Essere Terapeuta

Se trascuriamo la storia formativa dei padri fondatori della psicanalisi e sorvoliamo sullo stato confusionale che caratterizzò gli anni bui della prima e della seconda guerra mondiale, non appena il mondo si riebbe da quell’immane catastrofe troviamo, nell’ambito della cura psicanalitica, una significativa e interessante prassi formativa dei nuovi terapeuti. Saranno infatti le singole scuole (freudiana, junghiana, kleiniana, bioenergetica, logoterapica ecc…) ad esercitare la cura, la didattica e infine la valutazione della formazione degli allievi. L’ammissione al training e il suo superamento prescinderanno dal titolo accademico del tirocinante. Laureato o non laureato in medicina — Freud in un barlume di saggezza visionaria aveva raccomandato di precludere la psicanalisi ai medici — l’allievo terapeuta necessiterà piuttosto di una personale esperienza di immersione nell’inconscio, dovrà imparare a fare i conti con i propri fantasmi psicodinamici e dimostrare poi una particolare disposizione non solo allo studio umanistico, quanto alla creatività dialogica, alla responsabilità morale e all’empatia con i suoi simili. Come si può osservare, dagli anni ’50 in poi gli intenti delle scuole di formazione furono encomiabili: garantire una certa stabilità interiore del terapeuta e una sua apertura a trecentosessanta gradi sul vasto panorama culturale dell’umanità intera. Perciò alla formazione scientifica era sottointeso che egli dovesse accompagnare una pur minima conoscenza di filosofia, di storia dell’arte (letteratura, pittura, scultura, musica, cinema) e delle religioni (nelle loro varie sfaccettature confessionali), perché solo così si poteva sperare di arrivare a comprendere le radici comuni di ognuna delle singole esperienze umane e di ognuna delle sue patologie. E’ probabile che quelli fossero gli anni più fecondi per le conoscenze psicologiche. Ma, come recita il proverbio: “Se gli Dei fanno le pentole, poi sono i demoni a fare i coperchi”.

Con la complicità del disimpegno irresponsabile e della dissacrazione culturale, favoriti in Italia da chi, negli anni ’80, gestiva il potere politico, la psicanalisi prima si rivolta contro se stessa (ricordate gli anni della psicanalisi selvaggia? Quella praticaccia che qualunque incolto personaggio, purché spregiudicato, pretendeva di saper esercitare?) per poi, così indebolita, prestare il fianco alle garanzie generosamente offerte dal controllo di stato. Chiusi gli istituti psicanalitici originari e aperta la facoltà di psicologia, la terapia si fa vassalla dell’università. Da quel momento in poi chiunque, dopo aver superato un certo numero di esami e aver pagato il “pizzo” alle mafiose scuole di formazione gestite dagli stessi professori universitari, avrà il sacrosanto diritto di esercitare la psicoterapia. Il titolo universitario di stato fa fede a tutti gli effetti. Se poi quel singolo terapeuta non è troppo sano di mente, se è rigido e poco creativo, se non è empatico o addirittura ignorante, la colpa non è certamente imputabile all’università, che la garanzia l’ha data… uguale per tutti.

Critiche a parte… la formazione degli anni ’50 aveva visto giusto: il solo sapere intellettuale era considerato poca cosa se paragonato a un’esperienza d’immersione profonda nella propria anima protratta per almeno cinque o sei anni. Un’esperienza nella quale l’allievo terapeuta era chiamato a impegnare tutte le proprie risorse interiori (e non solo quelle intellettuali). Ma adesso che il danno è stato fatto, adesso che la moderna psicologia sembra aver finalmente trovato la sua credibilità aderendo alle neuroscienze, adesso che la maggior parte dei nuovi e giovani terapeuti brancola in un buio culturale senza precedenti, proviamo a chiederci: in un clima siffatto, quale potrebbe essere la formazione di uno psicoterapeuta che volesse rifarsi alla visione dell’uomo proposta da Rudolf Steiner quasi cent’anni fa? Mi rendo conto della complessità del problema e, se devo essere sincero, non sono sicuro che esso possa trovare una soluzione. Molti dei miei più giovani colleghi non hanno letto né Freud né Jung… figuriamoci Klein, Reich, Lowen, Frankl, Lacan, Neumann, Laing, Cooper, Assagioli, Hillman, Rogers, Basaglia, Watzlawick, Miller o Cancrini. Ma, cosa ancor più drammatica, a parte avanzatissime nozioni di neurofisiologia e di rabberciati tecnicismi di programmazione neuro linguistica, non hanno alle spalle nessuna conoscenza umanistica, né artistica, né spirituale. Come possono pretendere di curare l’essere umano? E con quali forze? Parlando di cosa? I lettori dei miei precedenti articoli ricorderanno a questo punto come, pur ritenendo la scienza dello spirito antroposofica proposta da Rudolf Steiner l’unica vera scienza davvero credibile, non per questo riterrei allora legittimo buttare nella spazzatura cento anni di ricerca psicologica e di esperienze straordinarie che, straordinari terapeuti, hanno realizzato con i propri pazienti attingendo, magari senza saperlo, alle radici stesse dell’amore spirituale.

