Edge of Seventeen

“And I see you doing what I try to do for me
With the words from a poet and the voice from a choir”
[Stevie Nicks, 1981]
Matilde è ferma davanti allo specchio del bagno, con un sorriso folle sul volto e un paio di forbici in mano.
Solo qualche minuto prima ha avuto una discussione con la madre. L’ennesima. Sapeva già che sarebbe andata a finire così, nella testa aveva già visto tutto il film mentre tornava a casa.
Quel pomeriggio, al conservatorio, l’insegnante di pianoforte le aveva comunicato la notizia. Matilde, anziché rallegrarsene, aveva avvertito subito una stretta allo stomaco. Che si era poi tramutata in un pianto solitario, nel corso del viaggio sul treno che da Bari l’aveva riportata a casa.
Arrivata a casa, si era seduta subito a tavola. La madre era indaffarata in cucina a preparare la cena, e l’aveva salutata in modo fugace con un distratto «Com’è andata la lezione?» Matilde non si era neanche curata di risponderle.
Ma non aveva potuto evitare il padre. L’uomo era seduto sulla poltrona, intento a guardare il telegiornale. All’arrivo di Matilde si era tolto gli occhiali da vista e, accarezzandosi la barba, aveva interrogato la figlia. «Dì a papà Matì, va tutto bene?»
Lei era sempre stata incapace di nascondere i suoi sentimenti al padre. Chissà come, lui riusciva a capire quando c’era qualche problema in vista. Come il mese prima, dopo la lite furibonda con Giorgio. Era stato lui a entrare in camera e a consolarla, arrestando i fiumi di lacrime con dighe di consigli paterni. Lui, non la madre.
«Oggi mi hanno detto che dovrò esibirmi in pubblico a marzo. Mi hanno assegnato Schubert, la sonata numero 13 in la maggiore».
«Ma è meraviglioso!» Antonietta era irrotta dalla porta della cucina proprio in quel momento. Sentendo le parole della figlia, si era bloccata al centro della stanza, la pirofila piena di pasta fumante in equilibrio sulle mani. Il viso della donna traboccava di un misto di euforia, ansia e orgoglio materno.
La manifestazione di giubilo non aveva fatto altro che precipitare Matilde ancora di più nello sconforto. La mente oppressa dalla consapevolezza degli sforzi fatti dai genitori per farla studiare al conservatorio, dei soldi spesi per lo splendido pianoforte verticale, del tanto, troppo, tempo perso da lei negli ultimi anni nel rincorrere un sogno non suo.
«E io ho rifiutato». Nel pronunciare questa sentenza Matilde aveva alzato la testa. Aveva sfoggiato un atteggiamento ribelle e altezzoso. Lo stesso che, negli ultimi tempi, stava divenendo pericolosamente consueto nelle discussioni con la madre.
Antonietta l’aveva fissata in silenzio per qualche istante. Il sorriso scomparso dal volto, sostituito da un’espressione severa. Aveva posato la cena sul tavolo e si era seduta accanto alla figlia. Giovanni, invece, si era alzato dalla poltrona. Annusando la tensione incipiente, era andato in camera di Vincenzo, per avvisarlo di raggiungere la famiglia a tavola. Mi lascia ancora da sola contro di lei, aveva pensato Matilde, ormai abituata a quegli scontri solitari contro il suo mulino a vento.
«Non se ne parla Matilde. Tu ti esibirai al saggio. Il tuo livello di preparazione è ottimo, non devi temere nulla». Il tono della madre era stato, all’inizio, stranamente conciliante. Ma al tempo stesso irrevocabile.
Matilde, a quel punto, non ci aveva più visto. Come un toro provocato dal mantello rosso, era andata su tutte le furie. Ripensandoci, qualche minuto dopo, chiusa nel bagno con le forbici in mano, si era odiata per la sua reazione. Le erano venute in mente le parole giuste da dire, il tono di voce giusto da mantenere. Ma dopo era troppo tardi.
Alle parole della madre invece aveva sbottato.
«Ma allora non capisci un cazzo. Non ho paura di esibirmi in pubblico. Non ho paura di sbagliare. Non ho paura di farti vergognare di me».
Antonietta aveva sgranato gli occhi. Era la prima volta che la sua bambina usava quel turpiloquio in casa e, soprattutto, che le si rivolgeva in quel modo audace.
Matilde, percependo la sorpresa della madre, aveva preso il coraggio necessario per rivelarle la verità.
«Io non voglio suonare più il pianoforte. Tutto qui. Voglio fare altro nella mia vita. Lo capisci?»
Giovanni e Vincenzo avevano assistito alla scena in piedi, davanti alla porta della sala. Nessuno dei due aveva osato aprire bocca. Il fratello non aveva reagito neanche quando Matilde, uscendo di corsa, lo aveva spinto contro lo stipite.
Ora Matilde è in bagno. Come dicevamo, le labbra sono atteggiate in un sorriso diabolico. Dall’altra parte della porta, chiusa a chiave, sente provenire la voce del padre. Tenta di farla ragionare. Lei non lo ascolta, è troppo impegnata a congratularsi con se stessa per la perfezione del piano escogitato.
La mano destra accarezza i lunghi capelli neri, la sinistra stringe un paio di forbici. Così è impossibile che mi facciano esibire, riflette. Gira la testa, osservandosi le orecchie. Si noteranno ancora di più, considera, per poi scrollare le spalle.
Chiude un istante i malinconici occhi marroni. Nel buio le appare improvvisamente una silhouette maschile dai contorni sfumati. Un’immagine che sa provenire da un tempo e un luogo ancora lontani. Apre gli occhi, l’espressione che rivolge allo specchio è determinata.
«Questa è una bella storia da raccontare no?» domanda alla sua immagine riflessa. Le forbici tagliano la prima ciocca di capelli che, fluttuando dolcemente, si posa lieve ai suoi piedi.
«Parla di Matilde e delle sue scelte».
Questo racconto è tratto da Quando guardo verso Ovest, una raccolta di 33 racconti con titoli ispirati ad altrettante canzoni rock del XX secolo.
Il libro è stato pubblicato da Antonio Tombolini Editore nel 2015 e può essere acquistato qui.
Tutti i proventi derivanti dalle vendite del libro vengono devoluti dall’autore all’Associazione Mondobimbi Onlus, che li usa per aiutare i bambini del Madagascar ad andare a scuola.

