
Positività sessuale in un mondo ferito
di Luca Boschetto
Uno degli aspetti che frequentemente vengono citati della cultura poliamorosa che stiamo creando è che avrebbe un approccio mediamente più positivo nei confronti della sessualità rispetto alla cultura dominante nella quale siamo immersi e dalla quale proveniamo: ciò che in lingua inglese viene chiamato sex-positivity. Alcuni autori1 addirittura considerano questa positività sessuale uno dei pilastri della filosofia poliamorosa.
Eppure, sia nella nostra esperienza con gli incontri in Italia che all’OpenCon chiusosi di recente nel Regno Unito, aleggia sempre di più nella nostra comunità la sensazione che forse la positività sessuale, come viene normalmente interpretata, possa non essere sufficiente a creare un ambiente e una cultura poliamorosa totalmente sani o che, addirittura, la positività sessuale potrebbe avere alcune grosse controindicazioni2.
Forse vale la pena di definire con più precisione cosa significhi davvero positività sessuale in un contesto nel quale — come del resto anche nella cultura dominante da cui proveniamo — sono presenti persone che hanno sofferto abusi per mano di altri dalla sessualità non sana, dove ha pieno diritto di cittadinanza anche l’orientamento a-sessuale e dove il privilegio maschile è tuttora così forte e porta con sé quelle dinamiche cacciatore-preda che inquinano il mondo, e che spesso esondano anche nella cultura della nostra comunità per quanto possiamo cercare di evitarlo.
Iperprotettività
Continuiamo a prendere come esempio l’OpenCon. L’OpenCon non è un evento dove si vada per trovare nuovi partner: è una conferenza (o meglio, una non-conferenza) sulle relazioni consensualmente non-monogame dove si tengono workshops di vario genere. Tuttavia, essendo frequentata da adulti poliamorosi, è normale che alcuni, in un ambiente dove la facilità a interagire sessualmente non è stigmatizzata, possano aver voglia di andar oltre, forse anche agevolati ad una maggiore apertura da alcuni workshop con un forte contenuto di lavoro corporeo.
Per questo motivo in alcuni OpenCon passati alcuni facilitatori hanno previsto, a margine dei loro workshop, spazi per coloro che non avevano una stanza privata dove potersi incontrare in intimità e tranquillità con vecchi o nuovi partner qualora ne avessero avuto desiderio.
All’OpenCon di quest’anno, invece, gli organizzatori hanno preferito non farlo. La motivazione ufficiale è che ciò avrebbe potuto costituire una forma di peer pressure3 nei confronti di coloro che non desideravano coinvolgersi in attività sessuali. In pratica: siccome essere sex-positive4 è ciò che sembra ci si attenda da una persona che viva la cultura poliamorosa, dire di no potrebbe essere percepito per alcuni come un problema.
Una soluzione con soli perdenti
Ma d’altra parte, non predisporre l’ambiente in modo da consentire a coloro che, davvero liberamente, vogliano viversi la loro sessualità comporta due svantaggi che, sovrapposti, vanno a colpire tutta la comunità:
- limitano la libera espressione di coloro per i quali l’acconsentire ad un’interazione sessuale non è frutto di peer pressure ma di libera scelta;
- è un atteggiamento paternalistico e protettivo che limita la possibilità di chi sia sensibile alla peer pressure di imparare a gestirla in modo efficace5.
Servono relativamente a poco gli esercizi che di solito vengono proposti, ad esempio all’inizio dei cuddle party, sul dir di no e sull’accettare il rifiuto: se comunque il nuovo “essere cool” è essere sex-positive, per molti potrebbe non essere sufficiente un esercizio del genere per smettere di sentire il peso di questa peer pressure.
È emblematica, in tal senso, la scarsa efficacia di un’altra misura messa in atto all’OpenCon: l’invito a usare sempre, anche prima di un semplice abbraccio, la formula “would you like a hug?” (“vorresti un abbraccio?”) alla fine non fa altro che creare un’atmosfera dove, se mi è stato chiesto correttamente, io mi sentirò in difficoltà a dire di no. Come al solito: una regola formale non risolve una carenza culturale.
Un’alternativa con soli vincitori
Forse sì. Forse una soluzione che possa gradualmente portare a rispettare i bisogni di tutti, e che non si basi su atteggiamenti paternalistici, è ridefinire culturalmente il concetto di cool, ovvero di cosa sia socialmente stimato come positivo, nella cultura della nostra comunità. Forse si può partire dal puntualizzare con precisione la definizione. Sex-positive è colei o colui che riconosce la possibilità di mettersi in gioco sessualmente con facilità per quello che è: una possibilità, appunto, e tale può rimanere solo se la scelta di non mettersi in gioco sessualmente ha esattamente la stessa dignità e apprezzamento sociale (“coolness”) di chi sceglie di togliersi le mutande in un battito di ciglia.
E pertanto, va ridefinito cool chi è in grado di dire no. Ma… un attimo: perché quella persona sarebbe così cool? Cavolo, mi ha appena rifiutato!
Beh, ricordiamo che l’etica alla base della nostra filosofia relazionale prevede che ogni interazione sia basata sul pieno consenso di tutte le persone coinvolte — e, cosa spesso non sottolineata a sufficienza, fra le persone coinvolte non ci sono solo gli altri partner, ma anche e soprattutto quel partner col quale sto condividendo l’intimità in quel preciso momento.
Ora, credo sia condiviso dalla stragrande maggioranza nel nostro ambiente che quei momenti sono tanto più intensi e meravigliosi per tutti quanto più tutti sono a bordo nel loro pieno entusiasmo. E allora, l’unico modo per essere sicuri che quella persona che mi ha detto di sì e con la quale ora sono abbracciato pelle a pelle c’è con tutta se stessa è solo se so che quella persona, in caso non lo avesse desiderato, sarebbe stata in grado di dirmi serenamente un no, grazie. Questo è ciò che la rende tanto cool.
È in questo che risiede tutta la coolness di chi mi sa dire di no: perché solo se mi sa dire di no, so che il suo sì vale come sì pieno, e ciò mi concederà di godere appieno della nostra relazione. E per questo la ringrazierò, che mi dica di sì o di no. E questo ringraziare, questo riconoscere quanto è cool dire di no fa di noi degli agenti di cambiamento culturale, per una cultura dove la sessualità sia vissuta sempre meno come qualcosa di rischioso, per tutti.
- I dodici pilastri del poliamore, di Ken Haslam, su questo stesso sito. ▲
- Sites of Violence: Why Our Notions of “Sex Positive” Feminism Are in Need of an Overhaul, di Kelly Rose Pflug-Back, su The Feminist Wire. ▲
- Letteralmente, “pressione dei pari”, ovvero quelle pressioni psicologiche che portano ad acconsentire ad un comportamento per non essere considerati al di fuori del gruppo. ▲
- Useremo nel resto del testo l’espressione inglese, in mancanza di un equivalente sufficientemente sintetico nella lingua italiana. ▲
- Polyamory and the nanny state, di Monica Barbovski, su PopAnth.. ▲
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