Chris Marker, “La Jetée”, 1962.

Lost & gained in translation

Le tante vite di «La Jetée» di Chris Marker

Testo di Federico Antonini

This article (qui in italiano) has been featured on Progetto Grafico, an international graphic design magazine published by Aiap, the italian association for visual communication design. The issue #32, “Here, elsewhere”, has been edited by Serena Brovelli, Claude Marzotto and Silvia Sfligiotti. You can subscribe to the magazine here and buy the current issue here.

Chris Marker, «La Jetée», 1962

Il luogo comune vuole che l’adattamento di un contenuto da un medium a un altro, per esempio la «riduzione cinematografica» di un libro in un film, sia un’operazione a perdere. I numerosi adattamenti e rielaborazioni di La Jetée, fondamentale cortometraggio di Chris Marker del 1962, dimostrano invece non solo un rapporto assai più complesso tra l’informazione di partenza e i nuovi supporti, ma anche la possibilità di un «guadagno» nell’intersezione tra linguaggio letterario, forma libro e immagine cinematografica.
Ispirato da Vertigo (1958) di Hitchcock e ispiratore de L’esercito delle dodici scimmie (1995) di Terry Gilliam, il film distopico di Marker è un montaggio sperimentale di alcune centinaia di fotografie più una breve sequenza in movimento, accompagnato dalle musiche di Trevor Duncan e dalla voce narrante di Jean Négroni. Nel 1993 La Jetée viene riproposto da MIT Press / Zone Books come libro in un progetto curato dal graphic designer Bruce Mau, ai tempi art director di Zone Books, in collaborazione con lo stesso Marker. Se i titoli di apertura del cortometraggio giocavano sulla natura del film annunciando un photo-roman (fotoromanzo), l’adattamento in forma libro modifica il sottotitolo in ciné-roman (cineromanzo) per sottolineare l’intermedialità del progetto.
I ventotto minuti del montaggio originale vedono il protagonista muoversi in una Parigi divisa tra due piani temporali, prima e dopo un’apocalisse nucleare. Nelle sue incursioni nel passato incontra la donna il cui volto è l’unico ricordo della sua vita precedente. L’evoluzione della vicenda e un colpo di scena rivelano la circolarità del tempo della narrazione, uno degli aspetti più celebrati del film.

Geoffrey Alan Rhodes, «La Jetée alla Sherrie Levine»

Il corto di Marker ritornerà immagine in movimento in La Jetée alla Sherrie Levine (2011)¹, un video in slow motion di novanta minuti in cui l’artista Geoffrey Alan Rhodes sfoglia il libro La Jetée: ciné-roman, riprendendo le immagini sulle pagine in un primo piano ravvicinato. Oltre al tema dell’appropriazione, evidenziato nel titolo, questo lavoro esplora la particolare fruizione temporale del libro, grazie a cui è possibile mettere in relazione momenti della vicenda circolare allontanati dalla narrazione lineare del film.

Nell’autobiografia Life Style², Bruce Mau ricorda una serie di difficoltà nella collaborazione con Marker: la ritrosia del filmaker — Mau dovette insistere per ben sei anni –, il problematico trasporto in Canada delle fotografie a cura di un uomo fidato di Zone Books, fino alla scoperta di alcuni scatti mancanti, che furono spediti all’ultimo momento via semplice posta aerea. Un’altra difficoltà potrebbe essere stata la riverenza nei confronti di un autore consapevole delle potenzialità del formato libro. Marker considerava il libro un medium adatto a integrare o trascrivere i suoi film (vedi A grin without a cat³), e si occupava personalmente della messa in pagina delle proprie pubblicazioni: i Commentaires, composti da trascrizioni di suoi film essay, anticiparono di dieci anni e ispirarono il celebre progetto grafico di Richard Hollis per Ways of seeing di John Berger.

Chris Marker, “La Jetée: ciné-roman”, Zone Books / MIT Press, New York / Cambridge Mass., 1992

Il rapporto tra il film del 1962 e il libro del 1993 è stato definito in termini diversi. Il testo promozionale usato da Zone Books è una trascrizione della risposta di Marker al mock-up inviatogli da Mau per dare il via libera ai lavori di adattamento: «apporta una freschezza tutta nuova all’opera (…) Non un libro tratto da un film, ma un libro in se stesso — il vero ciné-roman annunciato nei titoli del film».
Mau, nonostante sia spesso accreditato come co-autore dell’adattamento, preferisce definire La Jetée: ciné-roman «uno studio sulla traduzione, non tra lingue ma tra media diversi». Il concetto è ripreso da Michael Rock in Designer as Author: «Il progetto di Bruce Mau di una versione-libro del film di Chris Marker del 1962, La Jetée, prova a tradurre il materiale originale da una forma a un’altra. Mau è certamente non l’autore dell’opera ma il traduttore, della forma e dello spirito».
William Drenttel, invece, in un articolo sul Design Observer definisce La Jetée: ciné-roman «un libro su (about) il film di Chris Marker», lasciando intendere una relazione di semplice aboutness anziché l’elaborazione di una versione autosufficiente.

