Un grande rappresentante della chitarra inglese

Wizz Jones, il fratello maggiore

Di lui parlano bene Keith Richards ed Eric Clapton. Bruce Springsteen ne ha reso famosa una canzone. A voi verrà la curiosità dopo questo pezzo.

Massimo Giuliani
Aug 12 · 18 min read
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“Penso che sia il chitarrista più sottovalutato di sempre”
(Bert Jansch)

“Una mano destra degna di Big Bill Broonzy”
(Anonimo)

1. Tempi duri

Avevamo lasciato Wizz Jones in Cornovaglia, sul palco del Folk Cottage della placida Mitchell, a due passi da Newquay, paradiso di beatnik, busker e artisti non convenzionali, che avevano perturbato la vita quotidiana degli abitanti del luogo ma soprattutto avevano fatto perdere il sonno al Consiglio comunale, sempre più in ansia per gli effetti di quella presenza sul turismo balneare della cittadina.

Questa puntata di “Tonight” della BBC del 1960 è molto istruttiva per capire l’aria che tirava da quelle parti e lo scompiglio che aveva portato quella piccola comunità di per sé innocua (almeno all’inizio) che le ordinanze del council cercavano di tenere isolata dai cittadini locali. Una gloria televisiva come il giornalista Alan Whicker andò a Newquay per raccontare le difficoltà della convivenza dei locali con i capelloni.
Ma il video contiene anche un paio di canzoni di Wizz Jones: “Hard times in Newquay” ( “tempi duri a Newquay se porti i capelli lunghi…”, al minuto 0:17) ricalcava un brano tradizionale che i Bently Boys avevano registrato nel 1929 e che era uscito nel 1952 nella “Anthology of American Folk Music” della Folkways: tutto quel repertorio tradizionale americano che stava venendo alla luce era di grande ispirazione per quel movimento, e per Wizz Jones lo era un po’ di più. La canzone originaria parlava delle condizioni dei contadini tenuti sotto scacco da una sorta di mezzadria che li riduceva alla fame e a una sostanziale forma di schiavitù, qui diventa l’occasione per prendersi gioco dei solerti tutori del decoro.

La seconda canzone (al 3:48) prende spunto da “Oh Babe It Ain’t No Lie” di Elizabeth Cotten: anche questa arrivava dagli States attraverso il lavoro della Folkways Records (“Folksongs and Instrumentals with Guitar”, 1958). Il chitarrista la usa ancora una volta per irridere amministratori e tutori dell’ordine: è interessante notare come già si fosse impadronito della tecnica del fingerpicking, la struttura portante di quella musica che veniva da lontano che probabilmente contribuiva a rendere quei ragazzi e la loro cultura così impenetrabili per i benpensanti.
Wizz tornerà sull’argomento anni dopo per ridimensionare il mito dei “beatnik” di Newquay, spiegando che i primi giovani con la chitarra arrivati nel ’59 dormivano nelle tende e di giorno lavoravano nei ristoranti, e nessuno aveva da ridire. È stato col tempo che furono raggiunti da una quantità di emuli che si accampavano lungo il fiume, in territorio protetto dal National Trust. “Tornai in Cornovaglia qualche anno dopo, la situazione era effettivamente fuori controllo”, dice, aggiungendo parole di comprensione per il sindaco e per Alan Whicker. Sebbene egli stesso abbia preso le distanze da quel Wizz ventenne (“A studi hippie”), quelle immagini sono emblematiche di come sin da subito, per ragioni anagrafiche e di esperienza, il musicista avesse la stoffa per essere una specie di punto di riferimento fra gli adepti della nuova cultura.

Wizz era di qualche anno più grande non solo dei suoi compagni dei tempi di Newquay, ma anche di Renbourn, Jansch e di quelli che sarebbero diventati i protagonisti del folk revival britannico. Fra i suoi compagni di viaggio aveva una conoscenza profonda della nuova cultura americana (Woody Guthrie, Jack Kerouac, il blues). Era lui che aveva consigliato a Ralph McTell di prendersi quel cognome, ben più evocativo di quello che gli attribuiva l’anagrafe.

