“Contengo moltitudini” (e un po’ anche noi, grazie Bob Dylan!)

Massimo Giuliani
Apr 19 · 5 min read
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“Giace lì, poeta, profeta, fuorilegge, imbroglione, star di elettricità, inchiodato da un guardone che avrebbe presto scoperto che anche il fantasma era più di una persona”.

Todd Heynes, I’m not there

Nel 2007 uscì uno strano film ispirato, dicevano i titoli di testa, “alla musica e alle molte vite di Bob Dylan”. Non proprio un film biografico — non nel senso in cui lo intenderemmo di solito. O, se era un film biografico, lo era a patto di accettare che una biografia possa essere raccontata facendola esplodere. Una biografia centrifuga, per così dire, anziché centripeta, un ritratto che non ricerca la migliore e più realistica approssimazione a un presunto “cuore” del personaggio, ma anzi procede in direzione opposta. La “verità” non è ricercata selezionando aspetti realistici e ben verificati (come nella biografia tradizionale) per “centrare” il personaggio da raccontare, ma al contrario moltiplicando descrizioni.

Il Bob Dylan di Todd Haynes è il cantante folk del Greenwich Village dei primi anni sessanta; è quello che il pubblico del festival folk di Newport nel 1965 ripudiò per via della “svolta elettrica”; è una star del cinema, è un ragazzino nero che viaggia sui vagoni merci e tenta di emulare le gesta di Woody Guthrie; è il poeta francese Arthur Rimbaud, è Billy the Kid, il ban- dito del Far West che Dylan cantò per la colonna sonora del film di Sam Peckinpah. Non è un qualche grado di realismo della sceneggiatura e meno ancora dei tratti somatici, a renderci il personaggio (interpretato fra gli altri persino da una donna, una grandissima Kate Blanchett): emerge invece dalla molteplicità delle fasi artistiche che ha attraversato, degli incontri che hanno costellato la sua vita, dei racconti delle persone che gli sono state accanto, dei personaggi e delle visioni che ha cantato, dei poeti e degli artisti che hanno avuto un ruolo nella sua formazione umana e letteraria. Non un ritratto testuale, insomma, ma ipertestuale. L’esperienza dello spettatore non è quella di “cogliere” un’immagine più o meno definita di Bob Dylan, anzi assomiglia a quella che Calvino indicava come “vertigine del vuoto”, uno smarrimento profondo davanti alla complessità del personaggio, di cui lo spettatore non può fare a meno di contemplare la molteplicità e persino la contraddittorietà. (*)

Mi è capitato negli anni, ogni volta che ho rivisto quel film, di domandarmi se l’autore volesse fare davvero un film su Dylan, e dunque non ha potuto che raccontarlo così, come un ipertesto, o se invece volesse fare un film sulla natura molteplice e ipertestuale del “sé” e del’identità, e non potesse farlo meglio che attraverso una figura come quella di Dylan.

Bob Dylan è tornato in queste ore, dopo qualche settimana dal regalo di “Murder Most Foul”. Cita nel titolo il poeta Walt Whitman:

Mi contraddico?
Molto bene, allora, mi contraddico,
sono vasto, contengo moltitudini.

È quello che Whitman dice nella cinquantaduesima strofa della lunga “Song of Myself”. Ma non dice solo quello. Dice qualcosa di più, e lo dice proprio nella prima strofa, lì dove annuncia il senso dei molti versi che seguiranno. “Canto me stesso”, dice, “e celebro me stesso”, e aggiunge:

e ciò che io assumo voi lo dovete assumere
perché
ogni atomo che mi appartiene appartiene anche a voi.

L’artista contiene moltitudini, dunque, e con lui condivide questa condizione ciascuno di noi, attraversato dalle persone che ha incontrato e che ha amato, quelle da cui ha preso e quelle a cui ha dato. Ma ancora, ciascuno di noi si è lasciato attraversare dai dischi, dai libri e dai film, dai personaggi e dagli autori, dalle storie e dalle immagini che lo hanno in qualche modo toccato. Nessuno di noi è riducibile al racconto che ne fa qualcun altro, nessuno di noi è uno. Tutti viviamo al crocevia di una infinità di relazioni con qualcuno in cui ci siamo rispecchiati, con cui abbiamo condiviso qualcosa, o che abbiamo scelto come maestro o come modello, tutti siamo un nodo di una rete di voci da cui ci siamo lasciati cantare o raccontare.

Ora, guardare a sé stessi come a una molteplicità ha una implicazione etica, che riguarda la scelta, e dunque la libertà e la responsabilità. Il Pereira di Antonio Tabucchi (così, almeno, sostiene) scopre nell’incontro col dottor Cardoso una teoria seconda la quale ogni uomo è una “confederazione di anime”:

“credere di essere ‘uno’ che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione”.

Questa rivelazione gli chiarirà quello che gli sta succedendo, il processo di cambiamento nel quale si è incamminato e che lo sgomenta. Contribuirà così a legittimare la sua trasformazione, la scelta di dar voce a una delle sue anime — di renderla egemone. Quel percorso lo condurrà al risveglio civile e al rifiuto di mettere il proprio mestiere al servizio del pensiero dominante al tempo di Salazar. E il Dylan che il 25 luglio del 1965, poche ore prima di salire sul palco di Newport, decide di farlo con una chitarra elettrica, apre una frattura profonda col proprio pubblico più tradizionalista ma si assume la responsabilità di imprimere una svolta irreversibile alla storia della musica del ventesimo secolo.
In quanto artista che non ha mai temuto di dar voce alla propria molteplicità, Dylan è stato forse l’artista che più si è offerto come bersaglio al bisogno mortifero di coerenza dei fan della musica.

Se queste nuove canzoni che arrivano ora alla spicciolata mentre tutto il mondo è chiuso in casa non costituiscono un testamento, certo il tema è in qualche modo l’ eredità. È uno sguardo al passato che non tende alla nostalgia e al rimpianto, meno ancora quello generazionale. E che anzi ci ricorda che poco importa se la musica è cambiata e se le voci e le chitarre non sono più le stesse. Quelle voci e le chitarre non sono un pezzo di passato che se ne è andata per sempre. Quelle voci e quelle chitarre siamo noi.

(*) Riprendo queste considerazioni sul film di Todd Heynes da questo libro che pubblicai nel 2012.

Originally published at http://www.radiotarantula.net on April 19, 2020.

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La cura e la musica sono i miei due punti di vista sul mondo. Sembrano due faccende diverse, ma è sempre questione di suonare insieme.

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Sono sempre stato uno stalker di musicisti, finché ho scoperto che “blogger” suona molto meglio.

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