Psicoterapia… per l’uomo di ieri e per l’uomo di oggi.

Mentre scrivo buona parte del 2015 è scivolata già via, ingoiata dal tumultuoso fiume del divenire. Sono passati più di cento anni da quando Joseph Breuer prese in cura la signorina Berta Pappenhein per poi, spaventato dalle dinamiche del transfert (di cui allora s’ignorava la vera natura), passare il caso al giovane collega Sigmund Freud. Intelligente, ambizioso, colto e risoluto, questi gettò le basi della cura psicanalitica e rese immortale la sua paziente pubblicando: Anna O. Un caso di isteria.

Più di cento anni sono passati da allora… Eppure, ancora oggi, ogni tanto ricevo dei pazienti reduci da un’esperienza più o meno lunga con qualche collega freudiano. Uomini e donne che mi raccontano il disagio che hanno vissuto nel silenzio del terapeuta nascosto dietro il lettino sul quale erano sdraiati e, spesso, l’inconcludenza della loro esperienza. E mentre loro parlano io mi chiedo: ma esistono ancora? Davvero esistono dei colleghi che ancora praticano la psicanalisi ortodossa? I dinosauri sono qui, tra noi? Girano indisturbati e professano senza che nessuno si scandalizzi, gridi aiuto e li esponga al pubblico giudizio? Davvero esistono colleghi che, magari in buona fede, s’illudono di poter parlare all’uomo di oggi (anzi, non parlare, perché più di tre parole in genere non pronunciano) con quello stesso identico linguaggio che usava Freud più di cento anni fa?

Nonostante tutte le mie perplessità, credo proprio che questa sia la cruda realtà. Dovrebbe sembrare incredibile, senza senso, pazzesco… invece così è. Adesso però, prima di entrare nel merito della questione, si potrebbe obbiettare che la stessa cosa potrebbe essere detta della psicologia del profondo, della bioenergetica, della logoterapia o quante altre pratiche psicoterapiche. Ma il confronto non sarebbe corretto, se non altro perché sia le correnti citate che le tante altre che invadono il mercato del disagio si sono sviluppate ed evolute fin quasi a ridosso della fine del secolo e, in maniera più o meno consapevole, hanno dovuto fare i conti con i cambiamenti ai quali l’uomo occidentale è andato incontro. Magari impoverendosi e disumanizzandosi insieme a lui (si provi a guardare, a questo proposito, il cognitivismo o la Programmazione Neuro-Linguistica) ma, se non altro, parlando lo stesso linguaggio. Forse evidenziando la propria impotenza, ma comunque rimanendo in contatto con l’anima umana piuttosto che arroccarsi su modalità che l’accelerazione dei tempi ha reso obsolete. I cambiamenti intervenuti nell’uomo contemporaneo sono stati radicali e sembra davvero incredibile che operatori del settore umano possano averli ignorati o aver prestato loro scarsa considerazione.

Proviamo perciò a esaminarli. Trasferiamoci con l’immaginazione ai primi del ‘900 e immaginiamo di poter osservare una qualunque delle grandi metropoli europee. La corrente elettrica cominciava appena a fare la sua comparsa, le strade erano percorse da veicoli trainati da cavalli e quella che oggi è chiamata “comunicazione” avveniva quasi a stretto giro di voce. Al di fuori dal lavoro, che occupava un considerevole lasso di tempo, c’erano gli incontri tra le persone, oppure la lettura di buoni libri, la musica suonata in prima persona o comunque ascoltata dal vivo, l’immersione nei paesaggi naturali che circondavano città e villaggi, c’erano svaghi semplici per i più ingenui, e altri eleganti, articolati e complessi per i più colti e raffinati. L’anima dell’uomo godeva dello scorrere lento e cadenzato del tempo. I silenzi e la quiete erano la norma, il senso di responsabilità nei confronti degli altri e di se stessi dominava, anche là dove spessissimo veniva eluso. Il bene e il male, luci e ombre, si contendevano gli spazi interiori dell’uomo né più né meno come oggi… ma senza fretta, con più eleganza. Evocando dilemmi con i quali l’uomo si confrontava con una dignità oggi impensabile.

