Ma possiamo vendere il Colosseo?

Riflessioni intorno al turismo in Italia, innescate da una curiosa affermazione


Il 4 febbraio 2014 il Financial Times ha riportato la notizia di un’accusa della Corte dei Conti nei confronti dell’agenzia di rating Standard & Poor’s relativa a un potenziale comportamento illegale di quest’ultima nell’ambito della valutazione del merito creditizio dell’Italia e di una conseguente richiesta di risarcimento danni (erariali) per la sbalorditiva cifra di 234 miliardi di euro.

Tra gli aspetti che — secondo Standard & Poor’s — i magistrati italiani contestano all’agenzia vi è un passaggio particolarmente curioso, ampiamente ripreso dalla stampa nostrana, che il quotidiano inglese riporta così (traduzione mia):

S&P nei suoi giudizi non ha mai messo in evidenza la storia, l’arte o il paesaggio dell’Italia, che, com’è universalmente riconosciuto, sono la base della sua forza economica.

Fermo restando che valutare una frase estrapolata dal contesto è spesso esercizio pericoloso e che sul merito delle inchieste contro le agenzie di rating promosse negli ultimi anni da magistrati italiani la penso esattamente come l’autore di questo post, mi domando: cosa c’entra il paesaggio, l’arte e persino la storia del nostro paese con una valutazione — discutibile quanto si vuole — sul debito contratto dalla Repubblica Italiana?

Forse possiamo pensare di vendere il Colosseo o la Marmolada per saldare i debiti? Dubito che la Corte dei Conti si riferisse a ciò.

Un’ipotesi (apparentemente) più credibile è che i magistrati intendessero che il nostro ricco patrimonio artistico e naturale possa essere fonte di reddito, per esempio attraverso il turismo. Ora, prescindendo dal fatto che i redditi del turismo sono inclusi nei dati di contabilità nazionale, che ogni agenzia di rating prende in considerazione nelle sue analisi, ci si potrebbe domandare: siamo poi così bravi a valorizzare questa ricchezza italiana?

L’aneddotica già sembrerebbe bastare a rispondere negativamente, ma qui vogliamo azzardare un approfondimento basato su qualche dato. Addentriamoci allora in una veloce analisi dell’attrattività turistica dell’Italia.

Partiamo con il numero degli arrivi: quanti turisti visitano ogni anno l’Italia e quanti scelgono altre mete? L’ultimo dato disponibile, compilato dalla World Tourism Organization (UNWTO) e disponibile sulla banca dati di The World Bank, è del 2011 e ci dice che in quell’anno sono arrivati nel nostro paese poco più di 46 milioni di turisti. Limitando la nostra analisi ai paesi del G20, l’Italia si colloca al quinto posto, alle spalle di Francia, Cina, Stati Uniti e Spagna.

Italia al quinto posto per arrivi turistici internazionali nel 2011

Come si è evoluto questo dato nel tempo? La serie storica degli arrivi riportati da The World Bank parte dal 1995: da quell’anno al 2011 gli arrivi per turismo in Italia sono cresciuti del 49%, una variazione in linea con i paesi sviluppati del G20, ad eccezione della Germania (dove la crescita è stata del 91%) e del Giappone (+86%). Per effetto della crescita del turismo in Cina, invece, siamo scivolati dal quarto all’odierno quinto posto.

Ben altri infatti sono stati i numeri delle cosiddette economie emergenti: si va da +426% dell’Arabia Saudita a +381% della Turchia e a crescite tra il +150% e il +200% per India, Cina, Brasile e Corea.
La variazione 1995 — 2011 degli arrivi per turismo in Italia è in linea con quella dei paesi sviluppati

Un’ulteriore dato che UNWTO mette a disposizione è il peso del turismo sul complesso delle esportazioni del paese. Si tratta di un indicatore a doppia lettura: da un lato, un valore alto può segnalare l’impegno della nazione nella promozione turistica, ma d’altro canto può essere un segnale di scarsa diversificazione economica e di eccessiva dipendenza da questo settore. L’Italia ha un peso del turismo pari al 7,5% dell’export, inferiore alla Spagna (15%), in linea con Stati Uniti e Francia (8%), superiore a Germania e Cina (3%).

