sfiora quota 300 e per evitare che gli investitori smettano di sottoscrivere titoli italiani, lo Stato e costretto a offrire tassi di interesse sempre più alti. E si rischia che siano ritenuti più affidabili i titoli greci di quelli italiani.
Tutto questo, si badi bene, in un Paese che — nonostante le molte criticità ricordate dal Governatore di Bankitalia — è il secondo sistema manifatturiero europeo, ha alta capacità esportativa, esprime produzioni di alta qualità. E in grado — come dimostrato dai trend 2013–2017 — di realizzare tassi di crescita ben più significativi degli attuali.
Non solo, ma la relazione del Governatore della Banca d’Italia dimostra quanto sia falsa la tesi secondo cui le difficoltà dell’Italia derivino dall’Unione Europea e dall’euro. “Saremmo stati più poveri senza l’Europa. Lo diventeremmo se ne diventassimo avversari” scrive il Governatore che sottolinea “le nostre difficoltà non dipendono dall’euro, ne’ dall’Unione Europea. Quasi tutti i paesi UE infatti hanno risultati migliori dei nostri”.
Insomma, quel che emerge ogni giorno di più e’ la sconcertante inadeguatezza di un governo e di una classe dirigente priva di un progetto di crescita e di una visione di progresso in grado di mobilitare le energie del Paese e di raccogliere la fiducia dei cittadini, degli investitori, dei mercati. Serve una radicale svolta di indirizzi, di scelte, di modo di governare. E poiché l’attuale maggioranza non appare consapevole dei pericoli che corre il Paese, serve una mobilitazione della società italiana, dei suoi tanti mondi, delle sue competenze, delle sue professioni, delle sue intelligenze e delle migliori energie per far comprendere a chi guida l’Italia che bisogna fermare la deriva verso il naufragio. Prima che sia troppo tardi.