La gentilezza, lo stupore, la complicità: Federico Sirianni e “Il santo”

Federico Sirianni, foto di Flavio Amelotti

“…e io, le mie fantasie avide, tutto quello che è esistito e che esiste, siamo parte di una collana di incomparabile bellezza e priva di significato”.
Leonard Cohen, Beautiful Losers

Certo che bisogna proprio essere dei santi, o andarci molto vicino. Ci vuole proprio tanto amore per continuare ad attraversare la musica italiana, distratta da tutt’altro e drogata dai “talent”, e scrivere versi, assemblare suoni, fare dischi che spesso sovrastano per qualità (persino della produzione, a volte) la maggior parte del mainstream che può contare su ben altri mezzi e amplificatori.
Federico Sirianni fa parte di un manipolo di artisti che continua a fare musica senza preoccuparsi troppo del fatto che più in là c’è un mondo parallelo dove le tracklist le decide l’amministratore delegato. Bisogna essere quasi santi, ma una volta che ci sei dentro, immagino arrivi il momento che decidi di goderti il vero grande vantaggio di quella condizione, e cioè una libertà creativa e di movimento che dove comanda il mercato si è persa vai a sapere quando. 
È così che in certi angoli un po’ meno illuminati della musica italiana fiorisce una creatività che se non vai a cercare apposta, nemmeno sospetti.

“Il santo” è il disco di Sirianni del 2017. Si dice in giro che contenga influenze dei migliori americani, e in parte è vero. Chiaro che ascoltandolo ci troverete — dove in filigrana, dove in primo piano — suggestioni nashvilliane e texane, blues, Cohen (il “santo” del titolo, peraltro, è una citazione di Beautiful Losers), Dylan (d’altra parte a citarlo come riferimento ci azzecchi per definizione: se uno è nato alla fine dei Sessanta e fa il cantautore, come prende una chitarra i conti con Dylan li fa anche se non vuole). È sensato anche il riferimento a Tom Waits, quello dei primi tempi: ma a patto di togliere la voce di nicotina e carta vetrata del californiano e di metterci quella ruvidamente amabile di questo genovese di nascita (felicemente residente a Torino); e già che abbiamo nominato Genova, vogliamo contare anche De Andrè, soprattutto se l’artista è uno che porta in giro da tempo uno spettacolo dal titolo “Si chiamava Faber”? 
Aggiungete pure tutti quelli che vi vengono in mente, e probabilmente ci sono. Ma difficilmente troverete un tentativo di assomigliare a qualche modello.

Federico Sirianni, “Il Santo” (Nota, 2017)

Dice Sirianni che nell’album “c’è un senso religioso totalmente laico che pervade ogni frase di ogni canzone”. È vero. Credo il disco sia attraversato da cima a fondo da un profondo senso del sacro. Ma non tanto perché nei testi abbondano riferimenti religiosi (che pure non mancavano nei dischi precedenti): semmai quelli sono una conseguenza, perché sono metafore per parlare di un senso di unità — di comunione, vorrei dire — che è il sentimento che segna tutte le canzoni. È quello, che viene prima di tutto il resto e gli dà forma, è da quello che discende il linguaggio che Sirianni sceglie per esprimerlo.
C’è un senso di connessione e di totalità che unisce i personaggi delle canzoni, tutti raccontati nel necessario legame con la realtà e la tragedia nella quale sono immersi, e nei vincoli che li legano al loro prossimo; e ciascuno consapevole che la propria storia non può essere scritta senza quella dell’altro. Eccolo, il sacro: è “la complicità che unisce le persone”, è la verità che per quanto ti affanni a negarla è “più pesante dei panni stesi”, è la consapevolezza di chi è parte di “una generazione uscita da una sparatoria” e che porta addosso le tracce di una storia — e a quella storia si può solo affidare, anche senza sapere come andrà a finire. Il sacro è la preghiera del “santo e blasfemo” che regala il pane ma beve il vino. Il sacro sta persino nel cantare quell’umanità sofferente e viva, come se cantarla fosse l’unica cosa che ha senso al mondo, e poi chiudere con Dentro questa canzone, una serena dichiarazione di disillusione per il potere di una canzone, una rinuncia alla pretesa arrogante che essa possa cambiare alcunché — eppure una dichiarazione d’amore ancora più radicale, se a dare valore a una canzone non resta che la canzone stessa. (Sostiene l’autore che l’album non abbia un punto di partenza né uno di arrivo: ma fa il modesto, perché sappiamo che è uno che ha una passione sfrenata per le storie — ascoltatelo un po’ qua — , e quella canzone sta proprio lì dove deve stare, cioè alla fine di un album che è una storia di storie).

Ora, se “Il Santo” non riecheggia quei maestri, ai quali pure l’autore dichiara riconoscenza (a Waits soprattutto) è perché è un disco corale, collaborativo, che pende dalle labbra degli avi, ma altrettanto vive della sintonia con i compagni di strada di oggi, che vengono da strade diverse e portano ciascuno spezie e profumi di casa propria. Ogni artista coinvolto è importante (tutte forti personalità artistiche, non certo gente che sta lì a prendere ordini), tanto che “Il Santo” non sarebbe lo stesso disco se ne mancasse uno solo. Prendete per esempio Ascoltami o Signore, già nota agli spettatori del live di Federico Sirianni: riuscirete ad ascoltarla dall’autore, d’ora in poi, senza sentire nella testa la voce di Giua intrecciarsi con la sua? 
Così l’intervento dei diversi amici (Gnu Quartet, Paolo Bonfanti, Cecilia Lasagno, Michele Di Toro, e altri ancora) dà forma e sostanza all’opera almeno quanto lo spirito aleggiante dei padri nobili di cui sopra.
E quanto ci sta bene Sirianni, dentro quella piccola folla di amici e collaboratori. Tanto è cordiale e grato come padrone di casa, tanto quegli ospiti sono generosi nel mettersi al servizio delle sue canzoni. Anzi, sembra proprio affidarsi a quel caos creativo per vedere cosa ne verrà, con quella fiducia che benedice lo stupore, l’incanto e la complicità fra le persone — come direbbe il Santo.

Al di là di tutto: “Il Santo” è un disco in cui le strutture semplici della folk song tradizionale si complessificano anche grazie alla pluralità di suoni e idee che gli ospiti portano in dote. È ben suonato e ben registrato. Ma il virtuosismo compositivo sta nella scrittura dei testi, nelle metafore visionarie, nel mettere insieme i versi e nell’incastrarli con una precisione diabolica, e nel farli suonare. Sta nelle rime che arrivano sempre puntuali, ma mai tanto per fare.
Ascoltando il parlato di L’ultimo blues, o quello di Il campo dei miracoli si apprezza anche il debito di Sirianni — nel modo di scegliere le parole, nel modo di porgerle — verso il teatro, che è l’altra parte della sua attività.

È necessario segnalare qualche canzone da ricordare? Ognuno troverà le sue preferite. Io stasera (ma potrei cambiare idea domani) vi consiglio di segnarvi L’ultimo blues dell’umanità con dentro Last blues, to be read some day di Cesare Pavese; e la struggente Ascoltami o Signore; e poi L’iguana sulle scale, con Cecilia Lasagno all’arpa e alla voce. E poi c’è l’attacco di Con te, che è una sequenza cinematografica che lascia senza fiato. 
A chiudere tutto — come se la già citata Dentro questa canzone non bastasse a rimettere tutto in proporzione — arriva come bonus track il duetto con Arturo Brachetti: Mia madre sta su Facebook è un country gioiosamente sbragato e aggiunge una risata in fondo a cinquanta minuti di gentilezza e stupore.