Il fratello

Una storia antica e sempre attuale


L’uomo camminava lentamente lungo la strada polverosa, un sacco di granaglie gettato su una spalla rendeva ancora più faticoso il suo passo.

Era l’ora del tramonto e l’uomo stava ritornando a casa, dopo una dura giornata di lavoro nei campi. Mentre camminava, immagini si susseguivano senza un intreccio nella sua mente: la radice che aveva dovuto svellere per completare il dissodamento del nuovo appezzamento, quella giovane ragazza che si era voltata a guardarlo la sera prima al pozzo, la cena che di lì a poco avrebbe premiato le sue fatiche, il volto del padre, ogni giorno più vecchio.

Senza una ragione apparente, l’immagine del viso di suo padre rimase fissa nella sua mente per una manciata di secondi in più delle altre e si ritrovò a pensare quanto era cambiato il vecchio da quando l’altro se n’era andato.

L’altro. Il suo fratello minore. Quello che tre anni prima aveva affrontato il genitore, rivendicando la sua parte di eredità e, con i soldi in tasca, era sparito. Da allora non aveva più fatto sapere nulla di sé, anche se qualche voce era giunta ai loro orecchi.

Dicevano che aveva cambiato paese, si era spostato in una cittadina più grande e qui aveva sperperato tutto. Giochi, donne, divertimenti — d’altra parte, pensò l’uomo amaramente, aveva sempre detto di voler fare la bella vita.

Poi le voci, malevole, avevano riferito della miseria: senza più un soldo, si era adattato a fare da guardiano ai porci di un ricco allevatore e — si malignava — mangiava quello che davano agli animali.

Il padre fingeva di non ascoltare le voci sempre più cattive: ma ogni giorno la sua schiena si curvava un po’ di più, come sotto l’effetto di un peso insostenibile, e in ogni ruga del suo viso si poteva leggere l’apprensione per il figlio lontano.

Lui, l’uomo, l’odiava — odiava questo fratello lontano soprattutto per come stava uccidendo il padre; a poco a poco, senza neppure saperlo.

Improvvisamente, si arrestò: sentiva una musica lontana e voci gioiose, di festa. Sembravano provenire dalla sua casa; com’era possibile?

In quella un servo gli corse incontro e iniziò a parlare in fretta. L’uomo ascoltava trasognato, senza capire bene: il fratello era tornato… aveva chiesto perdono al padre… questi l’aveva abbracciato… il vitello grasso ucciso per fare festa.

Quando afferrò cosa gli stava dicendo il servo, una rabbia incontenibile lo invase: prese l’altro per la gola, lo minacciò di morte, gli disse di andare a riferire al padre che non avrebbe mai più messo piede in quella casa. Quello fuggì e l’uomo si sedette su una pietra al lato della strada.

Dunque è così, pensava, è bastato che il fratellino sia tornato e con qualche moina nostro padre ha dimenticato tutto. L’ha perdonato. Ha ucciso il vitello grasso, mentre a me non ha mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. Ah, ma io non perdono. No, io non dimentico.

In quel momento, vide arrivare il padre. Ancora curvo, carico di anni, ma con il volto raggiante come non aveva mai visto. Tese la mano verso l’uomo e parlò.

“Figlio mio, vieni a casa tua. Sei adirato, lo capisco: i fratelli non provano per i loro fratelli ciò che i genitori provano per i figli. Quando sarai padre, forse lo capirai. Sappi però che questa è la tua casa e lo sarà sempre; è il porto sicuro a cui puoi tornare in ogni momento, dopo qualsiasi avventura. Oggi è tornato tuo fratello e per lui facciamo festa; per te, che sei sempre rimasto con me, io ho fatto festa ogni giorno nel mio cuore.”

L’uomo guardò il vecchio, il suo volto felice e provò improvvisamente una grande tenerezza. Non sapeva se sarebbe riuscito a perdonare suo fratello, temeva anzi il momento dell’incontro, ma afferrò la mano del padre e si incamminò con lui verso casa.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.