Quando Wizz cominciava la sua carriera di musicista, nel 1957, Eric Clapton aveva dodici anni e Keith Richards quattordici. E cito questi ultimi non per caso: sono fra quelli che da sempre hanno indicato Jones come uno dal quale hanno imparato.

2. Crescere a Croydon

Raymond Ronald Jones era nato il 25 aprile del 1939 a Thornton Heath, Croydon (il più grande dei borghi di Londra, contea del Surrey). Croydon è parte di Londra ma dalla città conserva una sua separatezza: “abbastanza vicino a Londra per cogliere le ultime mode ma abbastanza lontano da avere un’identità propria”, scrive Ralph McTell.
Croydon era un posto pieno di locali in cui Wizz bambino (era la madre a chiamarlo così; il nome veniva da un fumetto di quegli anni ma mi pare che in rete non se ne trovi traccia, se non in articoli che parlano, appunto, del nome di Wizz Jones), locali in cui Wizz, dicevo, poteva assistere a bocca aperta a un concerto di Sid Millward and his Nitwits o appassionarsi allo skiffle di Lonnie Donegan, quel miscuglio di ritmi americani che precedette il rock and roll e che stava esplodendo in Inghilterra — principalmente a Liverpool. Proprio lo skiffle era il genere del primo gruppo di Wizz ai tempi del liceo, i Wranglers. Con la band già diciassettenne suonava regolarmente al venerdì sera al Leslie Arms di Addiscombe, all’angolo di Cherry Orchard Road.

Da quel che sappiamo della sua infanzia (per bocca dello stesso Wizz), la musica doveva essere una buona alternativa a giornate non sempre serene: in fondo stiamo parliamo degli anni Quaranta, a cavallo della guerra mondiale. Una sera, quando lui aveva sei anni, bussò alla porta un uomo sconvolto: la mamma gli spiegò che quello era suo padre. L’esperienza in Birmania fra i giapponesi gli aveva lasciato dentro e fuori ferite che non si sarebbero mai più rimarginate. Quel bambino passò del tempo a comprare dei libri per ricostruire le esperienze che quell’uomo non raccontava, ma che lo avevano spezzato per sempre. Più tardi dirà: “Come musicista professionista per tutta la vita ho viaggiato per il mondo in un lusso che non avrebbe mai potuto sognare. Ho suonato per giovani entusiasti fan della musica giapponese a Tokyo, ho firmato autografi e posato per le fotografie con loro.” A tutta questa storia dedicherà la canzone “Burma Star”.

Wizz e Simeon Jones: “Burma Star”

Quando parla dei coetanei che sono diventati delle star (Eric Clapton, Jeff Beck) rimpiange di non essersi dedicato alla chitarra elettrica “Era quello che avrei dovuto fare”, dice, se non si fosse un po’ sottovalutato. Eppure molto di loro ne parlano come di una specie di maestro. Probabilmente il fatto di essere un po’ più grande di molti di loro, unito al fatto di essere cresciuto in un posto dove la grande musica era a portata di mano, contribuì al fatto che lo vedessero un po’ come un fratello maggiore.

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“Per me era una mago!”, dice Keith Richards nella sua autobiografia. “Questo tipo bazzicava nel circuito folk. Si faceva pagare! Voglio dire, era un professionista quando noi suonavamo nel bagno della scuola.” Racconta, ancora, di aver imparato da lui dei blues lick. Wizz non lo ricorda, sebbene trovi plausibili le circostanze riferite dal chitarrista degli Stones. Non solo: oltre a descriverlo come “un grande chitarrista folk”, afferma di aver imparato “Cocaine” (“non la droga, la canzone!”) da Wizz, che la suonava da ben prima di chiunque altro (l’aveva imparata da Jack Elliott che l’aveva imparata da Rev. Gary Davis!), e aggiunge che “nessuno, ma proprio nessuno, suonava in quello stile della South Carolina. Era molto studiato da gente come Clapton e Jimmy Page”.

