Francesco Piu, grazie al blues

È già capitato che su questo blog si parlasse di “Crossing” di Francesco Piu (2019, Appaloosa), un album sulla musica di Robert Johnson. Probabilmente molto diverso da come lo immaginate.
Il ragno è riuscito a scambiare qualche parola col bluesman, proprio a partire da questo progetto singolare…

Massimo Giuliani
Mar 31 · 4 min read

Radio Tarantula: Francesco, magari l’hai già raccontato cento volte, ma come succede che un giorno dici “faccio un album su Robert Johnson con i suoni mediterranei”?
Francesco Piu: Beh, in realtà non è andata proprio così. Un album coi brani di RJ non era assolutamente nei miei pensieri fino a quando, poco più di due anni fa, Marco Capurso di “The Blues Place” mi espresse il suo desiderio di produrre un doppio album con tutti i brani di Johnson riarrangiati da me. Io accettai, a patto che i brani da arrangiare non fossero tutti ma una mia selezione, e a patto che il tipo di riarrangiamento non fosse ristretto al blues.

RT: Come hai lavorato al progetto?

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FP: Da quel momento iniziai un lungo periodo di ascolti approfonditi su musica di matrice africana, mediterranea e sarda, poi, dopo un annetto, mi buttai sulle preproduzioni.
L’idea era quella di immaginare Il grande Robert Johnson errante non più tra le strade deserte del Mississippi ma tra quelle del Mali oppure su un mercantile che oggi salpa a Tunisi e domani ad Istanbul. Il tutto ambientato nel presente, coi suoni della tradizione che si miscelano all’elettronica e a chitarre distorte.

RT: Peraltro non è la prima volta che organizzi un appuntamento fra il blues e i tuoi luoghi, la Sardegna in particolare. Nel 2016 hai fatto un album con testi scritti insieme a Salvatore Niffoi. La Sardegna qualche volta è luogo di incontri felici fra blues e letteratura, penso a Paolo Fresu con Stefano Benni, penso al blues nei libri di Flavio Soriga. Cos’è che favorisce questo incontro?

FP: Sicuramente il fatto che il blues è una musica che tocca le corde dell’anima la rende universale fa sì che attecchisca in qualsiasi parte del mondo e quindi anche nella mia isola. In secondo luogo, beh, la Sardegna è una terra con radici forti e allo stesso tempo contaminate dai vari colonizzatori sin dall’antichità, una terra piena di bellezza e solarità ma allo stesso tempo di malinconia.
Questi suoi contrasti, la voglia di riscatto da parte di chi è sempre stato sottomesso ai vari colonizzatori, di chi è isolato e deve faticare più degli altri per farsi spazio, l’unione di questi elementi secondo me hanno generato il Sardinian Blues.

RT: Ci dici qualcosa sui musicisti che ti hanno seguito in questo progetto su Robert Johnson?

FP: Volentieri, anche perché ho avuto la fortuna di circondarmi da autentici fuoriclasse, sia in fase di preproduzione sia in studio.
Nella parte ritmica di sono alternati Bruno Piccinnu dei Cordas et Cannas (una colonna della musica sarda), Paolo Succu e Silvio Centamore, i bassisti Gavino Riva e Fabrizio Leoni, poi dei fantasisti che non hanno bisogno di presentazioni: Antonello Salis alla fisarmonica, Gino Marielli dei Tazenda all’hang, Gavino Murgia al tenore bassu, DJ Cris all’elettronica, Lino Muoio al mandolino e Marco Pandolfi all’armonica.
Per gli strumenti etnici sono stati fondamentali Jally Tamba alla kora, Stefano Romano e Alessandro Quartu alle launeddas.
Ai cori le talentuose voci di Denise Gueye, Elisa Carta e Rita Casiddu.
Soprattutto nelle preproduzioni sono stati fondamentali i contributi di Cisco Ogana e Bruno Piccinnu. Il suono è stato totalmente curato da Giuseppe Loriga con un aiuto in fase di mastering da parte di Trix ovvero Andrea Tripodi.

RT: Qualcuno ha scritto che un album come “Crossing” è un inno alla fratellanza e all’universalità. Avevi in mente un valore del genere, mentre ci lavoravi? Richiamarsi alle culture del Mediterraneo non è una scelta “neutra” di questi tempi…

FP: Certamente, in un’epoca in cui si elevano muri e alcuni sinistri personaggi che siedono al potere inneggiano all’intolleranza la musica può e deve mostrare la via della mescolanza e dell’arricchimento con le diverse culture che si uniscono. La musica dev’essere un esempio in quanto veicolo che unisce anziché creare barriere.

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RT: Come è accolto il tuo lavoro all’estero? Quanto è stato difficile farti ascoltare?

FP: All’estero “Crossing” sta avendo ottime recensioni, dalla Francia alla Norvegia passando per Svezia e Regno Unito, sicuramente il fatto di cercare nuove miscele genera curiosità ed il fatto di aver contaminato il blues di Robert Johnson con suoni non prettamente americani penso dia una ventata di freschezza al genere.

RT: Senti, parliamo di chitarre. Ho presente alcune foto in cui hai strumenti bellissimi, a partire dalla B&G…

FP: Sì, ultimamente sono entrato nella scuderia B&G, una ditta israeliana che produce chitarre eccezionali. Con la band ed in trio utilizzo principalmente una Little Sister Crossroads mentre nei miei show acustici una Caletta Crossroads, entrambe B&G. A queste affianco due Eko X27 (una del ’65 ed una del ’67) ed una baritona acustica del liutaio sardo Uccio Saccu.

RT: Quali artisti ti hanno indicato la strada?

FP: Beh, se devo parlare delle mie influenze sono cresciuto con Hendrix, Clapton, B.B. King ma anche con maestri dell’acustica quali Tommy Emmanuel, Eric Bibb e Keb’ Mo’. Suono da quando avevo più o meno dieci anni e la chitarra è sempre stata la compagna che mi ha fatto sognare, crescere e risalire nei momenti difficili, grazie a lei la mia anima si alimenta e si eleva. Grazie a lei e grazie al blues.

Originally published at http://www.radiotarantula.net on March 31, 2020.

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Sono sempre stato uno stalker di musicisti, finché ho scoperto che “blogger” suona molto meglio.

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