London Calling

Borough Market, Londra

“The ice age is coming,the sun is zooming in

Meltdown expected, the wheat is growing thin”

[The Clash, 1979]


È un bel pomeriggio di inizio primavera a Londra. Ha da poco smesso di piovere, e una folla di persone si è riversata per strada con gli ombrelli ancora sgocciolanti.

La zona di Borough Market è un vivace calderone di rumori provenienti dal mercato rionale, dai turisti che vagano tra le bancarelle e i negozi, dai musicisti di strada.

L’aria è intrisa degli odori di cucine etniche, della pioggia asciugata da un timido sole, della vita che sembra rinascere in questo insolito scorcio della metropoli.

Ramon ed Emanuele sono seduti a un tavolino all’aperto, davanti all’ingresso di un bar affollato di gente attirata dall’ottimo gelato. Ramon gestisce il locale da poche settimane, ma è già riuscito a dare un notevole contributo grazie all’esperienza acquisita in Italia. I local ormai sanno che alla gelateria di Park Street possono gustare uno dei pochi veri gelati artigianali all’italiana. Il titolare non si può certo lamentare dell’impronta che Ramon ha dato all’attività e agli incassi, e ha deciso di riconfermargli la fiducia. Qualche giorno prima gli ha fatto una di quelle offerte che non si possono rifiutare.

I due ragazzi stanno parlando proprio di questo. Ramon si è preso qualche minuto di pausa e, tra un caffè e una sigaretta, aggiorna l’amico sugli ultimi sviluppi. Di lì a poco Emanuele se ne andrà. Il suo aereo partirà da Stansted tra un paio d’ore, la breve parentesi londinese volge al termine.

«Quindi resterai a Londra fino a fine anno?» domanda a Ramon, con uno sguardo che tradisce invidia, ma anche qualcos’altro.

«Almeno fino a dopo l’estate. Il boss è contento di come ho avviato la gelateria e mi ha fatto il contratto. Con lo stipendio che mi darà, nel giro di due o tre mesi potrò anche lasciare quel buco dove abito ora e cercare qualcosa in una zona più bella».

«L’East End non mi sembra così male. E poi adesso è il quartiere più cool della città, no?»

«Appunto. È un po’ troppo radical chic per i miei gusti. Preferirei di gran lunga vivere a Shoreditch. Oppure a Camden».

Emanuele fa un parallelo tra la sua vita e quella dell’amico. Soppesa per un attimo l’idea di vivere nella città più dinamica del mondo con la prospettiva di tornare a breve nella sua amata, ma tanto statica, Rimini.

«Ma ti rendi conto della fortuna che hai a vivere qui? Tu mi parli di andare a vivere a Camden… dove viveva Amy Winehouse! Io tra qualche ora sarò di nuovo in Italia. Domattina mi sveglierò alle sei. Prenderò un treno, di certo in ritardo e pieno di pendolari puzzolenti. Passerò la giornata alla Regione a litigare con funzionari che non faranno altro che commentare i risultati delle partite…»

Ramon interrompe con un gesto della mano il monologo di Emanuele.

«E stai sereno. Tanto tra un mese torni qui no? Questa volta ho dovuto lavorare più del previsto, però ti assicuro che al prossimo giro sono tutto tuo. Andremo in tutti i posti che dicevamo ieri».

«Giusto. Siamo nella capitale mondiale della musica. I mattoni di questa città potrebbero raccontare la storia del rock. Ci sono talmente tanti luoghi da visitare che dovrei trasferirmi qui con te e cercare un lavoro».

La prospettiva non dispiace affatto a Ramon. Sa che però è pura utopia, un vecchio discorso ripetuto troppe volte. Cerca quindi di riportare l’amico sui binari originari.

«Prima di tutto ti porto ad Abbey Road a vedere gli studi della Emi. Ci facciamo anche la foto sulle strisce pedonali come i Beatles».

«Ovvio. Poi andiamo alla centrale elettrica su cui i Pink Floyd fecero volare il maiale. Come si chiama già?»

«La Battersea Power Station?»

Emanuele batte le mani. Il suo entusiasmo è incontenibile. È un treno lanciato a tutta velocità indietro nel tempo, verso il periodo d’oro degli anni Settanta.

«Bravissimo. E perché? A King’s Road no? Non vuoi entrare nel negozio in cui Malcom Mc Laren e Johnny Rotten fondarono i Sex Pistols?»

A entrambi i ragazzi si illuminano gli occhi.

«E poi anche a Brixton, voglio sentire le Guns of Brixton dei Clash».

«Guarda che adesso è una zona molto chic. Non ci sono più black gang e bobbies che caricano».

«Vabbè ci andiamo lo stesso. In memoria dei bei tempi».

«Ok. Poi ci spariamo anche tutti i live. Tra un paio di mesi ci saranno i Muse e i Depeche. Poi in estate, ad Hyde Park, sembra che suoneranno i Rolling Stones, gli Who, i Beach Boys. Non vedo l’ora!»

I due ragazzi si fissano per qualche istante in silenzio e scoppiano a ridere. Si sentono come due liceali che ascoltano musica trasgressiva e pianificano avventure intriganti. La dura realtà però li colpisce subito, inevitabile come la pioggia di Londra.

«Ti manca l’Italia?»

«Beh, l’Italia in generale direi proprio di no. Ci sono alcune cose che però mi mancano tantissimo».

«Ad esempio?»

«Cesare innanzitutto!»

«Anche a Cesare manchi. Quando ti vede su Skype inizia ad abbaiare come un ossesso e dopo è impossibile calmarlo. Devo portarlo al parco per almeno mezzora».

«Non vedo l’ora di cambiare casa per far venire anche lui qui».

«E poi?»

«E poi cosa?»

«Cos’altro ti manca dell’Italia?»

«Lo sai».


Questo racconto è tratto da Quando guardo verso Ovest, una raccolta di 33 racconti con titoli ispirati ad altrettante canzoni rock del XX secolo.
Il libro è stato pubblicato da Antonio Tombolini Editore nel 2015 e può essere acquistato qui.
Tutti i proventi derivanti dalle vendite del libro vengono devoluti dall’autore all’Associazione Mondobimbi Onlus, che li usa per aiutare i bambini del Madagascar ad andare a scuola.