Intorno al corpo

Le ragioni di questo numero

Questo numero analizza criticamente il rapporto tra corpo
e progetto, sia in prospettiva storica, sia nelle sue implicazioni e manifestazioni contemporanee, anche in relazione all’affermarsi delle tecnologie digitali.

Di Claude Marzotto, Jonathan Pierini, Silvia Sfligiotti

Questo articolo (here in English) è stato pubblicato su Progetto grafico, rivista internazionale di grafica edita dall’Aiap, Associazione Italiana design della comunicazione visiva. Il numero 31, “Intorno al corpo”, è a cura di Claude Marzotto, Jonathan Pierini e Silvia Sfligiotti. Sul sito dell’Aiap è possibile abbonarsi o acquistare il numero.


Una pagina dal libro di Cristina Lastrego e Francesco Testa, “La figura dell’uomo”, Zanichelli, Bologna, 1976.

Il design della comunicazione è percepito oggi come una delle più immateriali tra le discipline del progetto: i suoi artefatti circolano sempre più in forma digitale, la produzione si è nel tempo allontanata dalla dimensione fisica. La digitalizzazione del mestiere è un fatto ormai assodato, e tuttavia il quadro sarebbe incompleto se non si tenesse conto dei diversi segnali (tra cui il più scontato è forse un diffuso ritorno alla stampa artigianale) che indicano una spinta irriducibile e contraria a ritrovare — o a reinventare — una fisicità del fare. Così, per esempio, se da un lato i progettisti sembrano aver «dimenticato» il proprio corpo nel definire le relazioni con il lavoro e con gli altri nel quotidiano, dall’altro si assiste a un aumento dell’attenzione verso le possibilità spaziali e performative della grafica, nell’ambito del progetto di situazione.
Da qui l’idea di dedicare un numero di «Progetto grafico» a tutto ciò che nella comunicazione visiva si muove «intorno al corpo», a partire dalla sua espressione più immediata — l’approccio conoscitivo del corpo «dall’esterno», orientato alla rappresentazione –, estendendo poi l’indagine a un’esperienza più «interna» di questo rapporto, nei processi corporei e relazionali che si instaurano quotidianamente nelle pratiche professionali e nella didattica.
La prima parte di questo numero raccoglie quindi una serie di contributi che si confrontano con la rappresentazione del corpo: del volto, da sempre elemento catalizzatore in manifesti e copertine (Claude Marzotto e Maia Sambonet); di se stessi, come nel caso dell’auto-rappresentazione del designer (Silvia Sfligiotti); di un individuo ideale, come accade nelle simulazioni algoritmiche di molte pubblicità (Bardelli, Colombo e De Gaetano); o del nemico, al centro della strategia di comunicazione del sedicente Stato Islamico (Elisa Angella e Nicoletta Raffo). La rappresentazione del corpo è sempre una costruzione, anche quando, come nel caso dell’antropometria analizzata nel saggio storico di Lucia Miodini, l’immagine pretende di restituire una tassonomia obiettiva dell’essere umano. A questa costruzione reagisce la «disintegrazione anatomica» proposta dall’avanguardia giapponese degli anni Sessanta, raccontata qui da Maria Pia D’Orazi, un’esperienza radicale di riscoperta dell’essenza materiale del corpo attraverso la danza e la fotografia.
Gli artefatti comunicativi possono essere intesi come protesi attraverso le quali potenziamo i nostri sensi e in cui tentiamo di oggettivare esperienze e punti di vista particolari, per poterli condividere con un pubblico più ampio. Secondo questa prospettiva, la consapevolezza delle condizioni materiali del lavoro e delle loro implicazioni politiche è un requisito indispensabile per una comunicazione efficace. A questo aspetto è dedicata la seconda parte del numero, nella quale abbiamo invitato cinque tra studi, designer e collettivi (Fanette Mellier, Moniker, Erica Preli, Evening Class e Fictional Collective) a esprimere in forma testuale e visiva la loro posizione, confrontandosi con le riflessioni di quattro designer di generazioni diverse.
In un’intervista a Briar Levit a proposito del suo documentario Graphic Means, Jonathan Pierini ragiona sull’evoluzione delle tecniche del graphic design e sul loro rapporto con il corpo del designer, per poi spostare l’attenzione, con il contributo di Tereza Ruller, sulla possibilità di mettere il processo al centro del lavoro del progettista, fino a farlo coincidere con il prodotto. Chiude la sezione una riflessione di Giovanni Anceschi sulla centralità del «corpo vivente» e sul rapporto privilegiato tra soma e occhio che unisce arte, design e pratiche di movimento.
La terza e ultima parte, introdotta da una conversazione di Roberto Gigliotti e Jonathan Pierini con Laure Jaffuel, docente presso lo Studio for Immediate Spaces al Sandberg Instituut, è dedicata alla formazione. Nella didattica, l’esperienza della connessione tra corpo e progetto è spesso alla base di percorsi propedeutici che precedono la specificità delle diverse discipline, e in questo modo informano nuove pratiche e possibili professionalità.
Al Bauhaus, cui è dedicato un articolo di Chiara Barbieri, l’attenzione al corpo non si limitava alla presenza delle arti performative nel programma didattico, ma si manifestava anche attraverso esercizi di stretching, principi alimentari e tecniche di respirazione. Gradualmente rimossa dalla formazione dei designer, la fisicità torna oggi protagonista di diversi esperimenti didattici: una panoramica a cura di Azalea Seratoni mette a confronto alcune esperienze contemporanee che rivalutano il ruolo del corpo come strumento di conoscenza del mondo e della pratica di progetto. 
I contributi raccolti in questo percorso convergono «intorno al corpo» come intorno a un centro di gravità necessario, che lo spazio immateriale del digitale non ha affatto dissolto e che, anzi, sembra oggi richiedere una rinnovata consapevolezza. Indagando la comunicazione visiva in profondità, la prospettiva somatica permette di cogliere un insieme di pratiche e ricerche emergenti da cui riteniamo non si possa prescindere nel guardare agli sviluppi futuri della disciplina.