L’Italia si colloca in linea con Francia e USA come peso del turismo sulle esportazioni
Volendo però analizzare la capacità dell’Italia di mettere a frutto il proprio “capitale” storico, naturale e artistico, ci serve un indicatore che possa in qualche modo misurare il nostro patrimonio e confrontarlo con quello di altri paesi.

Un possibile candidato a questo ruolo è il numero di siti che in ciascuna nazione sono stati dichiarati “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco e come tali tutelati dalla World Heritage Convention.

In questa classifica l’Italia primeggia, con 49 siti tutelati, seguita da Cina (45), Spagna (44), Germania e Francia (38) e via via a scendere gli altri paesi del G20 fino ad arrivare all’Arabia Saudita (2).

L?Italia primeggia per numero di siti tutelati dall’Unesco attraverso la World Heritage Convention

Proviamo a mettere insieme tutti questi dati in una sintesi che ci aiuti a capire quanto l’Italia risulta attrattiva come meta turistica. Nel grafico finale i paesi del G20 sono rappresentati attraverso “bolle” che riassumono le dimensioni analizzate in precedenza: la posizione sull’asse delle ascisse misura il numero di siti dichiarati “patrimonio dell’umanità”, sull’asse delle ordinate sono rappresentati gli arrivi turistici nel 2011, l’area della bolla è proporzionale alla variazione dei flussi turistici dal 1995 al 2011 e infine il colore rappresenta il peso sulle esportazioni con una scala crescente passando dalle tinte più fredde a quelle più calde.

L’Italia appare “sottovalutata” come meta turistica rispetto ai siti tutelati dall’Unesco e cresce meno rispetto agli altri paesi “sottovalutati”

Rispetto al numero dei siti tutelati dall’Unesco, l’Italia appare “sottovalutata”, ossia attrae meno turisti in proporzione alla media dei paesi del G-20. Inoltre, diversamente da altre nazioni “sottovalutate”, quali l’India o — per restare in Europa — la Germania, i flussi turistici sono cresciuti sotto la media negli ultimi quindici anni.

Insomma, si potrebbe concludere, è certamente vero che godiamo di un patrimonio storico, artistico, culturale e naturale che ha pochi uguali nel mondo, ma sembriamo meno abili nel farlo fruttare.

Inoltre molti altri paesi hanno sviluppato di recente una vocazione turistica e conosciuto sotto questo profilo una crescita a tassi sorprendenti (l’ascesa della Cina è paradigmatica anche in questo settore): la competizione oggi è ben più accesa di un tempo.

Temo allora che non basti gloriarsi delle proprie bellezze naturali o artistiche e tanto meno accusare altri di non comprenderle: occorre continuare a lavorare e strutturare un’offerta turistica che possa sempre più rendere tale patrimonio “la base della forza economica” italiana.

AGGIORNAMENTO: Un’intervista al magistrato estensore dell’accusa circostanzia meglio il pensiero della Corte dei Conti (tutta?). Sembra proprio che — per quanto bizzarra possa essere l’idea —il patrimonio artistico e naturale italiano sia visto come una sorta di garanzia del debito della Repubblica:

Il concetto è semplice anche se l’hanno buttata in caciara, come si dice. Se tu sei il mio debitore a me non interessa sapere quanto guadagni ma quante case hai, quanti titoli, quanti soldi in banca. È sul patrimonio che mi posso rifare, non sulla busta paga. Con gli Stati funziona allo stesso modo.

NOTA TECNICA: L’analisi riportata in questo post è stata svolta attraverso un Notebook di IPython, che è visualizzabile e scaricabile qui.

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