Wizz era di qualche anno più grande anche di Rod Stewart, che frequentava e col quale ogni tanto suonava blues e folk; partito per la Cornovaglia e per la Francia, perse il contatto con il giro delle sue parti. In Francia incrociò di nuovo Stewart, come Alex Campbell e Clive Palmer; ma soltanto quando tornò a Londra e lo vide suonare con Long John Baldry, si rese conto che fosse un grande cantante: “Mio Dio, faceva quello che noi cercavamo di fare!”. Suonava il blues e il folk con una sezione ritmica essenziale, che era proprio quello che Wizz aveva in mente.

Negli anni ’60 cominciava ad avere un seguito in Gran Bretagna il banjoista Derroll Adams, e Wizz si appassionò alla sua musica. Adams, che viveva in Belgio, appare nel film di Bob Dylan “Don’t Look Back” insieme a Donovan, Bert Jansch, Wizz Jones, Billy Connolly, Rod Stewart, Ronnie Lane, Long John Baldry e altri ancora.
Sempre intorno al 1960 Wizz vide dal vivo Big Bill Broonzy, Jesse Fuller, Muddy Waters. A proposito di quest’ultimo disse: “fu la prima volta che vidi una Telecaster da vicino”.

Al ritorno dalla Francia e dall’Africa del Nord decide di sposare Sandy, la fidanzata di sempre, e di fare sul serio con la musica. A metà degli anni ’60 il musicista skiffle Chas McDevitt lo ingaggia per un pugno di album. In studio Wizz conosce il banjoista Pete Stanley, col quale pubblicherà nel 1965 un singolo, “Ballad of Hollis Brown” di Bob Dylan, e poi un album in duo nel 1966. L’LP è “Sixteen Tons of Bluegrass”. Lo stesso McDevitt, sorpreso dalle capacità del suo, si era speso per l’accesso ai celebri Regent Sound Studios. La Rollercoaster lo ripubblicherà in cd nel 2000 col titolo “More than Sixteen Tons of Bluegrass” e otto pezzi in più (compreso il singolo del 1965), a testimoniare la ricchezza di quel sostanziale esordio di un musicista britannico con il cuore negli Stati Uniti.

3. In studio!

Pubblica a trent’anni il primo album come autore e musicista solista. “Wizz Jones”, del 1969, è un disco divertente e scintillante, figlio di quella musica americana che è il primo amore dell’artista, ma ancora di più dello spirito che regnava in Inghilterra in quei giorni, condiviso da gente come Donovan o i Beatles.

Più “folk” è “The Legendary Me”, registrato in una chiesa dalle parti di Bristol con un Revox a due piste, che esce nel 1970. Nel piccolo gruppo di collaboratori in studio c’è Ralph McTell, che qui non suona la chitarra ma la fisarmonica in un brano. L’album è scritto quasi completamente da Alan Tunbridge (poeta e musicista, amico dei tempi del busking e della Cornovaglia), salvo un pezzo di Wizz e un paio di tradizionali, fra cui “Keep Your Lamps Trimmed and Burning” di Rev. Gary Davis, contemporanea alla celebre versione che Jorma Kaukonen incide con gli Hot Tuna. Un bell’esempio di blues suonato “all’inglese”, in un album in cui Jones esprime finalmente la sua maestria riconosciuta alla chitarra: maestria fatta non di una abilità sorprendente, ma di uno stile da cui emerge la sua solida conoscenza dei generi, insieme ad una grande capacità nel costruire canzoni mettendo volta per volta quella tecnica al servizio della composizione.

Ancora una volta la penna di Alan Tunbridge è essenziale nel disco del 1972, “Right Now”. L’album nasce nel periodo in cui Wizz suona in apertura dei concerti dei Pentangle (è l’ultimo tour della formazione originale ). L’ensemble si fa più ampio, e comprende Sandy Jones (la moglie di Wizz) al banjo e niente di meno che John Renbourn, che produce e suona il sitar e l’armonica. È un album in cui il suono torna collettivo, ma una chitarra elegante e cristallina è la colonna vertebrale di tutto il lavoro.

