William Tyler, chitarre primitive per gli anni a venire

Massimo Giuliani
Mar 24, 2019 · 3 min read
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Non mi viene in mente un altro strumento che abbia avuto la fortuna di identificarsi con un genere musicale. Non esiste una “musica per batteria”, né una “saxophone music”, e nemmeno una “piano music” come categoria ad uso delle classifiche degli album venduti. Ma dagli anni 60 del secolo scorso, se uno dice “guitar music”, fa riferimento a una discografia con una sua autonomia dai generi seppure animata da una tensione costante verso le musiche tradizionali da una parte e verso un approccio colto e sperimentale dall’altra. Da John Fahey, che per primo immaginò un repertorio per sola chitarra folk, una sorta di “chitarra classica” americana, passando per Leo Kottke e arrivando a Michael Hedges, la chitarra ha conosciuto due o tre decenni di gloria che hanno illuminato anche interpreti più radicati nei generi: artisti come Jorma Kaukonen nel blues americano, o John Renbourn nel folk europeo, hanno conosciuto una gloria e un seguito di pubblico che negli anni successivi sarebbe stato inimmaginabile.

Oggi, che la chitarra acustica sta conoscendo un ritorno di interesse persino sul piano del mercato dello strumento (certo, mai paragonabile a quello di quegli anni belli), il suo sviluppo segue direzioni a volte affascinanti, altre volte poco produttive. Per un certo numero di musicisti che continuano a seguire proficuamente le vie del folk e del blues (prima o poi mi piacerebbe tanto disegnare un panorama della chitarra per quello che riguarda l’Italia: ma anche ora, sfogliando questo blog, qualche riferimento lo trovate), almeno altrettanti nutrono i due filoni della cover virtuosistica e di un chitarrismo lirico ed estetizzante “post-Windham Hill”.

In tutto questo, capita che ogni anno escano un pugno di album che qualcuno continua a classificare come “American primitive”, la corrente inaugurata da John Fahey. Ricerca sonora, esplorazione delle accordature aperte, forti riferimenti “roots” sono gli elementi che accomunano questi artisti. Nel caso di William Tyler, poi, il rivolgersi alla tradizione (nel suo nuovo CD solista “ Goes West”) coincide col trasferimento dal Tennessee in California (lo dice il titolo dell’album): l’una e l’altra scelta, fa capire il chitarrista, come reazione all’elezione di Donald Trump e come modo di riconnettersi con il meglio della storia americana.

C’è grande equilibrio nell’album fra la chitarra del titolare e il gruppo, il dialogo fra la sua acustica e l’elettrica di Meg Duffy è sempre di grande gusto, la sezione ritmica si muove robusta e senza alcuna riverenza verso la delicatezza delle chitarre. Tutto questo, sullo sfondo dell’amore per il country, contribuisce a fare di “Goes West”, più che un disco strumentale, quasi un album di canzoni senza le parole.

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Alpine Star, un pezzo dalla melodia solidamente tradizionale e dalle improvvise fughe verso l’Oriente, pare fatta apposta per aprire l’album dichiarando la sua discendenza da quei chitarristi esploratori dei tempi della Takoma. Fail Safe è una gustosissima danza che non a caso anima il video tratto dall’album.
Quel che segue è una serie formidabile di composizioni create e arrangiate con un gran gusto della melodia e con la visione di un fingerpicking del 21esimo secolo.

Chiude Our Lady of the Desert, che ha come ospite niente di meno che Bill Frisell, con una chitarra che si incastona perfettamente nel progetto di William Tyler e che dà la propria benedizione a un lavoro che non è di musica tradizionale ma che prende la musica tradizionale e la ricontestualizza per dire qualcosa sull’oggi.

Originally published at http://www.radiotarantula.net on March 24, 2019.

Massimo Giuliani

Written by

La cura e la musica sono i miei due punti di vista sul mondo. Sembrano due faccende diverse, ma è sempre questione di suonare insieme.

RadioTarantula

Sono sempre stato uno stalker di musicisti, finché ho scoperto che “blogger” suona molto meglio.

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