Ri-pensare la Morte

Piero Priorini
Aug 8, 2018 · 10 min read

Nel 1980 il giornalista italiano Fausto Gianfranceschi pubblicava con la casa editrice Rusconi un piccolo saggio intitolato: “Svelare la morte”. L’autore, che pochi anni prima aveva perso un figlio di ventidue anni, temprato dalla dura esperienza e non da un pensare astratto, denunciava come la cultura occidentale moderna avesse “rimosso” la morte dall’immaginario collettivo, con ciò condannando se stessa alla definitiva perdita di qualunque senso o significato della vita.

Questo perché nel preciso momento in cui l’uomo separa l’indissolubile continuità vita-morte e fissa la sua attenzione cosciente sugli eventi contingenti e materiali della propria esistenza, anche senza rendersene conto, si costringe all’interno di una dimensione spazio-temporale che non contiene alcuna risposta soddisfacente né alla morte né tantomeno alla vita. Attenzione: non perché venga a mancare la dimensione spirituale — che, semmai, potrà essere scoperta all’interno della ricerca stessa — bensì per il fatto che la vita, privata della morte come suo fine ineluttabile, non potrà mai essere compiutamente osservata né tantomeno compresa. Piuttosto essa si presenterà come uno spezzone di qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, potrà essere solo vissuta in maniera ottusa. Come accadrebbe se qualcuno leggesse un romanzo solo fino a metà, tanto per leggere qualcosa, vedesse solo il primo tempo di un film o ascoltasse il primo movimento di una sinfonia per poi abbandonare la sala del concerto.

Ma la superficiale coscienza dell’uomo occidentale a questo è stata educata o, meglio, dovrei dire condizionata. Le responsabilità sono infinite: l’educazione genitoriale degli ultimi cinquant’anni, fondata spesso sul più insulso protezionismo emotivo, nel tempo ha indebolito le ultime generazioni più che temprarle alle prove della vita. L’educazione scolastica ha perso di vista la profondità dei contenuti e ha spostato gli accenti sul sapere nozionistico e sulla operatività tecnica. La pubblicità della TV, dilagante e pervasiva, ha bombardato l’anima d’immagini esteriori… molto più adatte a divenire merce che non quei principi e quei valori che un tempo orientavano la vita degli uomini.

Perché, in definitiva, chiunque oggi può illudersi di valere qualcosa avendo un Rolex al polso, guidando una Porche o calzando abiti da migliaia di euro. I ritmi di vita sono divenuti frenetici, lasciando poco spazio per l’intimità delle persone, la condivisione e la riflessione. L’attenzione di tutti è stata distolta dal mondo interiore e forzatamente rivolta all’esterno: mete e obbiettivi sono divenuti liquidi, sì, ma quantificabili, relegando l’imponderabile tra le cose inutili. La ricerca medica continua a promettere miracoli e, a riprova di ciò, ostenta statistiche che non dicono nulla sulla qualità dei risultati raggiunti. Ne fanno parte gli accanimenti terapeutici su malati terminali e anziani, spesso tenuti in vita artificiale a discapito della loro stessa dignità. Le assicurazioni si affannano a rassicurarci che copriranno qualunque incognita dovesse mai presentarsi. Anche i disastri naturali hanno smesso di essere “naturali”, perché i registi occulti delle nostre vite, facendo sfoggio di una sfacciata fantasia, hanno preso l’abitudine di ricordarci che per ogni terremoto o uragano o tsunami ci sono sempre dei responsabili e che, se non ci fossero state le loro inadempienze, la vita avrebbe continuato a scorrere placida e tranquilla… in eterno! A causa di tutto ciò la morte che raggiunge la nostra coscienza, di solito, è quella degli altri… è la morte di altri uomini, di altre donne o altri bambini… esseri astratti, anonimi e lontani con i quali è difficile identificarsi e che perciò non sono quasi mai raggiunti da un autentico e profondo sentire.

La desolante verità è che il pensiero dell’uomo moderno si è appiattito, la sua coscienza si rifiuta di guardare oltre la soglia della vita di tutti i giorni (quella dimensione che Mircea Eliade identificava come il “tempo profano”) e, nelle rare occasioni in cui viene costretta oltre quella direzione (verso il “tempo sacro”, citando ancora Eliade), riesce comunque a salvarsi producendo considerazioni astratte, banali e inconsistenti.