Infine, nel polemico e ipertestuale Pre/post-erous: La Jetée ciné-roman, gli autori Jon Wagner, Tracy Biga Maclean e Chris Peters paragonano il libro a un souvenir nostalgico e incompleto, colpevole di eliminare l’apporto sonoro di Duncan e Négroni — oltre al verso assordante delle rondini, al bisbigliare in tedesco degli scienziati/aguzzini… — di cui rimangono solo i crediti
nel colophon. 
Nel progetto grafico di Mau, si passa dalla visione monoscopica del cortometraggio a quella stereoscopica delle pagine affiancate del libro. Le sequenze di immagini di dimensione ridotta, disposte orizzontalmente come su pellicola fotografica, conferiscono alla pagina una paradossale cinematicità, caratteristica che lo stesso Mau considera parte fondamentale della propria pratica. Tuttavia il formato orizzontale — che rispetta la proporzione delle immagini originali, secondo l’iconografia del classico libro fotografico — e i testi in doppia lingua che accompagnano le immagini come didascalie non aiutano il progetto grafico a competere con la bellezza utilitaria degli impaginati che Marker sviluppò nei primi anni Sessanta. 
Confrontando con attenzione lo scorrere delle immagini nel libro e nel film, ci si rende conto che le sequenze cinematiche stampate organizzano le fotografie secondo gerarchie diverse da quelle del film. Per esempio la versione stampata mette in secondo piano alcuni scatti, come quella in cui il protagonista guarda la nuca di lei — ritenuta da ricercatori come Janet Harbord un importante elemento erotico-passionale¹⁰ — e sequenze come quella del risveglio della ragazza — momento particolarmente significativo in cui tra varie dissolvenze di fotografie si nasconde una brevissima sequenza in movimento in cui l’attrice batte le palpebre, ridotta nel libro a due soli fotogrammi.

C. Van Assche, C. Darke et al. (a cura di), Chris Marker: “A grin without a cat”, Whitechapel Art Gallery, London, 2014.

Il diario di lavoro esposto alla Whitechapel Gallery di Londra nel 2014 nella mostra Chris Marker: A grin without a cat è la cosa più simile a una sceneggiatura che un film come La Jetée possa avere avuto. La disposizione in pagina a cura dell’autore, ignaro del libro che arriverà trent’anni dopo, aggiunge un grado di complessità all’intera vicenda. Da notare il metodo con cui Marker raggruppa i provini, incollati per blocchi scenici, che ricorda alcune scelte grafiche di Mau ma con l’andamento verticale tipico della pellicola cinematografica.

L’unico contenuto aggiuntivo del libro di Mau rispetto al film originale consiste in una nota a pié di pagina, quasi uno spoiler, di cui sarebbe interessante stabilire la paternità. Nel film, quando i due protagonisti si avvicinano a un tronco di sequoia su cui sono segnate date importanti sul corrispondente anello di crescita (una citazione di Vertigo), la voce narrante recita: «Lei pronuncia un nome inglese che lui non capisce». Nel libro, uno zelante asterisco –«* Hitchcock?»– interrompe il racconto della voce narrante, tradendo per un attimo la presenza di un commentatore e di un ulteriore livello di contenuto.

Homepage del saggio visivo ipertestuale “Pre/post-erous: La Jetée ciné-roman”.

1. Il titolo rende omaggio al lavoro di Sherrie Levine, fotografa e artista statunitense esponente dell’Appropriation Art. 
2. Bruce Mau, a cura di Kyo Maclear con Bart Testa, Life Style, Phaidon, London/New York 2000.
3. Titolo originale Le Fond de l’air est rouge: scènes de la Troisième Guerre mondiale, 1967–1977, film, 180’, 1977. L’anno successivo Marker pubblica il libro omonimo (Éditions Maspéro, Paris, 1978).
4. Chris Marker, Commentaires, Éditions du Seuil, Paris, 1961.
5. Cfr. Rick Poynor, The filmic page: Chris Marker’s Commentaires, in «Design Observer», 22 marzo 2014. L’articolo dello storico inglese rende giustizia al lavoro pionieristico del filmaker francese nel campo della grafica, sostenendo che questo «pezzo di editoria d’avanguardia» fu a suo tempo «trascurato» a causa della scarsa reperibilità di copie e perché Marker non era una firma riconosciuta nel panorama del graphic design del tempo. 
6. In Bruce Mau, Life Style, Op. cit.
7. Michael Rock, Designer as Author (1996), in Multiple Signatures:
On Designers, Authors, Readers and Users
(Spring 2013)
8. William Drenttel, Chris Marker: La Jetée, in «Design Observer»,
4 febbraio 2005
9. In «ebr9», Spring 1999 
10. Janet Harbord, Chris Marker: La Jetée, Afterall Books/MIT Press, Cambridge, Mass./London 2009