Nel 1973 esce “Winter Song”, un EP che tira fuori dal cassetto alcuni brani registrati negli anni precedenti artigianalmente su un registratore a cassette a casa di Willy Schwenken in Germania. Schwenken era l’organizzatore che aveva portato Wizz in Germania per la prima volta, anni prima. Insieme a un brano firmato da Alan Tunbridge ce n’è uno di Lightnin’ Hopkins, c’è “Cocaine Blues” di Rev. Gary Davis, c’è Mississippi John Hurt, c’è Big Bill Broonzy, c’è un pezzo di Alan Hull che aveva esordito da poco (in proprio e coi Lindisfarne). Un disco tutto voce e chitarra, in presa diretta (non entusiasmante dal punto di vista del suono, come si può capire) che rivedrà la luce nel 2007 come bonus dell’edizione cd dell’LP “When I Leave Berlin”. Ecco, tenete a mente la Germania e Berlino, non solo perché sono dei posti importanti nella storia di Wizz, ma anche perché i suoi viaggi nella città del muro gli procureranno (in tempi più vicini a noi) un piccolo momento particolarmente glorioso. Ma ne parleremo fra poco. Per il momento vi basti sapere che “When I Leave Berlin” arriva nello stesso anno. La canzone del titolo merita un po’ di storia: dopo averla incisa, Wizz non la cantò più, perché realizzò che richiedeva una estensione vocale piuttosto impegnativa. Resta una canzone bellissima che risale ai tempi in cui Wizz viaggiava per la Germania. Wizz ricorda Checkpoint Charlie, il varco nel muro fra la Germania Est e la Germania Ovest aperto per permettere spostamenti di truppe, diplomatici e visitatori, ma anche speranza di alcuni cittadini che decidevano di sfidare la separazione fra le due parti della città (sono passati alla storia alcuni spettacolari tentativi di fuga dall’Est, talvolta conclusi tragicamente).

Wizz amava la città e le sue atmosfere, la sua vivacità culturale e i club underground. La canzone fu scritta in occasione di un ritorno nel Regno Unito e, come vi dicevo, la ritroveremo più avanti. “When I Leave Berlin” è ancora un album corale, bellissimo, dove la chitarra e il banjo (ancora Sandy Jones, insieme a Don Cogin), tessono un dialogo fra l’anima americana di Wizz e quella folk britannica. Per duettare su “Freudian Slip”, poi, Wizz carica sul maggiolino Bert Jansch e se lo porta in studio.

Nel 1974 pubblica “Soloflight” (anche una versione lunga di questo album conterrà un EP con l’intero “Winter Song”). Come dice il titolo, un volo solitario dell’autore con la sua chitarra e nient’altro. Gli autori a cui attinge sono, ancora, i vecchi bluesman e gli amici di viaggio, con in più qualche cantautore americano come John Prine e la passione di sempre, Woody Guthrie. E c’è la “Angie” di Davy Graham, che è stata omaggiata da tutti i chitarristi inglesi, figuriamoci se poteva mancare il fratello maggiore. Wizz canta il blues con voce e approccio da folkster britannico e il risultato è bello e suggestivo.

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Sandy con i Lazy Farmer ai Capital Radio Studios
(da www.wizzjones.com)

L’album del 1957 esce a nome “Lazy Farmer”, il gruppo che è di fatto lo stesso di “When I Leave Berlin”: Sandy Jones e Don Cogin al banjo, John Bidwell al flauto, Jake Walton alla chitarra e al dulcimer. E infatti il brano del titolo si ritrova anche qui. Il banjo, secondo amore musicale di Wizz dai tempi di Derroll Adams, è qui ancora più centrale, tanto che l’LP è dedicato a John Burke, suonatore e didatta dello strumento. La sala di registrazione è nella campagna di Colonia: è lo studio di Conny Plank, che negli anni successivi sarà produttore di Kraftwerk, Ultravox, Clannad, Killing Joke, Scorpions (e, sì, Gianna Nannini).
La band dura il tempo di un faticoso tour tedesco, al termine del quale si scioglierà.