Vale la pena di sottolineare che così non è sempre stato. Anzi… è vero esattamente il contrario: quanto sopra è valido solo per la nostra civiltà moderno-occidentale, oggi, fotografata nel momento della sua massima decadenza. In tutte le altre culture e in tutte le altre epoche sono sempre esistiti valori, principi, punti di riferimento precisi che non erano — si badi bene — pietosi stratagemmi che la mente di uomini ingenui, ignoranti e poco evoluti aveva elaborato per consolarsi di fronte alla vacuità dell’esistenza umana. Questo è solo quanto ha sentenziato la presuntuosa intelligenza astratta dei disincantati intellettuali da strapazzo che abbondano in quest’epoca di miseria culturale e che ritiene — mi piacerebbe sapere con quale giustificazione — di rappresentare la massima e più raffinata forma raggiungibile di conoscenza della realtà.

Basterebbe conoscere davvero e in profondità ciò che hanno espresso, e ancora esprimono, tante altre culture a noi vicine e lontane per rendersi conto del fatto che la civiltà moderna è caratterizzata, appunto, da una profonda rimozione della morte e del senso o significato della vita.

Qualcuno potrebbe obiettare che così non sia e che tutti, in un modo o nell’altro, siamo consapevoli del nostro morire. C’è una piccolissima parte di verità in quest’assunto perché, da un punto di vista strettamente clinico, la rimozione denunciata da Gianfranceschi non si presenta come una vera e propria rimozione. Con questo termine, infatti, la psicanalisi indica la totale scomparsa di un determinato contenuto dalla coscienza. Una sorta di “non sapere” totale e assoluto che a volte può essere difficile recuperare persino con l’ipnosi. La rimozione della morte effettuata dall’uomo moderno, allora, non sarebbe davvero tale: piuttosto si tratterebbe di una sua relativizzazione o, se proprio vogliamo, di una sua banalizzazione. Di un meccanismo grazie al quale la morte, soprattutto finché riguarda quella degli altri, viene ridimensionata e considerata solo nel suo significato più concettuale e astratto.

Chi volesse negare questo stato delle cose nella cultura moderna occidentale rivelerebbe con ciò solo la propria ingenuità o malafede. Perché per estrarre un senso dalla continuità vita-morte cui prima si accennava non basta la vaga consapevolezza generica della fine della vita umana. Al contrario occorrerebbe saper convivere, momento per momento, con la consapevolezza della propria morte, del disfacimento del proprio corpo fisico, mai sottraendosi alla contemplazione dell’abisso.

Occorrerebbe riconoscere che la morte nasce con noi nell’attimo stesso del nostro concepimento e, con i suoi invisibili processi, permette l’esplicarsi della nostra vita. Per quanto paradossale possa apparire all’uomo della strada, sono infatti dei veri e propri processi di morte quelli che permettono la nostra digestione, il nostro ricambio cellulare e — udite udite — l’attività stessa del nostro pensare. Se questi processi non si verificassero la nostra esperienza di vita terrena non potrebbe avere luogo. Non potremmo dire “Io” a noi stessi.

Ma c’è di più: la nostra esistenza non è solo un miracolo di equilibrismo tra forze organiche costruttive e forze distruttive. Il medesimo miracolo si compie anche tra gli eventi della nostra quotidianità. Di solito nessuno se ne accorge, ma centinaia di migliaia di volte passiamo indenni, per un soffio, tra eventi che avrebbero potuto esaltarci e altri, invece, che avrebbero potuto annichilirci, tra fortune e sfortune di ogni tipo, tra successi e sconfitte, crolli e recuperi.

La morte nasce con noi e ci accompagna, passo passo, per tutta la durata della nostra esistenza. La morte fa parte della vita e flirtacon noi in attesa del momento in cui rivelarsi in tutta la sua potenza. E la verità nuda e cruda è che, contro di lei, non esiste alcun antidoto, nessuna medicina, nessuna assicurazione, nessun cauto comportamento che possa garantire alla vita di avere la meglio. Perché vita e morte sono inseparabili. Per questo, scrive Gianfranceschi nel saggio già citato: “Chi non impara a morire non potrà mai vivere”. La sua sembra una frase a effetto; un ossimoro paradossale che, nella migliore delle ipotesi, lascia il tempo che trova. Ma non è così! Chi ha paura della morte, chi evita in tutti i modi di guardarla negli occhi, ha solo due alternative: o vivere di continuo nell’ansia e nel terrore, limitando al massimo le proprie esperienze di vita nel tentativo futile di evitare quelle più a rischio. Oppure ottundere la propria mente e fare finta di nulla, fingere di non vedere, di non sentire, di non sapere, e ubriacarsi di vita quanto più possibile… finché dura la fortuna. In entrambi i casi non si vive, piuttosto si sopravvive in una dimensione esistenziale che prima o poi presenterà un conto salatissimo.

