Infiniti (R)

Douzen, è passato a trovarci qui al santuario, questo pomeriggio. È ufficialmente il cellario del Toudai-ji, il più grande tempio del Giappone e cuore pulsante del Buddismo Kegon; ma in realtà è colui che tiene saldamente le redini del potere della sua setta, e di buona parte di altre sette buddiste che fanno riferimento al Toudai come centro della loro fede.

È sempre molto cordiale, anzi, direi benevolo, ma la cosa mi preoccupa. In fondo, io sarei dovuto sparire, anzi, morire, una volta completata la mia missione. E invece, sono ancora qui. Per quanto siamo diventati “amici” nel frattempo, il ricordo di quel primo incontro nel suo ufficio, in cui ci aveva rivelato di aver scoperto un “culto blasfemo” nato attorno alla mia navicella, e di non poter permettere che questo accadesse “a un tiro di freccia dal Grande Budda d’Oro”, è ancora ben chiaro nella mia mente.

Quando ci siamo parlati attraverso il comunicatore, gli ho promesso che avrei vissuto una vita molto discreta, all’ombra di Touga-sama, il kami venerato in questo santuario. Credo che abbia capito che sono sincero, ma il timore per la mia presenza lo deve aver spinto a venire di persona.

—Temo che non faremo in tempo a tornare indietro prima di sera. Posso fare la scortesia di chiedere alloggio per la notte per me e per il mio seguito?— chiede Douzen rivolto a Kaori, mentre sorseggia il tè che gli abbiamo offerto.

—Anche se questo umile santuario non è un luogo adatto ad accogliere la santità di persone così vicine alla buddità, mi trovo obbligata a servirvi come posso.— risponde fredda Kaori, accarezzandosi il pancione. Come sempre, una piccola opera d’arte, in perfetto equilibrio fra la più squisita cortesia Giapponese e un manifesto disprezzo, ma espresso con tanto garbo e diplomazia che Douzen non può che sorriderle.

A Kaori, Douzen non è mai andato a genio, sin da quando l’abbiamo incontrato alle porte di Nara. Per di più, lo stato avanzato della gravidanza la predispone al cattivo umore.

Douzen succhia rumorosamente un altro sorso di tè, e lo manda giù con aria soddisfatta.

—Non ho mai assaggiato un tè così squisito.—

—È l’umile varietà che viene da Uda; il nobile palato di Douzen-geika sarà certo abituato a bevande assai più raffinate.—

—Non è la varietà. È la mano che l’ha preparato ad essere eccezionale.—

Per un istante, il complimento fa breccia nella compostezza di Kaori. —Arigatai go-kotoba wo.— risponde, e china il capo più per nascondere un velo di rossore che riesco a scorgere da qui che non per mostrare umiltà.

Douzen, il volto sereno di un uomo quasi anziano, con la testa tirata a lucido come il suo credo impone, sorride come un nonno sorriderebbe alla nipotina. E mentre ancora sorride,

—Veniamo al dunque.—

Ecco. Adesso sono guai.

—Ryan-sama, sono offeso a morte!— Sgrana gli occhi verso di me, ma con la bocca mi sorride.

—…Eh?—

—Mi avevi promesso che mi avresti spiegato cos’è quella luce in cielo, e adesso scopro che volevi andare a morire senza dirmi nulla!—

Ah, già! La supernova. La sera che aveva raggiunto il picco di luminosità, Douzen mi aveva chiamato sul comunicatore, sperando che potessi spiegargli cos’era quella luce brillante come la luna, che aveva gettato nel panico la gente di Nara. Gli avevo detto che non c’era nulla da temere, e che gli avrei spiegato meglio quando ci saremmo visti di persona ma… quando la nave era pronta a partire, non me l’ero sentita di ritardare l’ultimo atto della mia missione. Non c’era modo di tornare: la navetta non ha un sistema di guida per il rientro nell’atmosfera. Ero certo che non ce l’avrei fatta, che mi sarebbe rimasto solo da scegliere come morire, e ogni istante di vita con questa consapevolezza era un peso insopportabile.

Forse è per questo che, ancora dopo una settimana, tremo, e allo stesso tempo scoppio a ridere.

—Sì, scusami, avevo altro per la testa…— mi inchino profondamente come un bravo Giapponese e aggiungo: —Chiedo umilmente perdono!—

—Sì, sì, sei perdonato. Ma adesso, me lo vuoi spiegare?—

E così, gli racconto di come le stelle, una volta esaurito l’idrogeno, collassino sotto al loro stesso peso, scaldandosi ancora di più, fondendo atomi sempre più pesanti, fino a quando il nucleo della si trasforma in plasma di atomi di ferro; e lì esplode.

