Leo Kottke, prendersi sul serio ma non alla lettera

A 75 anni ha pubblicato un cd nella formazione che più lo ispira e lo porta a sfidare i limiti: “Noon”, undici brani registrati con Mike Gordon dei Phish

Massimo Giuliani
Jun 12 · 4 min read
Da “Rolling Stone”

A Leo Kottke piace disseminare qua e là chiavi di lettura di quello che fa, e da cinquant’anni sappiamo che l’ironia è la posizione che assume e che in qualche misura chiede a chi ascolta. Ironia che è una posizione che gioca con significati e contesti — talvolta scatenando l’ilarità, altre volte con effetto di ribaltamento della realtà o di disvelamento di aspetti imprevedibili — per cui quello che dici non significa necessariamente quello che dici e il senso di quello che vedi non è necessariamente quello esplicito.
Nella biografia in copertina di “6 & 12 String Guitar” scriveva: “Leo Kottke è nato ad Athens, Georgia, il mattino dell’11 settembre 1867. Oltre questo punto la sua storia non è chiara…” che già confonde le acque per chi intende ascoltare quell’album come si ascolta un album di musica tradizionale. E per ciascun brano aggiunge una presentazione quantomeno straniante.

E insomma: “prendetemi sul serio se volete, basta che non mi prendiate alla lettera”, non sono un ricercatore, la musica del passato è la mia materia prima, ma il risultato è un’altra cosa. Allo stesso modo in cui non era un chitarrista “tradizionale” John Fahey, che lo prese sotto la sua ala alla Takoma e che con la musica tradizionale giocava, confondendo le acque fra tradizione e invenzione, fra storia e fiction.

Arrivato a 75 anni, un musicista che dai primi album ha impresso una direzione alla chitarra — e, appunto, ha contribuito ad aprire territori esterni alla musica folk — potrebbe decidere di aver corso tutti i rischi che poteva, potrebbe non dico ritirarsi in una serena pensione — giammai — ma continuare a fare la propria musica in una zona di comfort e presidiare il posto che gli spetta di diritto nella storia della musica. Chi potrebbe giudicarlo se restasse lì a ricordarci cosa ha fatto in passato e a rimettere in scena la sua lezione, magari con la sapienza in più che gli viene dall’età?
Invece nel 2020, a distanza di quindici anni dall’episodio precedente, Kottke torna in studio con Mike Gordon dei Phish, in una formazione che per Kottke costituisce una sfida particolare. In una bella intervista su Acoustic Guitar, E.E. Bradman gli domanda delle sue esperienze coi bassisti, e osserva che molti di loro hanno suonato al suo fianco “supportandolo senza intralciarlo” (“fanno il loro lavoro, e poi forse due volte in una data melodia inseriscono una piccola figura da qualche parte”, spiega il chitarrista), mentre suonare con Gordon è uno scambio tra due solisti. “L’hai incoraggiato a essere meno solidale, più interattivo e diretto”, commenta l’intervistatore. E ad ampliare spazi di improvvisazione — che potrebbero essere la prossima direzione in cui si svilupperà il duo.

Così Gordon non è qui in qualità di “bassista di Kottke”, anzi il basso e la chitarra dialogano e danno vita a un gioco di figura e sfondo che la grafica della copertina rende bene, quelle geometrie bianche e nere dalle quali prende forma il titolo (guardate al centro della figura fra i nomi dei musicisti).
Da una parte un chitarrista che negli anni ’60 abbracciò l’estetica dell’etichetta Takoma e di John Fahey, dall’altra un protagonista di quel rock delle jam session torrenziali, e in mezzo undici brani che, in forza di una quantità di influenze e di riferimenti, oltre che dell’inventiva dei due, ti lasciano sempre nella condizione di non sapere cosa succederà fra un attimo.

È curioso che un chitarrista tecnicamente fra i più brillanti della sua generazione, appaia poco interessato ad approfittare della becera attrattiva che esercitano oggi il virtuosismo, la velocità, la volontà di impressionare. Sembra piuttosto tirarsi serenamente fuori da quel gioco — nel quale dominerebbe a mani basse — per continuare a creare bellezza. Ieri lo faceva fagocitando il blues, il bluegrass, Mississippi John Hurt, Johann Sebastian Bach; qui prende, insieme a un pugno di brani originali, i Byrds di Eight Miles High e il Prince di Alphabet St., oltre a un pezzo del socio bassista, Peel (la stessa I Am Random non credo fosse già incisa, ma la Mike Gordon Band già da un po’ la suonava dal vivo).
Si dice che fu la lunga e dolorosa tendinite che lo tenne lontano dalla musica per un po’, ad imporre al suo stile una direzione più lirica, a spostare il virtuosismo dall’esecuzione alla fase compositiva. E certamente quel brutto periodo un peso l’ha avuto, ma davvero riuscireste ad immaginarvi Kottke, oggi, fare il funambolo delle scale in cerca dell’applauso sicuro?

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Sono sempre stato uno stalker di musicisti, finché ho scoperto che “blogger” suona molto meglio.

Massimo Giuliani

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La cura e la musica sono i miei due punti di vista sul mondo. Sembrano due faccende diverse, ma è sempre questione di suonare insieme.

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