La RDC a rischio guerra civile

Fonte immagine: http://www.bbc.com/news/world-africa-39587896

Nella Repubblica democratica del Congo sta accadendo qualcosa di atroce. Non è una novità, purtroppo: il Paese è nuovamente sull’orlo della guerra civile, un termine che forse dovremmo abituarci a pronunciare.

Nel solo Kasai in un anno sono morte più di 3mila persone e in varie regioni sono in corso scontri che è difficile inquadrare con precisione: mancano schieramenti certi e non è nemmeno chiaro quali siano le cause scatenanti nei singoli contesti, mentre forze regolari e ribelli si alternano nelle stragi di civili. Nelle Province del Kasai sono state trovate dalla missione delle Nazioni Unite (Monusco) oltre 40 fosse comuni. Almeno 20 villaggi sono stati distrutti e nel massacro indiscriminato sono finiti anche due inviati dell’Onu, Zaida Catalan e Michael Sharp.

Proviamo a inquadrare la vicenda del Kasai, tenendo presente che non è un’impresa semplice e che, comunque, non è l’unico focolaio di guerra — nel Kivu tutto prosegue come sempre. All’origine più immediata delle rivolte (2016) c’è la volontà del presidente Joseph Kabila (al potere dal 2001) di candidarsi a un terzo mandato, seppure la Costituzione lo proibisca. L’intero Paese protesta e Kabila, nonostante la mediazione dell’Onu e della Chiesa cattolica, prosegue per la propria strada. Il 31 dicembre si raggiunge un compromesso: Governo di unità nazionale ed elezioni nel 2017. A oggi Kabila, che ha scelto un esecutivo con scarsa rappresentanza delle opposizioni (divise dopo la morte a febbraio dello storico leader Étienne Tshisekedi), non ha ancora convocato le consultazioni.

In questo clima si sono intensificati gli episodi di violenza, con barbarie perpetrate da tutte le parti in causa soprattutto nel Kasai e nel Kivu, dove addirittura sono ricomparsi i Mai-Mai, combattenti guidati da credenze magico-religiose che parteciparono alla Seconda guerra del Congo (1998–2003). Venendo al Kasai, che in questi giorni è salito alle cronache, la ribellione è sostenuta in particolare dal gruppo Kamuina Nsapu, che prende il nome dal suo fondatore, ucciso dall’esercito la scorsa estate. I membri di Kamuina Nsapu, spesso armati di bastoni e machete, sono abitanti del posto e, in molti casi, bambini e bambine strappati alle famiglie, sottoposti a rituali magici e presumibilmente drogati. Come già anticipato, non è facile comprendere che cosa muova Kamuina Nsapu, che unisce la guerriglia contro le forze regolari ai massacri di natura etnica. Nel frattempo, però, gli sfollati sono più di un milione — la metà bambini — e molti di loro sono in marcia verso l’Angola.

Nel Kasai è rimasto poco, perché le parti in conflitto non hanno risparmiato né scuole, né edifici sanitari, né chiese. La crisi, ormai degenerata, richiede un’azione energica da parte della comunità internazionale, considerato che in molte delle regioni infiammate dalla violenza si sovrappongono gli interessi di molteplici attori, alcuni dei quali agiscono fomentando veri conflitti per procura — non a caso la Seconda guerra del Congo è spesso definita la Grande guerra africana.

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