Perfect Day

“Il Cenacolo 2.0” opera di Andrea Lazzari

“You make me forget myself

I thought I was

someone else, someone good”

[Lou Reed, 1972]


«Ho deciso di lasciare il lavoro!»

Andrea accoglie con questa frase la ragazza che è appena entrata nel suo studio, senza neanche voltarsi.

Elisa si ferma sulla soglia, confusa tanto dalla fredda accoglienza quanto dallo spettacolo che le si para davanti. Lo “studio” di cui Andrea le aveva parlato al telefono, in realtà altro non è che il garage attiguo al negozio della madre. Un unico locale angusto in cui regna il disordine. Ognuno dei trenta metri quadri è occupato da telai, barattoli di vernice, assi di legno e materiale da disegno.

Sembra il rifugio di un folle, pensa Elisa guardandosi intorno perplessa. Poi fissa lo sguardo sul ragazzo, intento ad armeggiare con un’enorme tela. Andrea indossa una tuta grigia e una t-shirt nera, i piedi sono scalzi. Tutti gli indumenti sono ricoperti da chiazze di vernice bianca e punteggiati qua e là da sprazzi occasionali di colore.

Elisa sente un moto di calore nel petto, un misto di affetto, ammirazione e preoccupazione. La ragazza fa un passo dentro il locale, attenta a non urtare le latte di vernice e gli altri oggetti che sembrano essere accatastati all’ingresso per dissuadere i visitatori.

«In che senso hai deciso di lasciare il lavoro amore?» domanda Elisa, attenta a non far trapelare l’apprensione.

Andrea si volta brusco. La barba e gli occhiali sono, come il resto del corpo, ricoperti di vernice. La banana disegnata sulla t-shirt è a malapena riconoscibile sotto lo strato di colore. Nella mano destra regge un pennello consunto, nella sinistra quella che sembra essere una sigaretta.

Elisa annusa l’aria e si acciglia riconoscendo il caratteristico odore della marijuana. Andrea ignora lo sguardo accusatore della ragazza e fa un lungo tiro. Soffiando il fumo fuori dal naso, risponde con tono altezzoso.

«Nel senso che mi sono licenziato».

«Ma … perché?», ribatte esitante Elisa.

«Come perché?» Andrea la fissa con espressione accondiscendente, come si potrebbe guardare un bambino che ha appena fatto una domanda stupida.

«Perché io devo dipingere!», sentenzia quindi alzando il pennello.

Ok è definitivamente impazzito, pensa Elisa. Cerca le parole giuste per farlo ragionare. Sa che in quei momenti deve stare attenta a quello che dice, deve evitare che lui si chiuda in se stesso e nel suo mondo dissociato. Andrea interrompe il corso dei suoi pensieri, raggiungendola e stampandole un bacio sulle labbra. Accarezza i corti capelli scuri della ragazza, sporcandoli di verde, rosso e giallo.

«Vedi amore» prosegue il ragazzo con un tono più morbido «ho trovato l’idea che mi renderà unico nel panorama artistico. È inutile che continui a perdere tempo con un lavoro che mi impedisce di esprimere il mio talento».

Ora Elisa, oltre che preoccupata, è anche curiosa. Prende tra le mani il viso sporco di Andrea, infila le dita tra i capelli spettinati e, guardandolo negli occhi, sussurra: «E quale sarebbe questa idea geniale?»

Andrea si distacca dalla ragazza e allarga le braccia, indica le tele appese alle pareti e quelle accatastate a terra. Elisa fissa le tele, non riesce a capire cosa abbiano di diverso rispetto ai tanti quadri che Andrea ha sempre dipinto.

«Non è evidente? Sto dipingendo canzoni!» esulta il ragazzo, quasi stia rivelando un’importante scoperta scientifica.

«Canzoni?» ribatte confusa Elisa, sbattendo le palpebre.

«Canzoni», ripete Andrea con enfasi, «nessuno ha mai dipinto canzoni! Vieni a vedere!»

Afferra la mano della ragazza e la trascina davanti a una tela. Nella foga urta con un piede una latta di vernice, che si rovescia sulla gatta appisolata in un angolo, lasciando un’enorme chiazza arancione sul pelo grigio. Elisa vorrebbe ripulire il povero animale, ma Andrea è inquieto, la strattona in avanti.

«Questa è…» annuncia con tono trionfante «…Locomotive Breath!»

L’espressione perplessa della ragazza lo infastidisce. «La canzone dei Jethro Tull», aggiunge indicando le figure dipinte sulla tela. «Non è chiaro? Il treno della follia. Il vecchio Charlie che ruba la manopola. I figli che scendono. La moglie che scopa con il migliore amico. La Bibbia di Gideon».

«Bello», è tutto ciò che riesce a dire Elisa. Andrea, sempre più indispettito, getta a terra la tela e si dirige verso la parete opposta. Si ferma di fronte al dipinto a cui stava lavorando. La gatta lo raggiunge sorniona, con il pelo grigio a chiazze arancioni.

«Questa forse è più facile. È Perfect Day».

«Perfect Day… di Lou Reed?», mormora Elisa, riconoscendo solo in quel momento la melodia che esce dal giradischi sistemato a terra.

Anche l’apparecchiatura e il vinile che gira sono ricoperti di colore.

«Si, guarda». Andrea inizia a gesticolare come un pazzo, indicando le varie parti dell’opera. «Qui c’è la sangria nel parco, e qui, siamo allo zoo e diamo da mangiare agli animali».

Elisa inclina la testa, cerca di capire che specie di animali possano rappresentare le forme che campeggiano sulla tela. Andrea non si cura della reazione e prosegue, infervorato. «Guarda. Qui stiamo guardando un film al cinema e, qui, infine, passeggiamo verso casa».

«Ma questa sarei io?», lo interrompe Elisa, indicando una figura al centro del quadro. «Si amore, non ti riconosci?», ribatte Andrea. «Si si! Certo!», risponde incerta Elisa, poi fissa lo sguardo dritto negli occhi del ragazzo. «Ma perché mi hai messo nel quadro?»

Andrea sorride bonario, i lineamenti del viso si distendono, lo sguardo si addolcisce.

«Come dice la canzone… tu mi fai dimenticare me stesso. Mi fai pensare di essere una persona diversa, una persona buona».


Questo racconto è tratto da Quando guardo verso Ovest, una raccolta di 33 racconti con titoli ispirati ad altrettante canzoni rock del XX secolo.
Il libro è stato pubblicato da Antonio Tombolini Editore nel 2015 e può essere acquistato qui.
Tutti i proventi derivanti dalle vendite del libro vengono devoluti dall’autore all’Associazione Mondobimbi Onlus, che li usa per aiutare i bambini del Madagascar ad andare a scuola.