All’improvviso l’elettricità illumina la notte. Il motore a scoppio accorcia le distanze spaziali, il telefono quasi le annulla. La radio, il grammofono e infine la televisione portano la molteplicità del mondo all’interno dell’anima che esce così dai suoi ritmi atavici ed entra in una nuova dimensione. Sembrava chissà quale accelerazione si fosse verificata. Invece il tempo aveva solo preso la rincorsa, per poi esaltarsi in quello spavaldo balzo in avanti che ci ha condotti alla folle frenesia del presente. Il computer e il cellulare prima, Internet poi, e infine i social network hanno occupato tutti gli spazi liberi della coscienza, saturandoli con surrogati di comunicazione, brandelli di nozionismo, maree montanti di opinionismo gratuito, un proliferare di amenità e stupidaggini inutili, una produzione inesauribile di menzogne e poi: false opportunità, pubblicità cannibaliche e parassitarie, mode irrinunciabili. Dopo Freud ci sono state due guerre mondiali… poi il boom economico e la Dolce Vita mentre, dall’America, giungevano i primi echi della Beat Generation che, almeno agli inizi, invitava gli uomini a scendere nelle profondità della propria anima. Poi il movimento si pervertì, aprendosi progressivamente all’uso della marijuana, poi dell’hashish, quindi dell’eroina e infine della cocaina e di tutte le altre schifezze sintetiche che oggi circolano per il mondo. In confronto a queste ultime l’L.S.D. era una sciocchezzuola, e veniva sperimentata per tentare di rintracciare le origini spirituali del proprio io. Almeno nelle prime intenzioni. E venne l’epoca della rivolta politica. I giovani ci credettero e permisero che si realizzasse un sogno: il ’68 esplose come un inno alla vita, alla fratellanza tra gli uomini, alla fantasia e alla creatività. Non fece in tempo ad apparire che fu fagocitato dalla ideologia politica, privato di tutto ciò che possedeva di utopico e umanistico e, così scarnificato, risputato senza più anima né cuore. Aveva fatto appena in tempo a distruggere i perbenismi, le falsità, e tutti gli antichi valori e principi e norme di riferimento borghesi. Ma non aveva avuto il tempo di produrre nulla di nuovo. L’uomo moderno occidentale rimase vuoto. Una sorta di torpore invase la sua anima, e in quel torpore si riversarono i germi di tutte quelle aberrazioni che oggi sembra come se fossero sempre esistite.

L’uomo contemporaneo vive così, tra milioni di stimoli sensoriali, impegni inderogabili e necessità impellenti che lacerano il suo tempo interiore, riducendolo a miseri brandelli. Ma, soprattutto, vive costipato d’immagini fatue e pensieri morti, astratti, cerebrali, privi del benché minimo nesso con la realtà vivente del mondo nel quale ancora abita. La tecnologia ci incalza, quasi ogni giorno, con novità irrinunciabili. Peccato sia una pia illusione quella di pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione perché, come aveva previsto Umberto Galimberti, già molti anni fa, piuttosto: “la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico. Inconsapevoli, ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona”. Dal primo all’ultimo siamo tutti uomini tecnologici, e anche se ci opponiamo e resistiamo in tutti i modi possibili immaginabili, la nostra è una battaglia persa. Gli scenari del nostro futuro, o meglio, del futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, non sono facili da immaginare.

Quello che è certo, invece, è lo stato di scarsa lucidità, disorientamento e crisi esistenziale che già da parecchi anni pervade l’animo della maggior parte delle persone. Così come, altrettanto certo, è il male più o meno inconsapevole che uomini e donne si riservano l’un l’altro, avendo quasi completamente perduto i modelli archetipici originari della propria identità di genere e dei ruoli di competenza relazionale (quelli, cioè, che avrebbero dovuto essere trasmessi dalla famiglia d’origine), ed essendo stati condizionati alla sfiducia e al consumismo sfrenato fin nell’ambito degli affetti e della sessualità. In altre parole, sto sintetizzando quella condizione di Liquidità della vita di relazione sociale, lavorativa e affettiva tanto bene investigata e descritta da Zygmund Bauman, ritenuto, non a caso, una delle più brillanti menti dei nostri tempi.

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E adesso chiediamoci: se questo è lo scenario all’interno del quale si aggira l’uomo contemporaneo, com’è possibile che la psicanalisi freudiana ortodossa, arroccata sui tre o quattro incontri a settimana, sdraiati sul lettino e con il terapeuta semi-muto alle spalle possa ancora riscuotere credibilità? Com’è possibile che la medicina ufficiale, attraverso la mediazione della psichiatria, avalli e sostenga una simile aberrazione? Dopo molto riflettere credo di aver trovato una plausibile spiegazione. Anch’io da giovane fui affascinato dalle teorie di Sigmund Freud che, ancora oggi, ritengo un coraggioso ed onesto esploratore dei territori allora sconosciuti dell’anima. Ebbi tuttavia la fortuna di rendermi conto, ben presto, che le sue osservazioni dovevano essere prese con cautela o, per meglio dire, come dati fenomenici che avrebbero potuto ricevere ben altre interpretazioni. Perché, come ho già scritto in un altro articolo, riportando il pensiero di Massimo Scaligero, “il dato è sempre dato al pensiero”. E dunque non è mai il dato a essere sbagliato, bensì l’interpretazione che pensieri condizionati, e dunque non liberi, possono darne.

