Attenti al lupo (ma non solo)

Un contestato piano del Ministero permetterebbe, se approvato, l’abbattimento di questi animali. Ma i maggiori pericoli per l’ecosistema arrivano da specie allogene, come lo scoiattolo grigio o la nutria

di Alessandro Catanzaro, Chiara Jommi Selleri e Chiara Sivori

Nella foto è raffigurato il lupo Merlino, un esemplare maschio di 8 anni divenuto la mascotte del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Merlino vive all’interno di un ampio recinto e mangia 2/3 volte a settimana grosse fette di carne cruda, che gli vengono date dai responsabili del parco. Non coinvolgono sicuramente lui le polemiche che sono infuriate nelle scorse settimane a proposito del cosiddetto “Piano lupo” promosso dal Ministero dell’ambiente, quanto piuttosto i suoi “colleghi” in libertà sparsi per tutto il territorio italiano.

Il provvedimento è salito alla ribalta all’inizio di quest’anno, quando ne è cominciata la discussione in Conferenza Stato-Regioni. Il “Piano per la conservazione del lupo” prevede 22 misure il cui intento dichiarato è favorire la convivenza fra lupi e attività del settore primario. Ma la misura numero 22 ha scatenato le ire degli animalisti: questa prevede infatti la possibilità di approntare dei piani regionali, approvati dal Ministero, che consentano l’abbattimento selettivo degli animali fino ad un 5% della popolazione complessiva in Italia.

Sono scattate allora petizioni online e interrogazioni parlamentari, che hanno contribuito a far slittare per due volte (rispettivamente il 2 e il 23 febbraio) la discussione del provvedimento in Conferenza Stato-Regioni. Nel frattempo, mentre il ministro Galletti difendeva il piano, alcune Regioni si sono sfilate, dicendosi contrarie a una previsione del genere.

L’assessore regionale all’Ambiente, Fernanda Cecchini, ci comunica che nemmeno la Regione Umbria intende autorizzare l’abbattimento selettivo dei lupi, anche nel caso in cui tale possibilità dovesse essere concessa dal provvedimento ministeriale. La Cecchini dichiara di preferire invece altre soluzioni previste nel piano.

Dopo anni di lamentele da parte degli allevatori di tutta Italia, che continuano a vedere i propri animali (soprattutto ovini) morire per “zampa” dei lupi, la sorte del “Piano lupo” è ancora incerta. Molti allevatori sono favorevoli all’abbattimento controllato degli animali, argomentando che il lupo non è più in via di estinzione da tempo e che le perdite di capi di bestiame sono per loro economicamente insostenibili. Questa è la voce di Gianni Berna, allevatore di alpaca a Umbertide che ha ricevuto numerosi danni dagli attacchi dei lupi.

I lupi si erano quasi estinti dal territorio italiano a causa dell’attività umana. Così, a partire dal 1971 ne venne vietata la caccia e dal 1976 il lupo è riconosciuto come specie protetta. Oggi questi animali sono di nuovo aumentati di numero e non sono più a rischio estinzione. Ma ce ne sono davvero così tanti?

Alessandro Rossetti, biologo del Parco nazionale dei Monti Sibillini, è contrario agli abbattimenti selettivi: ritiene infatti che la misura rischierebbe solo di incentivare il bracconaggio ai danni di questi animali, un fenomeno peraltro già esistente.

Gli attacchi alle greggi, i danni subiti dagli allevatori e il cosiddetto “Piano lupo” hanno fatto molto discutere, ma i lupi non sono il vero problema dell’ambiente italiano: le criticità maggiori provengono da creature decisamente meno minacciose di un lupo, ma molto pericolose per l’equilibrio ambientale. Si tratta di specie provenienti da altre parti del pianeta, portate in Italia per motivi economici o per essere usate come animali da compagnia e che poi si sono diffuse nel territorio per colpa dell’incuria dell’uomo. Una volta liberati in natura questi animali minacciano la biodiversità dell’ambiente italiano, perché occupano l’habitat, sfruttano le fonti di cibo degli animali autoctoni e spesso si riproducono in modo eccessivo.

Il Ministero dell’ambiente, in collaborazione con l’Unione Europea, ha redatto una lista di specie allogene che costituiscono un pericolo per il nostro territorio. Si tratta soprattutto di invertebrati, ma ci sono anche alcuni mammiferi, tra cui lo scoiattolo grigio americano (che è stato oggetto di una forte campagna di soppressione anche in Umbria) e la “famosa” nutria, che tanto fa parlare di sé per i danni che provoca agli argini.

Le nutrie sono diffuse principalmente nella Pianura Padana, ma si possono trovare facilmente anche in Umbria, in particolare lungo il Tevere, e a Perugia, dove una numerosa “comunità” risiede ormai da anni nel laghetto artificiale del Percorso Verde. Le nutrie sembrano trovarsi a loro agio e, dato che si riproducono moltissimo, periodicamente si pone il problema di ridurre il numero di esemplari presenti nel laghetto, spesso risolto con delle soppressioni. Per evitare questa misura cruenta, la sezione perugina dell’Enpa (Ente nazionale protezione animali) ha presentato un progetto di contenimento che prevede la sterilizzazione delle femmine e l’inserimento di un microchip per monitorare gli animali.

Il piano dell’Enpa è stato approvato dal Comune di Perugia, e se avrà successo potrebbe essere compreso in una più ampia procedura di eradicazione non violenta delle nutrie dall’intero territorio italiano, rientrante nel programma LIFE del Ministero dell’ambiente. In questo caso arriverebbero maggiori fondi (anche dall’Unione Europea) e le nutrie del laghetto del Percorso Verde potrebbero diventare le protagoniste di un’oasi educativa dedicata ai bambini, che potranno così conoscere meglio questo animale. La presidente dell’Enpa di Perugia, Paola Tintori, ci ha raccontato nei dettagli questa iniziativa.

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