Bob Dylan e “Chronicles”: come l’ho letto, come ci ho viaggiato

Se ho impiegato sei mesi a leggere “Chronicles”, è stato per scelta. Poche pagine ogni notte, nutrendomi di esse anziché divorarle. Per dilatare il tempo e garantirgli consistenza di luogo…

Massimo Giuliani
Apr 10 · 19 min read

di Silvia Longo

Silvia Longo lavora da trent’anni presso una cooperativa sociale che si occupa del recupero e del reinserimento socio-lavorativo di persone in situazioni di disagio, soprattutto nell’ambito delle dipendenze patologiche. Ama leggere, ha il vizio di scrivere. Nel 2012 ha pubblicato per Longanesi il romanzo “Il tempo tagliato”. È presente in diverse antologie con poesie e racconti. L’altra sua grande passione è la musica.

Curiosità:

  • A pag. 44 Dylan scrive: invocare la musa era una cosa di cui non sapevo ancora niente, e comunque non abbastanza per cominciare a preoccuparmene. In “Rough and Rowdy Ways”, è arrivato il momento di farlo.
  • I libri che ho letto, inframezzando lo studio di “Chronicles”, sono stati scelti in funzione. Cioè per completare e ampliare l’idea di viaggio e di immersione nella letteratura americana. Oltre al già citato “Dizionario della dissoluzione” di John Freeman, e a “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di Walter Benjamin, ho riletto “Mentre morivo” di William Faulkner (contiene moltitudini, e cioè le voci dei diversi narratori) e alcuni passaggi di “Furore” (idea del viaggio, epica dolente della classe rurale). Ho ripreso la poesia beat e scoperto la nuova poesia americana contemporanea (due volumetti della Black Coffee). “Strade blu” di William Least Heat-Moon (che consiglio vivamente a chi ama il viaggio su strade secondarie) e “L’ultima corriera per la saggezza” di Ivan Doig: un “On the road” narrato in prima persona da un ragazzino di undici anni. Come dire, Kerouac bambino, che davvero a un certo punto incontra Jack Kerouac.
  • La canzone che ha ridondato per tutta la durata della lettura è stata, come è evidente, “I Contain Multitudes» (un verso di Whitman): una sorta di tributo che Dylan porge a coloro che nel tempo lo hanno formato, le loro storie nella sua, canalizzando arte nell’arte, plasmando e agendo nel profondo, trasformando la materia grezza del genio in quell’oro azteco purissimo che non deriva dal furto, o meglio, da quello condotto con amore e per amore (“Love and Theft”), dall’attingere alla bellezza pregressa che sta lì, a un passo solo del cuore dagli occhi dalle orecchie.

RadioTarantula

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