Spiegare cosa siano gli atomi mi riesce più facile di quanto credessi: proprio come Demostene aveva teorizzato gli atomi solo grazie al puro ragionamento, anche nella filosofia buddista ci sono correnti di pensiero che si erano interrogate sulla natura della materia, ed erano giunte a conclusioni simili. E Douzen ha una cultura sconfinata, per un uomo del suo tempo, ed una mente penetrante.

—Solo… ci eravamo sbagliati. Quelli che avevamo trovato non erano “privi di taglio”, “indivisibili”. Sono composti di parti ancora più piccole, che si possono ricombinare e fondere. È quello che succede nel cuore delle stelle.—

—E allora perché non li avete chiamati in un altro modo?—

—Perché quando li abbiamo trovati, pensavamo che fossero davvero il granello più piccolo di materia, e sai, quando dai un nome ad una cosa, poi è difficile cambiarlo…—

—Sì, ma… se poi si continua a cercare…—

—Beh, a dire il vero c’è anche un’altra ragione. Anche se abbiamo scoperto che quelli che avevamo chiamato atomi si possono dividere… sono davvero l’ultimo granello di materia. Un atomo di ferro è ancora ferro; ma le sue parti sono qualcosa di molto diverso. Quindi, in fondo, è un nome adeguato.—

—Ah, capisco… ma poi avete continuato a cercare. E l’avete trovato, alla fine, il vero atomo?—

—Il vero atomo?—

—Sì dico… il mattone su cui è costruito l’universo!—

—In un certo senso, l’abbiamo trovato ma… la risposta potrebbe essere mu.—

Douzen sgrana gli occhi e si piega indietro, quasi mostrando fisicamente il suo disgusto.

—Non venirmi a raccontare le fantasticherie dei Ch’ang. Quelli sono dei visionari infervorati, e i loro ragionamenti non hanno né capo né coda.—

La corrente buddista Ch’ang era nata in Cina verso la metà del 900, ed è quella che avrebbe dato origine al buddismo Zen in Giappone, quattrocento anni dopo.

Il Kegon, basato su un rigido corpus filosofico-dottrinale è diametralmente opposto all’idea che i Ch’ang hanno dell’illuminazione attraverso una comprensione diretta della realtà. Ci sono molti punti di contatto fra il Kegon e la filosofia greca, e per questo, Douzen deve vedere il buddismo Ch’ang come la massima eresia. E anche se capisce l’idea di mu, della non-assenza e non-presenza, della non-dualità che non è unità, probabilmente non la condivide… E infatti, quasi borbottando:

—Quelli dei Ch’ang sono meri esercizi di grammatica. Guarda, li posso fare anche io: che cos’è un fuoco che non brucia? Un’acqua che non bagna? Un cibo che non nutre? Un’idea che riempie la pancia?

—Ecco, vedi? Basta dire qualsiasi assurdità e sembra di parlare Ch’ang!— Sbuffa e borbotta Douzen.

Sorrido, pensando che la filosofia Ch’ang deve stare al Kegon come i sofisti stanno ai platonici.

—Vedi, il punto è che, una volta spezzato l’atomo, abbiamo iniziato a trovare delle cose che non sono più vera e propria materia. Le abbiamo chiamate “particelle elementari”, perché credevamo che fosse tutto lì, di essere arrivati al mattone dell’universo, come lo chiami tu.—

Apro gli emettitori e proietto nell’aria il familiare schema dell’atomo. Douzen mi ha già visto farlo in altre occasioni, ma sul suo volto passa un’ombra di spavento per la sorpresa. Quasi gli chiedo scusa, ma lo spavento è sostituito dalla curiosità così in fretta che decido di lasciare perdere.

—Ecco, gli atomi sono formati da due parti; al centro, un nucleo, come il nocciolo di una pesca; fuori, una nube formata da piccolissime particelle che si muovono così veloci, da essere in più posti allo stesso tempo.—

—Eh?—

—Sì, vedi… queste qui fuori sono particelle della stessa materia di cui sono formati i fulmini.—

—Oh… quindi questa nube trasparente è come un fulmine?—

—Più o meno… un fulmine che continua a girare per sempre attorno al nocciolo. Immagina la parte gialla della pesca formata da una sola briciola, ma che si muove così velocemente che quello che vedi è il frutto intero. Non fai in tempo a vedere quella briciola, perché appena la vedi è già da un’altra parte, e lo fa così tante volte che, nel solo tempo di vederla, ha attraversato tutta la polpa.—

