Missing winner

Parole di Enzo Baruffaldi

(Storia originariamente apparsa a gennaio 2014.) C’è un posto in viale Zagabria tra i palazzoni residenziali e il parchetto di quartiere, sopra al baretto dove si serve fino a tardi Amaro del Capo. C’è un posto che esiste da quasi tanto a lungo quanto una certa band di Manchester e che, come la band, trascende volti e decenni. Enzo ci racconta di una notte indistinta d’un inverno imprecisato.

Fotografia di Greg Neate

La prima persona che vedo entrando nel cortile del Covo è un uomo sui cinquant’anni, con i capelli quasi del tutto bianchi e un occhio nero. Sta seduto su una panchina, stretto in un cappotto che ormai non sa più come tenere caldo. Fissa la sigaretta nella sua mano, la mano è appoggiata sul ginocchio. Con l’altra mano si tiene la guancia gonfia. Mi dicono sia il tour manager dei Fall, e l’occhio nero glielo avrebbe lasciato Mark E. Smith in persona, dopo una discussione al soundcheck il giorno prima. Chissà se è vero. Quanti anni ha Mark E. Smith? È ancora capace di buttarsi in una rissa? Oppure di fronte a uno come lui saresti disposto ad accettare tutto, anche un colpo ben piazzato sotto lo zigomo? Pare che poi il tour manager abbia chiesto di recapitare un mazzo di rose in camerino per farsi perdonare. Non ci credo, dai. Entriamo, starà per cominciare.

E invece no, il locale è mezzo vuoto. Ma è una sera di febbraio senza neve e senza nebbia. Dove siete tutti? È una di quelle sere d’inverno in cui il freddo sembra avere risucchiato via tutta l’aria dalla città. La vita è altrove. Ma sono cose che non succedono per caso.

Bevo una birra, in sala personaggi che conoscerò anni dopo, guardo flyer delle prossime serate e aspetto di capire cosa ci faccio qui. Quando Mark E. Smith attraversa il pubblico per dirigersi verso il palco quasi non me ne accorgo. Indossa una camicia blu o forse grigia, sotto le luci dei riflettori non saprei, pantaloni troppo larghi, alti in vita, e una giacca che quasi gli cade dalle spalle. Sembra proprio la rappresentazione vivente del modo di dire “mucchietto d’ossa”. La cosa che mi disturba più di ogni altra sono le sue guance scavate, svuotate dagli anni: il modo in cui proprio a lui, lui che per tutta la vita ha fatto delle parole e di quel modo di pronunciarle dentro a delle canzoni il suo tratto unico, il tempo sembra voler rubare la bocca, come se dovesse metterlo a tacere.

Ha negli occhi una luce d’ossessione e quando la band attacca a suonare stringe un pugno e lo ficca con rabbia nella tasca della giacca. Poi afferra d’impulso il microfono e la sua voce è qui. Non in una cassetta, in un libro, non su NME. Scagliata dall’elettricità lungo i fili dell’impianto, fino alle casse legate ai muri con delle catene: la voce di Mark E. Smith è con noi.

Quell’inverno i Fall portavano in giro Are You Are Missing Winner, che credo nessuno definirebbe un disco memorabile. Ma non importava. Del resto, come aveva scritto la webzine Perfect Sound Forever, “there’s never been and never will be a ‘perfect’ Fall record but that’s part of what’s made the group so vital — they still fuck around a lot and take chances”. Ecco, io allora non lo sapevo ma intuivo che non era poi così necessario riconoscere quelle canzoni, tanto di sicuro non avrebbero suonato le vecchie hit che avevo nel loro unico cd, la compilation degli A Sides. Importava di più stare in mezzo a farsi travolgere. La band che lo accompagnava mostrava una freddezza e una distanza deprimenti. I suoni erano glaciali, duri e meccanici. Le chitarre stridevano e la batteria schiacciava ogni altra possibilità. Una squadra di picchiatori nel pieno della missione.

Del disco nuovo sono quasi certo che fecero My Ex-Classmates Kids, c’era quella reiterazione beffarda, esasperata, che lasciava interdetti. Magari poi lo suonarono per intero, chissà, ma ogni nota sembrava così stravolta che era difficile dirlo con sicurezza.

Ricordo ancora bene due cose: il pubblico con i nervi a pezzi che a piccoli gruppetti comincia a uscire dalla sala dopo quasi un’ora di concerto in cui ogni pezzo sembra la continuazione del precedente, e non si intravede nessuna fine; e l’ostinazione di Mark E. Smith nel continuare a essere Mark E. Smith. Lo vedevamo inciampare su tutti i cavi, sbattere contro gli strumenti, rivolgere un plateale gesto con il pollice tipo “ti taglio la gola” in direzione del chitarrista. Il caos era al punto massimo della tensione.

La lotta che conduceva, lì sul palco, con i suoi proclami e i suoi crolli, non era contro di noi, né romanticamente era rivolta contro se stesso. Tutta la ferocia intrisa di sarcasmo di Mark E. Smith aveva un solo bersaglio, la musica, l’unico avversario che valesse la pena continuare a combattere. Un muro di musica che lui cercava di abbattere e ricostruire, contro cui sbatteva a ripetizione, ma senza mai mollare la presa per un istante. Lo scatto sprezzante con cui si voltava verso il microfono, come se “fosse costretto” a cantare, era un attacco a sorpresa. Tutte le parole masticate e incomprensibili erano un modo per confondere l’avversario. Lui rimaneva attaccato alla musica con le sue dita ossute, sembrava reggersi a malapena sulle gambe ma non cedeva. La musica forse alla fine avrebbe vinto, ma Mark E. Smith, sopra quel palco da cui sembrava non dover mai scendere, aveva venduto cara la pelle.

La gente se ne è andata quasi tutta. Quelli rimasti si buttano a ballare nella prima sala, per dimenticare lo sforzo appena compiuto. Io vado a staccare il poster del concerto dalla porta: un enorme foglio di un rosso accesso e in mezzo soltanto le lettere t h e f a l l.


Enzo Baruffaldi, laureato in filosofia, è l’autore di Polaroid e lo storico conduttore di Polaroid alla radio, in onda su Radio Città del Capo. Ha portato con onore il titolo ufficioso di sindaco dell’indie pop. Il testo dell’articolo è apparso in inglese su Vicious, la fanzine allegata all’edizione in vinile del disco di His Clancyness, uscito a novembre 2013 su FatCat.

Like what you read? Give Daniel Giovannini a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.