Sultans of Swing

Wasilow, Polonia

“And says at last just as the time bell rings

goodnight .. now it’s time to go home”

[Dire Straits, 1978]


“Non ho mai scritto un diario, però visto che non avrò nulla da fare per le prossime venti ore ho deciso di iniziare adesso. Come si farà? Proviamo così.

Mi chiamo Iwonne, ho sedici anni (quasi diciassette) e vengo da Wasilow, un piccolo paese vicino a Tomaszow Lubelski, nel voivodato di Lublino. Oggi è il primo ottobre e sono appena partita per l’Italia, dove mi aspettano le mie sorelle”.

Iwonne si guarda intorno intimorita. Scruta con i piccoli occhi celesti i volti delle persone con cui condivide quel viaggio della speranza. Il pullman è un vecchio Mercedes grigio, sporco e puzzolente. Oltre ai due autisti, dall’aria burbera, ci sono altri sei passeggeri: una coppia di giovani che parlano fitto tra loro, una signora con una bambina, un uomo che sembra appena uscito dalla fattoria. E poi c’è Ewa, la ragazza seduta accanto a lei.

“Per fortuna ho conosciuto una ragazza così ho qualcuno con cui parlare durante questo viaggio. Lei si chiama Ewa. È più grande di me ed è già stata in Italia due volte. È molto gentile. Mi ha fatto sedere vicino al finestrino così posso guardare il panorama. Anche se fuori ci sono solo campi di grano e fattorie”.

Iwonne fissa con nostalgia il paesaggio che scorre dietro il vetro, legge i cartelli che indicano la prossimità del confine.

“Stiamo per lasciare la Polonia. Tra dieci chilometri entreremo nella Repubblica Ceca. Poi, come mi ha spiegato Ewa, attraverseremo tutta l’Austria e finalmente arriveremo in Italia. Lei scenderà in una città che si chiama Bologna. Io invece dovrò proseguire ancora un po’ fino a un posto chiamato Pesaro. È quello il posto in cui vivono le mie sorelle e in cui, da domani, vivrò anch’io”.

Una lacrima scende lenta, rigando la guancia lentigginosa di Iwonne.

“È la prima volta che esco dal mio paese. Non ero mai stata neanche a Tomaszow Lubelski. E ora mi ritrovo a fare un viaggio di quasi duemila chilometri da sola. Per andare a vivere in un altro Paese. Io odio i miei genitori”.

Mentre il pullman attraversa il confine, Iwonne non riesce più a trattenersi e scoppia in un pianto a dirotto. Ewa le circonda le spalle con un braccio e la consola in silenzio. Sa cosa sta provando quella ragazzina, è stato lo stesso per lei qualche anno prima. Dopo qualche minuto, recuperata la calma, Iwonne estrae dallo zaino alcune fotografie e riprende a scrivere.

“Io non me ne volevo andare. Stavo tanto bene in Polonia. Avevo le mie amiche. Avevo la mia casetta, l’orto e tantissimi fiori. Anche se il paese è piccolo e non c’è nulla da fare, a me piace. Amo le sue strade sterrate, gli animali che vagano liberi, la piccola chiesa, i campi e l’odore del grano.

Per colpa dei miei genitori ho dovuto lasciare tutto. Loro dicono che non potevo più continuare a studiare perché alla scuola non c’erano più soldi. Sarei dovuta andare in un collegio più lontano e loro non potevano permetterselo. Così mi hanno impacchettato insieme alle valigie e mi hanno spedito in Italia. Come hanno fatto con le mie sorelle prima di me”.

Guardando le foto ingiallite, il groppo nella gola di Iwonne è diventato talmente grosso da toglierle quasi il respiro. Contrariamente a quanto pensava, trascrivere le sue emozioni su un quaderno non la sta aiutando a lenire la pena. Anzi, sente montare sempre di più la rabbia verso i suoi genitori, verso la miseria della Polonia, verso il destino. Verso tutto ciò che ritiene causa della sua odissea.

Per distrarsi estrae il walkman dallo zaino. L’oggetto avrà almeno dieci anni e non sfigurerebbe sui banchi di un mercatino dell’antiquariato. Per Iwonne invece è un lusso, uno dei pochi capricci adolescenziali accontentati dai genitori. Infila le cuffie e spinge Play. Nelle orecchie si diffonde la potente voce di Anastacia registrata sulla cassetta che le hanno regalato le amiche.

