Miriam Foresti: l’odore, il colore, il suono delle piccole cose

Massimo Giuliani
Oct 11, 2019 · 4 min read

Ho ascoltato Miriam Foresti a Cremona, durante Acoustic Guitar Village, la rassegna della chitarra acustica che si svolge alla fine di settembre e che ospita la fase finale del contest per cantanti/chitarristi emergenti (cioè con un album pubblicato) “Corde & Voci d’Autore”.

Tutti interessanti, in generale, i sei autori finalisti: anche se in qualche caso la chitarra aveva una funzione marginale (per canzoni che peraltro, nella versione su disco, la chitarra non la vedono nemmeno dipinta).
Nella mia classifica personale più d’uno era in alto, ma Miriam Foresti ha attirato la mia attenzione per due motivi. Innanzitutto mi è parsa decisamente “in tema” — in virtù di un linguaggio chitarristico per nulla banale e di canzoni che stanno dentro una storia che con la chitarra ha un legame inscindibile — e poi per una delicatezza di esecuzione e di scrittura (musicale ma anche letteraria) che probabilmente non trova la valorizzazione migliore sulla distanza dei due brani da suonare in dieci minuti in un concorso.

Miriam Foresti in occasione dello showcase del 30 dicembre 2018 al Polarville (L’Aquila). Chitarra: Luigi Sfirri. Clarinetto: Damiano Notarpasquale.

Miriam sale sul palco e dedica un pensiero al blues e a Joni Mitchell per l’importanza che hanno avuto nella sua storia, e dopo tre note capisci che il blues e una certa canzone americana sono proprio casa sua. Ascolti le strofe della “Ballata del bucaneve” e la scopri figlia legittima di Joni e di canzoni come “Circle Game”. Così come di Joni Mitchell (e di tanto, tanto jazz) deve essersi nutrita abbondantemente la Miriam Foresti cantante.

Poi vai ad ascoltarti il suo cd e ti prende il sospetto che in quelle dieci canzoni ci sia qualcosa di grosso. Poi lo riascolti e pensi che sì, è proprio così. Poi continui ad ascoltarlo e più passa il tempo, più qualcosa non ti torna: vai a ricontrollare la biografia dell’autrice perché non puoi credere che quello che hai in cuffia da qualche giorno sia un album d’esordio.

Perché “Il giardino segreto” (Isola Tobia Label, 2018) è un disco bellissimo per più di una ragione, ma soprattutto è la testimonianza della storia di un’artista che arriva al primo album con le spalle forti di chi sa tenere le fila di quindici musicisti di alto livello, compreso un ospite di lusso come il sassofonista Javier Girotto. Il quale piazza due assoli al soprano, in “I know a Place” e “Domani ricomincio”, che impreziosiscono un album a cui, diciamolo, non sarebbe mancato niente. Ma è sorprendente la naturalezza con cui si intrecciano il mondo di Miriam Foresti e quello di Girotto.

“Il giardino segreto”, registrato alla Casa del Jazz di Roma, è un album che nella ricchezza di colori e di temi vive dell’unitarietà delle opere mature. La sua autrice dice “Se registrassimo di nuovo l’album sarebbe diverso”, ed è anche in quello spirito e in quella creatività estemporanea, oltre che nelle forme e nelle armonie, che questo album si congiunge al jazz e alla musica improvvisata. Nondimeno, un gran lavoro di composizione e arrangiamento crea mondi ogni volta differenti, sempre nel perimetro ampissimo della musica afroamericana (blues, gospel, jazz, funky).
Parlando dei testi: il press kit dell’artista annuncia un album che ha come tema il ricominciare, il prendersi una seconda possibilità. E non casualmente l’apertura è “L’odore delle piccole cose”, scritto qualche tempo dopo il terremoto del 2009 (fino a qualche anno fa L’Aquila era la città della cantante) e quello di chiusura “Seconda chance” ( “quando sei davanti allo specchio e quel che vedi è un uomo già stanco, cerca di guardare più a fondo, il riflesso è un inganno”). Ma sembra piuttosto che a legare tenacemente tutte e dieci le canzoni sia il linguaggio “sensoriale” che attraversa tutto l’album: versi che evocano il respirare, l’odorare, il guardare, il toccare; e gli odori, i sapori, le sfumature, i colori (un blue ricorrente e diffuso che richiama, ancora, tinte “mitchelliane”), congiurano con arrangiamenti e ambientazioni decisamente “jazzy” nel dare corpo e fisicità a dieci canzoni che dapprima ti presentano il biglietto da visita dell’eleganza e della ricercatezza, e un attimo dopo ti sorprendono con tutta la sensualità di una musica ora sinuosa e notturna, ora solare e gioiosa.

Dicevamo all’inizio della Miriam Foresti chitarrista: definizione che lei stessa è riluttante ad accettare, ma che merita tutta. La sua chitarra non è mai superflua, il suo fingerpicking è di grande classe e la sua curiosità di musicista colta la porta ad esplorare le accordature aperte e i loro rapporti con le armonie complesse del jazz. Figuriamoci se non ci basta.

Originally published at http://www.radiotarantula.net on October 11, 2019.

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