Sempre in Germania, e sempre con Conny Plank, Wizz registra “Happiness Was Free” (1976), un album in cui firma cinque pezzi su dieci — e gli altri cinque sono emblematici, ancora una volta, della sua capacità di connettere materiale diverso: ci sono Michael Nesmith, Elton John, Jesse Winchester, Robin Williamson, e ancora il fidato Alan Tunbridge. Scrittura e arrangiamenti si fanno più raffinati, Peter Berryman affianca il leader alla chitarra, il polistrumentista Rod Clements, nome onnipresente nel folk inglese, arriva in studio e suona delle linee di basso.
Non solo per la scomparsa dei bluesman dall’elenco degli autori, il suono del disco si pone in discontinuità col periodo precedente e sembra tendere a tratti a un songwriting stile Bert Jansch o Nick Drake (e, vuoi o non vuoi, Lennon & McCartney). Superato il piccolo shock, e se si ha voglia di tornarci a più riprese (perché a dispetto di quanto dichiara anche il titolo dell’album, la felicità non è sempre gratis), la ricchezza della scrittura incanta e la vastità dell’ispirazione è quella che conosciamo.

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Nel lavoro seguente ( “Magical Flight”, 1977), pur nella scrittura che continua ad essere ambiziosa, ritornano echi di Mississippi John Hurt (“Mississippi John”, appunto) e di Dylan (la celebre “Song to Woody”). Si aggiunge qua e là una sezione ritmica gagliarda (il batterista Nigel Pegrum e il bassista Rick Kemp) che fa il suo debutto nell’iniziale “Pictures”. Gli arrangiamenti sono del chitarrista Peter Berryman e della violoncellista Sandy Spencer (che qui suona anche il banjo) e che ritornano dall’album precedente, segno della volontà di perseguire un suono più raffinato sebbene con i piedi ben piantati nelle musiche tradizionali. E forse in questo caso l’equilibrio funziona ancora meglio.

Ancora Berlino, e ancora Casten Linde (agente di Wizz all’epoca) sono galeotti dell’episodio del 1981, a nome Wizz Jones e Werner Lammerhirt: quest’ultimo notevole chitarrista e cantautore tedesco. I due si erano incontrati in un locale della capitale tedesca e Linde ebbe l’idea di una collaborazione. Ne uscì “Roll on River”, un album sfavillante in cui la voce del collega tedesco aggiunge un tocco di carta vetrata a un disco pure poco ancorato ai generi ma che recupera “He Was a Friend of Mine” di Bob Dylan, vocalizzi alla “west coast”, swing e fingerpicking.

Segue un lungo periodo in cui la discografia di Jones si fa più rada e casuale. Se non mi sono perso qualcosa, non resta traccia di “The Grapes of Life” (1981), uscito per la Run River Records che chiuse i battenti qualche anno dopo. È un disco “solo” il cui repertorio attinge di nuovo a Mance Lipscomb, Blind Boy Fuller e Davy Graham. Alcuni brani vedranno di nuovo la luce nel 2007 per la riedizione di “Lucky The Man” del 2001.
Ancora, le discografie citano un “Live in Dublin” uscito solo su cassetta nel 1991, introvabile nei circuiti consueti e però rilevante perché vede per la prima volta la partecipazione del figlio Simeon, che dopo un’infanzia passata nel camper del papà in giro per festival, ha una buona carriera come armonicista e che negli anni successivi sarà un suo fedele collaboratore al sax, al flauto e all’armonica (sebbene a un certo punto racconterà che “con l’imcombere del XXI secolo ho deciso di rompere con la tradizione di famiglia e di trovarmi un lavoro vero”; diventerà produttore e autore di colonne sonore per la BBC).
Del periodo resta come riferimento “The Village Things Tapes”, una antologia con prevalenza di “Legendary Me” e “When I Leave Berlin”.