—Come… roteare una corda tanto veloce che sembra un disco…—

—Già. Ecco, noi pensavamo che fosse tutto qui. Solo, siamo molto curiosi, e ci siamo chiesti cosa ci fosse in quel nocciolo… insomma, cosa potesse tenere quel fulmine aggrappato per sempre attorno a sé…—

—E cosa c’è?—

—Altre particelle più piccole. E indovina…?—

—…Anche quelle… sono fatte di particelle più piccole?—

—Sì.—

—Ma ad un certo punto, ci dovrà essere un mattone su cui si basa tutto!—

—Beh… la risposta è mu.—

—Ancora!?! Guarda che mi offendo!—

—Haha, no, no scusa, è che… realmente, la risposta richiede un pensiero che non è quello di tutti i giorni. Lascia che ti spieghi. Prova… a battere le mani.—

—Eh?—

—Fidati. Batti le mani.—

Douzen batte le mani.

—Beh?— mi chiede.

—Pensaci bene. Come è possibile che tu ci sia riuscito?—

—Così.— mi guarda serio, anzi, imbronciato, e batte le mani di nuovo.

—Già ma… il punto è che le tue mani non possono battere. Vedi, all’inizio c’è un mezzo braccio di distanza. Poi, mentre le avvicini, ad un certo punto, ci sarà la metà di mezzo braccio. Poi, la metà della metà di mezzo braccio.—

—Sì, e poi la metà della metà della metà. Ho capito, ma questo cosa c’entra?—

—Quante volte attraverserai una metà dello spazio precedente?—

Douzen apre la bocca per rispondere, ma rimane gelato nel gesto.

—Forse un milione? Un miliardo? Mille miliardi?—

Douzen annuisce senza rispondere. Poi, quasi sussurrando: —Non c’è un numero…—

—Esatto. Per battere le mani, le tue mani devono attraversare un numero infinito di spazi. O in altre parole, devono percorrere una distanza infinita.—

—No, la distanza è sempre mezzo braccio.— cerca di refutare la mia tesi.

—Già… ma mezzo braccio è fatto da infiniti spazi divisi a metà.—

—Non può essere: se così fosse, non potrei battere le mani!—

—Perché?—

—Perché le mie mani dovrebbero attraversare una distanza infinita!—

—Infatti… eppure, ad un certo punto, le mani battono. Perché?—

—Forse… lo spazio non può essere più piccolo di tanto?—

—Era quello che credevamo anche noi. Infatti, andavamo alla ricerca di questo “mattone” di spazio; e ogni volta, c’era qualcosa di più piccolo… No, la spiegazione è un’altra.—

—Oh, mi arrendo. E piantala di guardarmi con quel sorriso! Me lo vuoi dire o no?—

Un po’ mi dispiace dargli la risposta così, senza farlo faticare; so che ci può arrivare da solo, ma… —L’unica spiegazione possibile è che anche le tue mani si muovono ad una velocità infinita.—

—Aspetta, aspetta un attimo… ma così, le mie mani batterebbero troppo in fretta! Dico, non ci sarebbe il tempo di muoverle!—

—Oh, sì che ci sarebbe, se dovessero attraversare uno spazio infinito.—

—Non capisco…—

Qui, avere il concetto di passaggio al limite farebbe comodo, e soprattutto farebbe comodo se ci avesse giocato un po’ come si fa a scuola, giusto per vedere come si trasformano i numeri e gli infiniti. Ma dovrò fare senza.

—Ad ogni istante, le tue mani attraversano un numero infinito di spazi infinitamente piccoli e quindi, la loro velocità è infinita. È da questi due infiniti in lotta fra di loro, la velocità delle mani e gli spazi che devono attraversare, che nasce il tempo di batterle.—

Douzen mi guarda fisso, quasi come se avesse ricevuto una qualche sorta di illuminazione.

—Tutto quello che esiste, esiste perché infiniti dello stesso tipo, gli uni sugli altri, gli uni contro gli altri, lottano per una supremazia che non possono ottenere.—

—Ci sono infinite particelle, sempre più piccole, infinitamente piccole, le une dentro le altre.

—Come per il tempo che nasce dalla velocità infinita delle tue mani, che lotta contro lo spazio infinito fra di esse, così la materia nasce dalla profondità infinita delle sue parti, e dal numero infinito di esse.

—Quello che esce da questa lotta è un numero, un numero che per noi ha un senso, un numero che nella nostra testa diventa qualcosa di concreto, come il tempo, o come questo pavimento su cui siamo seduti.—

Douzen, con la faccia sempre illuminata, sussurra: —Nessun mattone…—

E io: —Infiniti mattoni.—

E insieme: —Mu.—


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