San Francisco: perché pagare per un hotel quando puoi dormire sul marciapiede?

Prima parte: l’umorismo è una creatura a due teste in cui una ride del pianto dell’altra

San Francisco

1.1 Il mio avventuroso viaggio in USA inizia con una bella notte in un ostello nella profonda periferia di Milano. Saronno, precisamente. Che c’entra con l’America? Poco e nulla, ma l’aereo dovrò pur prenderlo da qualche parte no? La cosa più eccitante mentre mi dirigo verso la prima sistemazione di questo disgraziato viaggio è constatare la mancanza di bagni pubblici nel tragitto dalla stazione all’ostello. Ciò si palesa nella mia testa contando il numero di persone col proprio arsenale all’aria mentre si trastullano ad innaffiare il selciato dei rocciosi marciapiedi saronnesi.

La notte, o quel che ne resta, scorre tranquilla, a parte l’afa insopportabile e un certo odore di formalina. La mattina, ristorato da ben quattro preziose ore di sonno, mi dirigo verso Malpensa, dove con molta pazienza e un paio di bestemmie immaginate mi imbarco, sbarco, mi reimbarco su una lunga serie di aeromobili statunitensi, che mi accompagnano in un bel tragitto Milano — New York — SF. Dopo solo 18 ore circa di viaggio, bacio l’arida terra statunitense. Un cecchino dell’aeroporto mi guarda molto male. Io sorrido. Sempre sorridere, sempre. Sono leggermente stordito dal jet lag e dalla mancanza di ristoro, ma noto già un po’ di cose:

Sono le 22, fa freschino, ci vuole il giubbino. Ma sempre meglio dei 5 gradi del volo United NY-SF. Accostamento climatico: Scarperia (Toscana, Italia) 1 — San Francisco (California, USA) 0.

La Bart, versione femminile di un noto pupazzo giallo travestita da metropolitana, è bruttina e piena di macchie di non so che sulla moquette. Difetta di stile. Anche la vecchia tube di Londra è molto sudicia, ma almeno ha stile da vendere. Non c’hanno nemmeno la vocina automatica che annuncia le stazioni. Un ganzo mi si è rotolato accanto fin sotto il sedile, ma non mi sembrava ubriaco. Poi mi ha guardato; ho avuto paura.

Uscito su Powell Street, pieno centro, in 5 minuti ho contato almeno 10 fra disgraziati a rovistare nei cassonetti, briachi vocianti e mezzi tossici ripiegati agli angoli. Però loro si barbeggiano con stile. Uno cercava successo in forma di dollari intonando l’inno americano. Classe da vendere.

Dopo dieci minuti di cammino in direzione letto, una famiglia con forte accento del nord Italia suscita la mia attenzione: mi giro e li osservo attentamente. Uno dei figuri ha il naso aquilino, bazza sporgente, capelli bianchi: brutto forte. Accento insolente e voce stranamente familiare. E’ quell’unghia incarnita di Maurizio Belpietro. Mi chiedo come mai non stia vociando nemmeno troppo, poi mi rendo conto che quivi è un perfetto sconosciuto e quindi il suo celebre mantra “rompi il cazzo rompi il cazzo rompi il cazzo” è disattivato. Potrebbe provare con uno di quelli che rovista i cassonetti, magari ci scappa giustizia.

Ogni 10 metri c’è un cartello che indica un potenziale pericolo. Sono molto fifoni gli americani o forse te la vogliono solo far piglià male? A me intanto con Belpietro un po’ male m’è presa. Per fortuna non sanno chi sia, altrimenti altro che cartelli, ci trovavo i carrarmati. Andrò a letto pensando sia solo un brutto sogno.

(continua qui)

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