Così, ad esempio, se è innegabile il dato dell’Edipo infantile, profondamente diverse sono le conclusioni che se ne possono trarre aderendo alla Weltanshauung pan-sessualista freudiana o, al contrario, a quella libidico-evolutiva junghiana. Altro ancora è interpretarlo secondo le accreditate ipotesi dello psichiatra italiano Leopoldo Rigo, le cui esperienze cliniche con l’I.T.P. e le acute argomentazioni dimostrano non solo l’erroneità dei presupposti biologico-causali freudiani ma, addirittura, rinforzano l’ipotesi teleologica junghiana grazie ad una decisa e coraggiosa apertura sulla natura spirituale dell’uomo. In un successivo articolo cercherò di entrare nel merito di questa innovativa visione psicoterapica. Quello che qui mi preme rilevare, ancora una volta, è la subordinazione dei dati ricavati dall’osservazione all’attività pensante del ricercatore e — qualora questa non fosse libera e spregiudicata — il consequenziale condizionamento delle teorie che poi ne derivano. La scienza medica attuale, incantata dalla presunta scientificità di tutto ciò che risulta misurabile e quantificabile, è radicalmente e profondamente materialistica. Anche quando, con timidezza, si dichiara parzialmente aperta sulla realtà autonoma dello psichico. Quello che proprio non le è possibile concepire è la realtà vivente dello spirito. Perciò avalla e favorisce la psicanalisi freudiana ortodossa che nel biologico e nell’evoluzionismo darwiniano (dunque nel principio causale) ha riposto i presupposti della propria attendibilità.

Non credo, tuttavia, che l’uomo moderno contemporaneo abbia bisogno di prassi psicoterapiche di questo tipo. È fin troppo solo (da un punto di vista ontologico-esistenziale) per essere lasciato isolato sul lettino; è fin troppo intellettuale, astratto e cerebrale per ricavare ausilio dalla presa di coscienza dell’origine dei propri problemi; ed è fin troppo bloccato, inibito e inerte nei confronti della propria volontà per sperare che, anche sulla base di corrette elaborazioni, possa riuscire a frenare o a interrompere in un qualche modo i propri comportamenti autodistruttivi.

Come se non bastasse, se è vero quanto ha sempre affermato Rudolf Steiner, che il materialismo è una vera e propria malattia dell’anima, altrettanto vero è che molti sintomi dell’uomo di oggi si presentano contorti, enigmatici e amplificati a dismisura proprio dal vuoto pneumatico (inteso come mancanza di pneuma) nel quale galleggia la sua anima.

L’aveva già intuito Viktor Franckl, il padre della Logoterapia, che in uno dei suoi celebri libri, Dio nell’inconscio, osservava con arguzia che se l’uomo borghese con cui Freud aveva modo di lavorare, nella Vienna di fine ‘800, era pervaso d’inconsapevole ipocrisia e falsità nei confronti della propria vita sentimentale e sessuale (nessuna allusione poteva essere fatta su certi temi e alcune parole non potevano nemmeno essere pronunciate nei salotti borghesi), oggi la situazione è completamente capovolta. L’uomo moderno contemporaneo parla apertamente e con noncuranza dei propri bisogni o desideri sessuali, a volte anche delle proprie perversioni ma guai a evocare pensieri sul mistero della nostra comune esistenza di creature mortali. Insomma… se all’epoca di Freud era il sesso ad essere confinato nell’inconscio, oggi si può con tranquillità affermare che è il Divino ad essere finito nei meandri più oscuri della nostra incoscienza. E lo stesso, identico, imbarazzato sollievo che si affacciava negli occhi dei primi pazienti di Freud quando er Doctor attribuiva un nome e un’origine alle loro tensioni inconsce, oggi è possibile ritrovarlo quando un terapeuta trova il coraggio di ampliare le riflessioni dei suoi pazienti fin sul confine dei mondi spirituali. Tuttavia, se il terapeuta mostra attendibilità professionale e spregiudicatezza, difficilmente il paziente si ritira dal voler prendere in considerazione questi aspetti nello sforzo di superare i propri sintomi. Lo spirituale giace nascosto nell’anima di tutti gli uomini. Bisogna solo offrirgli l’opportunità di uscire allo scoperto senza per questo venir giudicato, offeso o oltraggiato. In altre parole, oggi bisognerebbe saper testimoniare e incarnare la naturalezza dello spirito così come Freud, a suo tempo, osò incarnare quella della sessualità. Ma per poterlo fare, oltre ad un coraggio che non tutti possiedono, oltre al fatto di aver realizzato una qualche significativa esperienza interiore dello spirito, bisognerebbe altresì conoscere i diversi linguaggi necessari per poterne fare testimonianza. Perché quello cui qui alludo, non è certamente una propaganda confessionale. Piuttosto è un’apertura a trecentosessanta gradi su tutti gli infiniti modi con i quali lo spirito si manifesta agli uomini, a seconda della cultura e del grado di maturità che posseggono. Perché il cammino interiore può assumere infiniti risvolti: quello cattolico così come quello ateo; quello buddhista così come quello della Fisica Quantistica; quello islamico così come quello esperienziale diretto (nelle EPM; nelle attività estreme; nell’Amore); quello intellettuale (la “via secca” dell’esoterismo occidentale) così come quello del cuore e dell’impegno sociale (nel terzo mondo, oppure nei paesi devastati dalla guerra). E la provocazione che un terapeuta dovrebbe essere in grado di raccogliere o di rilanciare potrebbe riguardare la scienza, la letteratura, l’arte (romanzi, cinema, teatro, musica, danza) o, ancora una volta, la più elementare delle esperienze dirette.

