Il viaggio continua

La storia no

Ho aperto questa rubrica con l’esigenza di testimoniare cantando fuori dal coro. Una raccolta di frammenti quotidiani e sensazioni a caldo della vita qui a Londra, per mostrare l’altra faccia della medaglia che nessuno racconta e a cui nessuno prepara. Bene, questo è l’ultimo intervento in questa rubrica. Il motivo è semplice: non c’è più niente da raccontare se non quotidianità, e per la quotidianità esistono altri spazi, più personali. Ormai ho una casa, un lavoro, una scuola che sono entusiasta di frequentare, band, amici e progetti, tutto ciò di cui potrei scrivere è questo, ma non voglio trasformare questo spazio in un diario da teenagers sbandierato sul web.

E per chiudere “Prendere e partire” lascio qualche considerazione a freddo.

Londra è una città enorme, tanto enorme da far paura se vieni da un paesello in provincia di Bergamo. C’è così tanta gente che è facile sentirsi soli, ma altrettanto semplice trovare qualcuno. Londra non regala sorrisi ma sicuramente dà opportunità, e a differenza dell’Italia le distribuisce per bene, basta rimboccarsi le maniche. E’ la classica città che tutti definiscono grigia, ma, ahimè, è molto più colorata del nostro retrogrado tricolore: le parole “frocio”, “negro” e chi più ne ha più ne metta attirano disgusto per chi le pronuncia, da noi a momenti applausi. Londra è ricca d’arte, gratuita e ben preservata, arte di cui i cittadini vanno fieri.

Non cadete però nell’errore di crederla perfetta. I prezzi sono esorbitanti e in continuo aumento, il mercato immobiliare è pazzo, il cibo (e non parlo della cucina in sè) è di qualità inferiore rispetto al nostro, e ho già detto che costa un sacco? Ma a noi italiani il mito cieco di Londra non lo sfateranno mai.

Sono tornato in Italia nelle vacanze di Natale…
L’Italia delle sentinelle in piedi, di Salvini, delle fonti non citate, della gente che preferirebbe due milioni a due ragazze vive, del tutti i terroristi sono musulmani, dei convegni sulla famiglia tradizionale, di Stamina, della disoccupazione, del Ministero che ancora non sa cosa far fare della Maturità, dei ricorsi a Medicina, dei treni soppressi, dei raccomandati, della disoccupazione, del diritto alla libertà di espressione che diventa diritto all’odio, dei vitalizi, delle pensioni, dei referendum anticostituzionali, di uomini e donne, di Gigi D’Alessio meglio di Elio, della Letteratura materia inutile al mondo, degli ultras, delle manifestazioni studentesche gestite da pluribocciati, dei cervelli in fuga, dei cervelli che grazie a dio restano, del “non sono omofobo ma..”, delle fidanzate rubate, della palude culturale, di Pompei che cade a pezzi, dei CV sperperati, dei politici che non parlano inglese, dei violenti contro tutto e tutti, della colpa ai terroni, del siamo bravi solo noi, della giornata della memoria quando un giorno prima si parlava di sterminare la feccia arabica…

Londra mi ha dato tanti motivi per rimanere, ma quello che mi ha dato l’Italia è secondo solo alla speranza di vivere di musica.

In quelle tre settimane si staccava un pezzettino di me ogni volta che guardavo un telegiornale o sentivo la gente parlare, fuori e dentro la famiglia. Appena rientrato ho iniziato a odiare il pc e il contatto che forniva, odiavo la mia testa che non riusciva a spegnersi e lasciarmi dormire ma continuava a distruggersi per quello che leggeva.

Che cosa ha l’Italia che Londra non ha? L’ingoranza. Non quella comune che non è una colpa, quella viscida perfida e cattiva che solo noi sappiamo esportare.

Perdonatemi lo sproloquio e le generalizzazioni, ma volevo chiudere con qualcosa di personale.
Forse più avanti riscriverò, forse no, molto probabilmente aprirò una rubrica musicale.

A chi ha letto e seguito, non perché si debba fare, ma perché mi ha fatto piacere veder crescere le letture e sorridere nella speranza che queste non fossero parole al vento: grazie.

E.M.

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