Perciò, senza alcun timore di sembrare di parte, perché condizionato dalla mia personale formazione, direi che la migliore preparazione possibile per un candidato terapeuta continui a essere lo studio sistematico della psicologia del profondo (cioè quella junghiana) correlata a qualsivoglia altro grande interprete della prassi psicoterapica. Consiglierei inoltre di fare propria la prassi dell’ I.T.P. (Tecnica immaginativa di analisi e ristrutturazione del profondo) elaborata dallo psichiatra italiano Leopoldo Rigo e insegnata dalla GITIM di Treviso. Aggiungerei poi storia delle religioni, letteratura, storia dell’arte, cinematografia, filosofia, antropologia culturale e, volendo strafare, i principi basilari della nuova fisica quantistica. Solo su queste solide fondamenta, e solo dietro l’incalzare di una richiesta spontanea, forte e pressante, mi sentirei di promuovere una formazione scientifico-spirituale volta a operare nell’ambito del disagio psichico. E se mi fosse concesso il potere di farlo, credo che saprei ben organizzare un appropriato percorso formativo suddividendolo in tre specifici ambiti.

A) Il primo: ovvio per chiunque conosca almeno in parte la Weltanshauung della quale parlo, sarebbe quello di invitare gli allievi-terapeuta allo studio dei testi antroposofici principali, quelli minimamente necessari per appropriarsi di questa originale visione del mondo e dell’uomo. Nell’ordine: Teosofia, La scienza occulta, L’iniziazione, Il cristianesimo come fatto mistico, Massime antroposofiche. Ove fosse possibile suggerirei poi agli allievi di prendere l’abitudine a ritrovarsi tra di loro, almeno una volta a settimana, per leggere insieme uno di quei libri, a libera scelta, e confrontarsi su di esso. Questo perché l’approccio all’antroposofia non è così semplice come molti potrebbero essere tentati di credere. Nei primi tempi, infatti, alcune descrizioni e indicazioni della scienza dello spirito potrebbero sembrare fantasmagorie gratuite e avventate… al punto che lo stesso Steiner sentì il bisogno di ricordare come, nel momento di passaggio dalla visione tolemaica a quella copernicana, finché non furono assorbiti ed elaborati tutti i principi e le leggi che sottintendeva quella visione, essa fosse del tutto incomprensibile. Come avrebbero potuto uomini e donne abituati a credersi abitanti di un pianeta piatto, sostenuto in cielo da giganteschi mitici animali, “credere” di poter vivere a testa in giù, su un pianeta rotondo, lanciato a folle velocità nel vuoto siderale insieme al proprio sole e a tutti gli altri pianeti? Nei primi tempi, avvisa Steiner, potrà sembrare che l’antroposofia, proprio come il leggendario Barone di Munchausen, voglia sostenersi in aria da se medesima afferrandosi per il codino. In realtà, dopo aver assimilato, digerito ed elaborato i principali parametri di riferimento antroposofici, il quadro d’insieme — continua Steiner — assumerà una tutt’altra legittimità concettuale anche per la coscienza ordinaria dell’uomo contemporaneo. E molti dei processi o dei fenomeni soprasensibili descritti, anche se non immediatamente sperimentabili, troveranno allora una legittima plausibilità. Come se non bastasse, suggerirei agli allievi di confrontarsi con i tanti altri autori e le tante altre concezioni del mondo aperte sulla dimensione della spiritualità (omeopatia, medicina cinese e tibetana, buddhismo zen, medicina olistica), e questo per mantenere sempre aperta la propria anima, non irrigidirsi in alcun dogma e correggere di continuo i propri pensieri. La scienza dello spirito non vuole essere una fede, bensì una risposta al desiderio di conoscenza di se stessi e del mondo.

B) Il secondo ambito, più specifico, dovrebbe indicare al ricercatore tutti quei testi nei quali la materia di studio tratta solo ed esclusivamente della costituzione dell’essere umano come archetipo divino spirituale. In altre parole lo studio:

1) dell’uomo tripartito (corpo, anima spirito; testa, torace, membra; processi neuro- sensoriali, processi ritmici e processi metabolici; pensare, sentire, volere)

2) dei cicli settennali di sviluppo

3) dei quattro temperamenti (sanguinico, collerico, melanconico e flemmatico)

4) di alcune nozioni fondamentali di medicina antroposofica.