Il paesaggio fuori dal finestrino è cambiato. Le vaste distese di grano sono state sostituite dalle foreste scure della Moravia. La luce del mattino, da un cielo plumbeo che minaccia pioggia. Le poche auto che si incrociano lungo la strada sono quasi tutte Skoda. Solo una cosa non è cambiata: la miseria dipinta sui muri scrostati delle case, sui vestiti logori delle persone, sui cartelloni pubblicitari corrosi.

Ricorda che i suoi genitori una volta, parlando della situazione economica della Polonia e dell’Europa dell’Est, dicevano che era tutta colpa del blocco comunista. All’epoca Iwonne non aveva capito il significato di quelle parole.

Il pensiero vola da ciò che sta lasciando alle spalle a quello che troverà alla fine del viaggio. Guarda con tristezza le scarpe e gli abiti lisi che indossa. Il senso di solitudine si unisce al torpore causato dalla monotonia del viaggio. Con la mano che trema e le palpebre che diventano pesanti, riesce comunque a riaprire il quaderno e scrivere alcune righe.

“Chissà cosa troverò in Italia. Io me la sono sempre immaginata come un sogno, uno di quei posti che si vedono nei film o si leggono nei libri.

Le mie sorelle mi hanno scritto che laggiù è tutto molto bello. C’è lavoro, ricchezza e benessere. Dicono che anche una ragazza come me, che non sa fare nulla di speciale, può trovarsi in fretta un buon posto e sistemarsi. Lo spero perché non ho proprio idea di che tipo di lavoro potrei fare. Finora ho soltanto pensato a studiare, stare con le mie amiche e aiutare la mamma nelle faccende domestiche.

Ewa invece mi ha messo in guardia. Mi ha detto di non farmi tante illusioni. Lei conosce bene l’Italia e gli italiani. Non è quello che potrebbe sembrare a noi polacchi ingenui. È pieno di persone cattive che pensano solo a come arricchirsi e fregare il prossimo. Tutti hanno almeno un’auto, il cellulare, il computer e tante altre cose che io non mi posso neanche immaginare. Vanno a messa tutte le domeniche, poi quando incontrano uno straniero lo trattano con disprezzo, anche se come me viene dallo stesso paese del Papa.

Poi, gli uomini, dice Ewa, sono pericolosi. Se sei carina, soprattutto, devi stare attenta a non farti abbindolare dai complimenti. Ci sanno fare, gli italiani, con le donne dell’Est. Sanno che non siamo abituate a essere trattate bene nei posti da cui veniamo. Ti portano a cena fuori, ti regalano i fiori, ti dicono che sei bellissima. Ma vogliono soltanto una cosa. Come gli uomini polacchi, del resto.

A me le parole di Ewa mi hanno messo una paura da matti. So che lei voleva solo aiutarmi e darmi dei consigli. Però a questo punto non so più cosa pensare. Sto per andare a vivere in un posto lontano. Non parlo una parola di italiano. Non conosco nessuno a parte le mie sorelle. Dovrò trovarmi un lavoro. Dovrò stare attenta a non farmi fregare dagli uomini. Sono terrorizzata.

L’unica cosa che mi consola è che la città in cui andrò a vivere è vicino al mare. E la mattina presto si può andare in spiaggia, sedersi sulla sabbia fresca, respirare la brezza e guardare il sole sorgere dal mare. Credo proprio che sarà la prima cosa che farò appena arrivata. Io il mare non l’ho mai visto…

Caro diario, adesso sono proprio stanca però. Penso che chiuderò un momento gli occhi. Buonanotte. È ora di andare a casa”.


Questo racconto è tratto da Quando guardo verso Ovest, una raccolta di 33 racconti con titoli ispirati ad altrettante canzoni rock del XX secolo.
Il libro è stato pubblicato da Antonio Tombolini Editore nel 2015 e può essere acquistato qui.
Tutti i proventi derivanti dalle vendite del libro vengono devoluti dall’autore all’Associazione Mondobimbi Onlus, che li usa per aiutare i bambini del Madagascar ad andare a scuola.