D’altra parte, l’edonismo sfacciato nel quale conduciamo la nostra vita non concede facili soluzioni. Alla maggior parte delle persone, soprattutto giovani, il fatto che si possa — anzi si debba — forzare la propria coscienza nella contemplazione quotidiana del morire, di sicuro potrà sembrare una perversione necrofila. O, comunque, un atteggiamento pessimistico e depressivo di dubbio gusto. Pochi sarebbero in grado di riconoscere in essa la migliore esaltazione possibile della vita di tutti i giorni e, per effetto consequenziale, la minimizzazione di qualunque sua difficoltà, problema e dolore. Tutto questo, oggi, potrà anche sembrare una bestemmia ma, torno a ripeterlo, il prezzo che ognuno sarà costretto a pagare per il rifiuto di una più matura consapevolezza del legame vita-morte sarà in misura proporzionale alla propria latitanza.

Non a caso, un antico proverbio medievale recitava: “Chi non muore prima che la morte arrivi, si corrompe quando alla fine essa si presenta”. Ma che cosa significa “morire prima che la morte arrivi”? Significa appunto questo: contemplarla nella sua ineluttabilità, conviverci giorno per giorno in modo da non essere presi di sorpresa nel momento del suo presentarsi e, soprattutto, durante il tempo di questa assidua convivenza, sgombrare il campo da tutto ciò che è inutile orpello della vita, di tutto ciò che è inessenziale, dei problemi ridicoli a cui è stato concessa troppa importanza.

In Italia, in tempi recentissimi, se ne è avuto un commovente ma solido esempio con la morte del giornalista Tiziano Terzani. Ammalatosi di cancro intorno al suo sessantacinquesimo anno di età, e avendo avuto uno spietato verdetto che riduceva a pochi mesi le sue aspettative di vita, per più di dieci anni Tiziano girò il mondo curiosando tra i medici e le medicine alternative più strampalate. Una scusa come un’altra per viaggiare dentro se stesso, fino a vivere più di un anno in totale solitudine in un piccolissimo rifugio ai piedi dell’Himalaya. Leggendo i due libri in cui il giornalista ci racconta la sua esperienza — Un altro giro di giostrae La mia fine è il mio inizio– colpisce la differenza tra l’urlo straziante con il quale, all’inizio, accoglie l’inappellabile sentenza clinica — “Perché proprio io? E perché proprio ora? — e la serenità con la quale, proprio negli ultimi giorni, dopo dieci anni di riflessioni e meditazione sul tema, si prepara infine al gran balzo — “Devo dire che adesso sono proprio curioso di vedere cosa mi aspetta”

La vicenda di Tiziano Terzani ha commosso e incuriosito mezza Italia. Ci sono state trasmissioni televisive, interviste ai familiari, tavole rotonde… ma nessuno è stato in grado di comprendere che quell’evento straordinario e commovente si era potuto realizzare solo grazie al fatto che un uomo aveva avuto il coraggio di guardare la propria morte negli occhi. Per più di dieci anni.

Tutto ciò premesso, che significa allora “ri-pensare la morte”?

Significa non accontentarsi di luoghi comuni, di ingenui condizionamenti religiosi, scientifici o filosofici né, tantomeno, di comode e semplicistiche opinioni assunte una volta per tutte, con pigrizia di pensiero. Significa riservare, ogni giorno, almeno qualche minuto al grandioso mistero del proprio esistere e morire, sforzandosi di trovare una risposta convincente. Significa mettere in dubbio, ogni giorno, la risposta azzardata il giorno precedente.

