San Francisco ha un ponte rosso perfetto per buttarsi di sotto

Ponte Rosso tutto d’oro

Parte quinta: piedi urticanti, erba costosa, brasiliani forever

1.5 Questa bella bruma mattutina mi mette voglia di camminare.

Ore 8.30: idea geniale, vado al Golden Gate Bridge e lo attraverso, tutto a piedi partendo dal centro!

Ore 9.30: alla grande, sono il meglio, si parte!

Ore 11.30: due ore a piedi e ancora sto pontaccio di cacca non si vede. Che idea malsana, sono il peggio.

Ore 12, all’ingresso del ponte: non mi sento più le gambe, torno indietro.

Mentro medito di adottare la mia tattica preferita, “fuga con disonore”, due vecchi bacucchi con tanto di occhiali Oakley running mi passano avanti di gran lena. Decido che non sono da meno e balzo in direzione ponte senza guardarmi indietro. E’ un successo. Com’è il ponte? Beh è un ponte rosso, un po’ come quello Rosso di Borgo San Lorenzo e Firenze. È grosso e vibra molto. Attraversarlo è simpatico, soprattutto perché gratis. Peccato che ci siano milioni di macchine che lo attraversano al minuto, quindi se avere un partner o un amico munitevi di interfono o comunicare sarà impossibile a causa del rumore assordante. Chi ha vissuto a Bristol converrà con me che ricorda un po’ il Clifton Suspension Bridge.

Il ponte è solido
Ma c’è sempre qualcuno che ci prova. Del resto se non ci mettono il numero.

Capacità comunicative: disastro totale. Sono in un supermercato a comprare un panino perché dopo 25km a piedi muoio di fame. Mettendomi in coda alle casse automatiche (che per inciso usano lo stesso software di quelle UK, ma con l’accento americano! Ohiohi) urto con il gomito una signora in coda. Istintivamente le chiedo scusa, e mi accodo. Dopo poco quella di gira e mi fa: “mi hai mica chiesto scusa?”. Si. “È una parola che non sento da molto, qui nessuno la usa più”. Beh, è un buon apridiscorso, potrei attaccarle un interessante pippone e raccogliere le sue impressioni su ciò che l’america è stata, è, e sarà. Giusto per fare due chiacchiere. Ok, 1 2 3… e tutto ciò che mi esce dalla bocca è uno stupido risolino. Che ci sono venuto a fare in USA se non riesco nemmeno a ciarlare un poco con la signora del supermercato? Capacità comunicative: disastro totale.

Stordito ed esangue dalla camminata assurda, mi rifugio su una collina del Golden Gate Park. È un bel parcone, dirimpetto allo Haight, e infatti quando entri devi superare un muro di stravaganti venditori di vari tipi di erbe mediche. Non quelle che si vedono nei prati, ecco. Rifiuto carinamente (molto costoso) e mi accascio mentre accanto a me vari gruppi di San Franceschesi si passano dei gran ciloni. Questa zona del parco sembra drug free, nel senso che ci si può drogare alla luce del sole. Ma di che mi meraviglio, sono a SF. Sono stanco, molto stanco. Perdo i sensi per circa un’ora, e quando rinvivisco non trovo più gli occhiali. Infatti ce li ho indosso. Dopo 5 minuti un figuro di un metro e novanta mi si avvicina. Mi farfuglia qualcosa ma non capisco proprio niente. Penso di star ancora sognando, poi capisco che mi sta parlando in portoghese. Portoghese perfetto oserei direi, ma io non so una parola e gentilmente glielo faccio capire. Chissà perché pensava fossi un connazionale. Incontro G: ragazzone brasiliano con un vocabolario inglese di circa 10 parole. È un biologo, è qui per fare un corso di lingua (superfluo ricordare quale), e ha un aspetto e un guardaroba lievemente sfigato. È uno di quelli con cui o t’intendi o non t’intendi. Noi, a dispetto della barriera linguistica, ci intendiamo.

G vuole a tutti i costi fumare un po’ di erba, ma non si fida a comprarla dai commercianti coi lunghi dreads all’ingresso del parco che pisciano allegramente nei cespugli tagliati poco prima da un dominicano svogliato. Mi immagino la conversazione tra uno di loro, uno qualunque col cervello verde fritto, e lui con 3 parole di inglese nella testa. Non è cosa, concordo. Alla fine G riesce a scroccare tre tiri di spinello da due svampite vicino a noi. Poi torna da me e chiacchieriamo un po’. Mi dice che è sposato, che non ha figli, che sua moglie è rimasta a Bela Orizonci (questa è la pronuncia del luogo da cui proviene, me ne faccio una ragione). Gli chiedo di Lula, mi dice che è un traditore, è venuto dal basso e una volta lassù si è venduto al potere. Eh via. Nel frattempo gli è venuta una sete chimica stratosferica. Io la mia acqua non gliela do, non mi giovo.

Parte la missione bottiglietta d’acqua. Decido di andare con lui, che mi potrà mai succedere, al massimo comprerà acqua con gli elettroliti dentro. Alla fine trova un baroccio, e non so perché mi compra una boccia anche a me. Mi sento una merda pensando che prima ho fatto da gnorri. Per sdebitarmi decido di insegnarli un po’ di inglese, e nel tragitto verso il centro gli spiego come sia venuto nel posto sbagliato. L’accento americano fa cagare, devi imparare quello inglese, gli dico. Troppo più stile, meno boccacce, meno “amazing” e “awesome”. Gli dico di venire a Londra, tutta un’altra roba. E’ così bello li, piove sempre, ma ci sono un sacco di ponti sotto i quali accamparsi. La nostra conversazione scorre fra l’inverosimile e l’indigesto, e alla fine ci salutiamo di fronte al suo albergo. Gli lascio la mia mail, gli dico di scrivermi. Non lo farà mai, non ce la può fare. Cheerios G e buona fortuna col tuo sogno americano.

(continua qui)

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