Badlands
frammento 3
I ricchi erano stati i primi a andarsene.
Lasciavano le case e interi quartieri ai custodi, alle guardie giurate o al personale domestico, tutti opportunamente armati e convinti a rimanere dalla promessa che avrebbero mandato qualcuno a portare via anche loro.
Uno sciame frenetico di vetture abbandonava il tetto e la rendita sicura per paradisi a migliaia di chilometri di sicurezza dal freddo e dalla desolazione: le famiglie dell’alta società entravano in potenti berline e jeep blindate, si stringevano negli interni riscaldati e partivano. Dal ghiaccio arabescato dei finestrini vedevano le facciate dei palazzi rattrappite nella brina, gli incroci inutilmente sgombri, i semafori accecati dalla frusta vellutata della neve.
Dai monumenti agli abusi edilizi, tutto si era arreso livellandosi su un asse orizzontale fatto di distese immacolate e terreni lisci. Le poche guglie che svettavano portavano i segni di un’erosione precoce. Gli occhi di chi passava e di chi rimaneva assistevano alla progressiva scomparsa di ogni ordine architettonico: un riallineamento estetico in cui cresceva un ordine candido e necropolico fatto di muta disperazione e ansia piatta. Una situazione che i benestanti non avevano nessuna voglia di affrontare.
Il grande viale che portava fuori dalla città era punteggiato di macchine rovesciate, barricate sfondate, coperte e indumenti strapazzati dalle ruote e dai cingoli dei mezzi pesanti.
Ai bordi della strada le persone si radunavano intorno ai pochi ripari offerti dagli androni aperti a forza. La maggior parte era in cerca di un passaggio e per questo, chi ancora ce la faceva, invadeva la carreggiata costringendo le vetture a rallentare slittando sul manto scivoloso. I più ingenui tiravano ancora su il dito, la maggior parte alzava le braccia o cercava ostacoli che obbligassero le vetture a fermarsi. Gli autisti tiravano dritto, investendo chi non era bravo a scansarsi in tempo.
Gruppi di persone sconvolte e disadattate, senza alcuna via di scampo in vista, con l’aggravante di poter solo guardare chi invece andava a cercarsi la bella stagione con il serbatoio pieno e il riscaldamento acceso. Volavano maledizioni, palle di neve, sputi e sassate.
In qui giorni di fuga la station wagon di una famiglia ricca era rimasta ferma per un guasto a circa metà del viale. L’auto era stata velocemente circondata da una ventina di persone sbucate dai primi piani dei palazzi e dalle strade laterali. I passeggeri erano stati costretti a aprire una trattativa. Dal poco di fessura di finestrino che il guidatore aveva concesso erano passate parole di impazienza, urla d’odio, dita sformate dal gelo e occhiate di supplica omicida. Le spinte e i colpi sulle fiancate erano aumentati, uno dei finestrini posteriori si era abbassato e la pistola che ne era sortita aveva sparato un paio di colpi a casaccio verso le sagome aggrappate alla carrozzeria. Gli assedianti avevano mollato la presa, attraversando le corsie e sparpagliandosi nei dintorni. Uno era rimasto a terra. Il colpo doveva essergli arrivato al collo, ma solo di striscio. Si era messo carponi e, con una mano a tenersi la gola, cercava di allontanarsi. Arrivato a metà corsia, erano spuntati due che l’avevano preso sottobraccio e portato via strascicandolo.
Nemmeno un’ora dopo gli spari lo sportello anteriore si era aperto. Una sagoma nera era schizzata fuori affondando nella neve fino al polpaccio. Aveva aperto il cofano del motore infilandoci la testa per pochi secondi poi aveva lasciato perdere tutto e aveva cominciato a correre, scomparendo nel buio di uno slargo a poche centinaia di metri dalla vettura.
Della macchina sono rimasti i ferri anneriti della carrozzeria, del resto dell’equipaggio nessuno ha più saputo niente.