Sapranno farlo i futuri giovani terapeuti? Quando nel 2010 scrissi C’era una volta la psicanalisi il dubbio che covavo su di loro era molto forte. Oggi è divenuto una certezza. Purtroppo, una certezza negativa. Perché i miei giovani colleghi vengono formati a suon di neuroscienze, perfezionismi diagnostici, test e dati statistici. Ma provenendo dal fallimento epocale della scuola superiore (almeno in Italia) e approdando ad una formazione universitaria che privilegia il materialismo scientifico ed è del tutto carente di una visione d’insieme dei vari indirizzi psicoterapici, questi ragazzi una volta realizzato l’iter da loro scelto e approdati alla professione, si ritrovano davanti alla multiforme varietà che il disagio dell’anima assume nella realtà della vita delle persone. E non sono in grado di decifrarne il senso, né posseggono un linguaggio in grado di adattarsi, ogni volta, alla originalità della forma che si troveranno davanti. Nella migliore delle ipotesi non resterà loro che una strategia… riportare il mistero a cui ogni disagio allude nelle strettoie della teoria da loro privilegiata.

Proprio ciò che Goethe aveva intuito quando, nella fiera consapevolezza del valore innovativo racchiuso nei propri rivoluzionari studi scientifici (la teoria dei colori, la metamorfosi delle piante e quella degli animali), aveva accusato il metodo newtoniano di procedere in modo non scientifico. Perché, almeno secondo lui, tutti coloro che si dedicavano alla ricerca anziché attendere che i fatti si rivelassero nella loro compiutezza, e solo poi elaborare una teoria sulla realtà, piuttosto preferivano costringere la realtà nella teoria da loro pre-costituita. Anche se non lo ammetterebbero mai, nemmeno sotto tortura, gli scienziati moderni usano un metodo di ricerca che è induttivo, violento, maschilista e patriarcale. Se non si lasceranno quanto prima fecondare da una diversa metodologia di pensiero, femminile, deduttiva, accogliente e artistica, presto diverranno incapaci di comprendere il Vivente. L’unica comprensione che avranno a disposizione riguarderà solo ciò che è meccanico e, in definitiva, ciò che è morto.

Mentre ero intento a scrivere le ultime righe di questo articolo una giovane collega, con la quale condivido lo studio, mi racconta di aver preso in cura poco tempo fa una signora che, precedentemente, era stata per quaranta anni da un terapeuta freudiano. Quarant’anni… avete letto bene! Durante tutto quel tempo il terapeuta aveva pronunciato sì e no un centinaio di parole e, ovviamente, i sintomi della signora erano rimasti inalterati. Un classico caso, anche se davvero estremo, di nevrosi da transfert, cavalcata e abusata da un terapeuta che, sul piano morale, più che “collega” preferisco considerare “pericoloso nemico” da ricercare, giudicare, condannare e radiare per sempre dall’albo.

Questo però non accadrà. Né a lui né a tanti altri suoi simili compari.

La signora che si è rivolta alla mia giovane collega in poco più di un anno ha visto scemare i propri sintomi e comincia a intravedere luce in fondo al tunnel buio nel quale ha vissuto buona parte della sua vita. Tutto sommato, si potrebbe dire che sia stata fortunata! Meglio tardi che mai.

Resta però il fatto che oggi, oggi più che mai in un’epoca di demagogiche garanzie, per l’anima turbata dell’uomo contemporaneo non ci sono assicurazioni di sorta sulla professionalità, sulle effettive capacità e sui valori morali del terapeuta al quale rivolgersi. Resta il rammarico che all’anima turbata degli uomini e delle donne dell’immediato futuro non resterà che confidare nella benevolenza del proprio destino… che sappia guidarla alla porta giusta dove bussare.

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