5) delle dettagliate descrizioni esoteriche di Arthur Powel sul Doppio eterico, il Corpo astrale, il Corpo mentale, il Corpo causale e il Sistema solare

6) delle correlazioni tra psicodinamica e funzionalità dei chakra descritte nella Core Energetica di John e Eva Pierrakos, e ben riassunte nei testi di Barbara Ann Brennan.

C) Il terzo ambito, infine, dovrebbe favorire la crescita iniziatica del candidato terapeuta, perché non credo avrebbe senso alcuno professarsi psicoterapeuta antroposofico limitando la propria esperienza al solo campo intellettuale. Non è più epoca di riproporre solo e soltanto i pensieri altrui.

Anche in questo caso mi sentirei di consigliare tre specifici ambiti di esperienze:

1) il primo, volto a superare la riflessità del pensare ordinario, necessiterebbe di uno studio attento e riflessivo sui testi elencati in altri miei articoli: Verità e scienza; Filosofia della libertà; Le opere scientifiche di Goethe di Rudolf Steiner. Ai quali aggiungerei molti dei testi di Massimo Scaligero, tra i quali: L’avvento dell’uomo interiore; La logica contro l’uomo; Trattato del pensiero vivente; Meditazione e miracolo; Manuale pratico della meditazione; Iside-Sophia; Dell’amore immortale e Graal.

In realtà, ognuno dei testi qui raccomandati, per essere davvero compreso, necessita il superamento dello stato riflesso e devitalizzato del pensiero ordinario, così che anche la loro semplice acquisizione interiore si configura come la prima esperienza di superamento degli ordinari limiti, imposti ad ogni uomo dall’esperienza neurosensoriale.

2) il secondo, necessario per coinvolgere la totalità umana dell’allievo, avrebbe bisogno di esperienze dirette in alcune arti quali l’Euritmia, il Teatro, la Pittura con l’acquarello… ma in alternativa anche il Tai Chi Chuan o il Qi Gong. Oppure ancora le pratiche Zen (e non la sola conoscenza) della Cerimonia del tè, oppure del Bonsai o del Tiro con l’arco.

Questo perché, salvo rare eccezioni, non sarebbe credibile un terapeuta che non avesse sperimentato in prima persona quell’armonia di pensare, sentire e volere che solo nell’arte, sia pure nelle arti marziali, è possibile realizzare.

3) Infine, un terzo ambito, predisposto alla realizzazione di esercizi pratici (meditazione, concentrazione, contemplazione) diretti sia alla crescita spirituale interiore degli allievi, sia all’acquisizione di reali potenzialità terapeutiche. Perché, anche in questo caso, parlare o operare solo sulla base di presunti convincimenti intellettuali non conduce da nessuna parte. Perché solo l’esperienza, solo l’esperienza diretta e totale dell’uomo sull’insieme delle forze e dei processi cosmici all’interno dei quali tutti viviamo può sperare di divenire operativa. In sostanza, vale tanto più per la psicoterapia quello che Tiziano Bellucci, del Gruppo Divulgazione Antroposofica, scrive a proposito dell’insegnamento nelle scuole Waldorf. Basterà sostituire alla parola “insegnante” la parola “terapeuta” e, come si vedrà, le sue esortazioni avranno il medesimo valore:

“Solo chi ha raggiunto un risultato può insegnare come raggiungerlo. Un insegnante, non può essere solo un teorico che ha appreso da altri o da libri. Egli deve trasmettere la conoscenza di ciò che egli stesso ha sperimentato. Deve aver “incontrato” la sua conoscenza e saperla praticare, con destrezza e capacità. Sovente si crede che basti essere informati per “conoscere” una cosa. Studiarla. Invece conoscere non è raccogliere nozioni, riempirsi di notizie; conoscere è diventare ciò che si è saputo: è raggiungere un’esperienza. Io “conosco la musica” quando la so suonare. Non quando racconto la sua storia o le sue leggi. Chi ha conseguito una data facoltà, conosce in profondità la strada per arrivarci e i mezzi necessari per realizzare l’obiettivo. Sa come predisporre le proprie risorse al fine di ottenere il risultato. E sa istruire altri. Chi insegna, deve aver raggiunto il risultato che promette”.

Questo concetto vale soprattutto in ambito psicologico e spirituale. Chi parla di Psiche (Anima) e di spirito (Dio) deve averne avuto esperienza, non solo lettura. Parlare di spirito e anima senza averne avuto esperienza è un’astrazione. Non è necessario avere sperimentato tutto ciò di cui si parla (perché la conoscenza di tutto non la può possedere un individuo solo): ma bisogna che almeno in parte, alcune conoscenze fondamentali siano state conseguite. Queste esperienze sono conseguibili da chiunque si applichi con rigore e volontà, come descritto nei testi scientifico spirituali di R. Steiner.

Like what you read? Give Piero Priorini a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.