De Crowdfunding: zero e non più di zero.

Voi vi presentereste in banca per chiedere un prestito per la vostra attività dicendo “Ok, mi servono 50.000 euro per una pizzeria. Me li date?” senza documentazione, senza illustrare nel dettaglio la vostra situazione, con un atteggiamento sciatto e svogliato? E andreste da un capital venturist cercando fondi per la vostra startup senza sapere cosa fa un fondo di capital venture, senza una descrizione chiara e rigorosa della vostra idea imprenditoriale, senza saper dire come investirete i soldi, senza business plan, senza dimostrare un’approfondita conoscenza del settore in cui vorreste operare?

Forse no.

E allora perché molti, troppi, quando creano una campagna di crowdfunding, non hanno la minima idea di come progettarla e gestirla?

Perché buttano lì quattro parole (in stampatello e con errori di grammatica), due foto, se va bene un video con una luce da 40 watt che illumina — si fa per dire — un faccione inquietante?

In ogni piattaforma di crowdfunding a libero accesso, non filtrata, esistono tantissime campagne che iniziano e finiscono a zero euro. Cioè, neanche i tuoi genitori, tua moglie, i tuoi amici intimi, i tuoi compagni di calcetto ti hanno donato 1 euro. Perché? Perché ti conoscono fin troppo bene? Perché non sei riuscito a convincere neanche questa cerchia così ristretta? Forse pensavi che bastasse esporre alla bene e meglio il tuo bellissimo progetto perché valanghe di estranei riversassero fiumi di soldi nel tuo conto PayPal (se sai cos’è) o nel tuo conto bancario? Davvero non hai letto da nessuna parte che è fondamentale raccogliere un 20%-30% nei primissimi giorni di campagna se vuoi avere una chance di raggiungere il tuo obbiettivo (che si spera realistico…)?

Non parliamo poi delle modalità con cui si comunica la propria campagna: email inviate a raffica senza logica, taggatura a spron battuto su Facebook (con risultato di vedersi chiuso il profilo o la pagina), interventi a sproposito in gruppi o forum e via discorrendo.

Io trovo ancor più grave questo atteggiamento superficiale quando a creare in questo modo improvvisato campagne di crowdfunding sono associazioni, cooperative, aziende esistenti: ma gestiscono così anche le loro attività?

Il crowdfunding non è altro che una possibile forma di finanziamento; bisogna conoscerla e studiarla. Non ci vuole molto per trovare informazioni, materiali, libri, tutorial. La rete ne è piena, basta fare una ricerca veloce. Persino io ho scritto un breve ma credo utile post a riguardo (non metto il link, potete trovarlo per esercizio…)

Se non se ne ha voglia si possono contattare dei consulenti che possano aiutare e dare consigli; certo, capisco che, come scritto qualche tempo fa, è difficile individuare persone serie e affidabili. Ma non è impossibile.

Per creare e gestire una campagna occorre molto studio, molto lavoro, molta dedizione e molto tempo (consulenti o non consulenti): così si hanno molte possibilità in più— ma mai la certezza — di raggiungere il proprio ragionevole obbiettivo.

Non obbiettate che esistono alcune campagne inguardabili, opache e sciatte che pure raccolgono soldi, a volte tanti: qui stiamo discutendo delle regole per un buon crowdfunding, non delle eccezioni.

Ora, visto che molte campagne “zero result” non creano un ambiente particolarmente attraente per chi si vuole avvicinare al crowdfunding, cosa possono fare le piattaforme che hanno un modello che non prevede selezioni o filtri alla fonte per limitare il problema?

Una mossa utile, già prevista da diversi siti, è quella di offrire servizi di tutoraggio e supervisione; già una semplice chiacchierata con il progettista PRIMA che la campagna sia ufficialmente pubblicata potrebbe essere d’aiuto. Scrivere tutorial o guide video non sempre è efficace, vista la propensione di molti utenti a NON INFORMARSI in alcun modo.

Forse si potrebbe sperimentare un sistema a pop up che faccia apparire, durante la compilazione e l’editing della campagna, alcuni suggerimenti spot supportati da statistiche scritti con un bel carattere 42 o superiore…

Non è un articolo particolarmente diplomatico questo. Ma ho visto nascere in Italia il crowdfunding, ci credo e, seppur consapevole dello stato ancora adolescenziale del settore, penso che non sia mai troppo presto per cominciare a correggerne i difetti.

update Un altro metodo che può risultare utile è sottoporre ai potenziali progettisti un questionario di autovalutazione (come esempio riporto quello che ho realizzato per BPER Banca)