San Francisco è pieno di geek che non somigliano a Justine Timberlake

Una bella foto panoramica ci rimette sempre in pace col mondo

Parte quarta: conferenza sofferenza, barboni ingegnosi, cani leccagambe

1.4 In Union Square oggi c’è una bella atmosfera. Un paio di concertini di tango semi improvvisati e una mostra di quadri, alcuni carini, si mescolano al rumore delle macchine onnipresenti, al dindon delle cable cars, e a qualche zaffata di barbone nelle vicinanze. Un rombo di Lamborghini in partenza di fronte al negozio di Ferragamo gira le teste dei passanti. Accanto a me un ragazzo molto gaio mi saluta con un sorriso e un cane passando mi lecca una gamba. Bene così.

Al Moscone Center oggi si apre la conferenza annuale di vmWare, noto software di virtualizzazione e anche di più. Munito di occhiali neri e cappello alla Vasco (ma, alas, senza pass di alcun genere) provo a far breccia nel muro di security, ma vengo gentilmente respinto e relegato al book store dirimpetto. Sto per indignarmi facendo presente che “anch’io ingegnere informatico sono!”, ma poi desisto. In libreria molti personaggi si affollano di fronte agli scaffali, la stragrande maggioranza dal sovrappeso all’obeso. Tutti o quasi hanno gli occhiali.

Apparentemente il libro che va per la maggiore è “Tecniche avanzate di virtualizzazione con vmWare 2013”. In molti acquistano anche la maglietta col logo dell’azienda stampigliato davanti. Mi chiedo se la indosseranno come pigiama o davvero ne faranno un marchio di riconoscimento per le affollate lobbies delle loro prossime convention. Questi, amici, sono i nuovi controllori del mondo, esercito ordinato e in debito di diottrie di sviluppatori e project manager. Mentre me ne ritorno a testa bassa verso il centro, ripenso alla California di “Social Network” e a Justine Timberlake che in veste di rockstar dell’informatica spacca culi, sniffa polverine in parties all in, seduce modelle di Victoria’s Secret, e nel tempo libero fa milioni di dollari con le sue startup. Ripenso a come quel film ogni volta mi lascia un nonsochè dentro e mi mette un piccolo meno alla base dello stomaco. Sentirsi piccoli piccoli di fronte ai nuovi capi del mondo, questi geni dell’hitech che pensano e parlano velocissimo. Strano però, nessuna traccia di tutto ciò oggi al Moscone Center. Solo facce slavate e occhietti miopi pronti ad emozionarsi per come l’html5 anima bene i bottoni.

Sono seduto su una panchina dello Yerba Buena Gardens, quando un ragazzotto nero mi si avvicina e mi fa segno di battergli il pugno. Massì vai. Ha una faccia molto sciupata e gli mancano diversi denti. Direi che siamo un po’ al limite del presentabile, però non puzza e comunque oggi tira vento. Diciamo che come barbone è quasi un vip. Nel frattempo si è seduto accanto a me e in 30 secondi siamo buddies, ciriamici del cuore. È simpatico, non foss’altro perché è sdentato e non capisco una sega di quel che mi dice. Gli chiedo di San Francisco, dice che i soldi se la sono mangiata e che uno come lui deve lavorare 16 ore al giorno per campare. È già il mio idolo. Mi consiglia “Philadelphia, vai li e poi puoi farti 5 stati in un giorno su fino al New Jersey”. Mi chiedo a che pro, ma per fortuna non mi legge nei pensieri. In compenso mi sta proprio simpatico, parliamo un po’ dell’Italia e in due minuti mi ha ribattezzato “Tony Oh”. Tutto va a gonfie vele, adesso ho un vero amico americano che mi aiuterà a vivere il sogno e a fare il primo milione di dollari. Superato questo momento difficile, insieme fonderemo la nostra startup innovativa e quando sarò triste e avrò nostalgia di casa mi tirerà su di morale col suo sorriso sdentatone. Divideremo la copertina del Times e tutti ci chiederanno ad libitum di raccontare il nostro primo incontro sulle panchine dello Yerba Buena Gardens. E mentre sto pensando a contattare David Fincher per vendere i diritti per il film della nostra storia, mi chiede 3 dollari e 65 per l’autobus e blah blah blah. Bastardo, scaltro e sdentato. Glie ne do 3 perché mi ha spezzato il cuore. Lui si alza e se ne va. Ciao amico americano, il sogno è innocuo quando dura poco.

Son già due sere che all’angolo fra la Geary e Powell trovo questo duo basso + batteria che spaccano il culo con un sano punk grunge funk tutto ritmo e cattiveria. La gente per vederli intasa il marciapiede e delle ola di godimento attraversano la strada in quattro direzioni. Se solo avessi un violino e due pedalucci. Ma non ce l’ho e quindi via, verso nuove avventure.

(continua qui)