Il tema della morte ha occupato l’essere umano fin dal primo momento in cui, come unico e solo essere vivente pensante e auto-cosciente, egli dovette prendere atto del proprio inevitabile morire. E, da allora, l’uomo si è sforzato di dare una risposta alla morte che lo attende. Tuttavia, quale che essa sia stata nel corso dei millenni, resta significativo il fatto che ogni uomo deve sempre tornare a cercare la propria. Nessuno può accontentarsi della risposta data da altri, pena l’invalidazione della stessa. La risposta va ri-pensata! Ognuno dovrebbe ripercorrere le concatenazioni di pensiero che altri ci hanno lasciato e, semmai, convalidarle, arricchirle oppure confutarle. Tracciarne di nuove, esplorare diverse possibilità, forzare il mistero… ma comunque pensarlo e ancora ri-pensarlo. Magari anche grazie ad un pensare libero dai sensi, di tipo immaginativo, conquistato dopo anni di faticosa ascesi interiore. Perché la morte non può essere considerata una delle tante domande che si incontrano nella vita. Al contrario, essa rappresenta “La Domanda” per eccellenza, l’unica e sola domanda cui sarebbe fondamentale tentare di rispondere. La morte è la domanda senza la cui risposta la vita perde senso e significato.

Per questo, nei millenni, l’uomo ha formulato migliaia di risposte a seconda degli strumenti interiori usati per farlo. Volendo, le si potrebbe elencare in quest’ordine: spiritualistiche, esoteriche e magiche nei primordi (quando l’essere umano possedeva altri organi percettivi e altri stati di coscienza), religiose (quando sentì il bisogno di sistematizzare quelle conoscenze e semplificarle, affinché fossero accessibili a tutti), filosofiche (quando gli antichi stati di coscienza persero efficacia, la rappresentazione sensoriale si sostituì alla percezione sovrasensibile e il pensiero speculativo iniziò la propria straordinaria avventura) e, infine, scientifiche (quando il pensiero, ancorato definitivamente al dato sensibile, sperimentò l’obiettività delle proprie leggi). Oggi, anche se in maniera timida e appena accennata, assistiamo ad una convergenza di esperienze: la scienza e la filosofia si sbilanciano verso il sovrasensibile e la spiritualità si riscopre nell’essenza stessa della materia. La continuità dell’essere sembra alludere a nuove e più ampie conoscenze. Tutte da esplorare.

In questo nuovo paradigma ripensare la morte sarà più che mai indispensabile perché se nel passato la maggior parte degli uomini, grazie a un’atavica sensibilità, aveva comunque mantenuto un qualche rapporto con il fenomeno del morire, oggi — a causa della rimozione culturale cui sopra ho accennato — questo rapporto va riconquistato.

La morte che va ri-pensata, tuttavia, non è quella cui assistiamo nei film o nei telegiornali che documentano carestie, incidenti, guerre o attentati terroristici. Non è quella di cui leggiamo nei libri di storia o nei manuali di medicina. A quella morte — purtroppo — siamo stati vaccinati. La morte che va ri-pensata — torno a ripeterlo — è la propria o quella delle persone a noi più vicine… quelle che più amiamo e che mai tollereremo di perdere. Solo in questo modo il pensiero potrebbe essere svegliato dal sonno letargico nel quale, almeno in occidente, giace da diversi secoli e, con coraggio e decisione, forzato al movimento. Solo in questo modo la coscienza ordinaria dell’uomo potrà trasformarsi in autentica auto-coscienza, la morte potrà trovare una qualche risposta — quale che essa sia — e l’intera esistenza cominciare a essere compresa in un più ampio quadro di riferimento.

Perciò, non credo sia solo un caso se, in alcune delle sue conferenze pubbliche e lezioni esoteriche private, Rudolf Steiner raccomandasse a quanti avvertivano l’esigenza di intraprendere un vero e proprio discepolato interiore l’esercizio della “contemplazione del proprio cadavere”. Con ciò riesumando e riattualizzando una pratica che era già stata in uso nelle pratiche monastiche di tutti i tempi. La “contemplazione del proprio cadavere”, infatti, non mira certo allo sconforto o alla depressione o al pessimismo del praticante, bensì all’esperienza interiore dello svincolamento dell’io dalla forma corporea (o materiale). Esperienza di svincolamento dal supporto neurosensoriale della quale non avrebbe senso stare a disquisire se non nei limiti in cui la si fosse attuata.

Psicoterapia Antroposofica

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Piero Priorini

Written by

Psicologo psicoterapeuta ad indirizzo Psicanalitico Junghiano. Specializzato in bioenergetica, transazionale, ipnosi e sessuologia

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