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Si sono perse le tracce anche di “Late Nights & Long Days”, registrato con Simeon alla fine degli anni ’80: ma nel 2016 Wizz lo ripubblicherà come “More Late Nights & Long Days”, con l’aggiunta di un paio di brani. L’album poggia sulle spalle di padre e figlio, con qualche intervento di amici fra cui John Renbourn che suona la chitarra e canta in “Night Ferry”.
Ma, tornando agli anni ’90, “Dazzling Stranger” (1995) prendeva nome da una canzone di Alan Tunbridge dall’album del debutto ed era destinato soprattutto al mercato americano, con una raccolta di canzoni dal repertorio di Wizz e la partecipazione di Simeon al sax.
Negli anni ’90, insomma, la sua carriera procede un po’ nell’ombra, sebbene contribuisca a ridargli un po’ di luminosità un’apparizione nel documentario di Bert Jansch “Acoustic Routes”, un bellissima testimonianza del periodo in cui gli Jansch, i Jones, i Martin Carthy, i Davy Graham, i Pentangle lasciarono una traccia profonda nella musica inglese.

È il 2001 ed esce in vinile, in 750 copie numerate, “Lucky The Man”. Dicono le note che l’album “contiene brani che rappresentano la tecnica di chitarra originale definitiva di Wizz”. Ma non solo: se “fortunato” vuol dire essere amico di John Renbourn, John Renbourn, Jacqui McShee, Clive Palmer, Gerry Conway, e poterli avere in un proprio album, il titolo è quanto mai indovinato.

Come abbiamo già visto, “Lucky The Man” sarà ripubblicato nel 2007 integrato da una parte della session di “The Grapes of Life”.

Il resto degli anni 2000, dal punto di vista discografico, significa qualche video didattico ma soprattutto pubblicazioni di registrazioni dalla sua attività live, in tirature ed edizioni semiufficiali. Ma è bene ricordare anche la sua partecipazione a un progetto nel quale un posto d’onore ce l’ha di diritto: un tributo (pubblicato dall’austriaca Blue Groove) a Derroll Adams, il suo eroe banjoista, al quale contribuiscono anche Arlo Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott, Donovan, Hans Theessink. Wizz suona (con Ralph McTell al banjo!) “Willie Moore” (un tradizionale che Adams cantava con Jack Elliott).

4. Chi è quel tizio del New Jersey che canta una canzone di Wizz Jones?

È una mattina dell’inizio di giugno 2012 quando qualcuno gli dà una notizia alla quale, come succede in questi casi, Wizz risponde seccato pensando si tratti di uno scherzo: l’altra sera, il 30 maggio, all’Olympiastadion, Bruce Springsteen ha aperto la serata berlinese del tour di “Wrecking Ball” con una cover di “When I Leave Berlin”!

In una intervista Wizz ne parlò anni dopo ancora incredulo: “forse hanno cercato su Google e hanno trovato la mia prima di quella di Bowie.” Continuava a sembrargli incredibile che la band del Boss avesse passato del tempo in studio per arrangiare coi fiati una canzone di un “ oscuro cantante folk inglese”. A parte il dispiacere per il fatto che non abbia citato il suo nome: “Magari non lo conosce…” aggiungeva amaro.

Ma è lecito pensare che quella scelta sia stata più pensata di quanto lo stesso Wizz non voglia ammettere. È vero, Bruce (davanti a un pubblico di 55mila persone che si domandano “ma che canzone è questa?”) non nomina l’autore della canzone. Lo citerà però nel suo sito a proposito della serata; e il ritorno del Boss a Berlino è un’occasione troppo importante per Bruce perché una scelta come quella venga lasciata al caso. Tornava per la prima volta dal 1988, anno di un celebre live a Berlino Est, primo artista occidentale a fare quel passo e il suo fu l’evento rock più grande di sempre da quelle parti. Davanti a centinaia di migliaia di persone aveva cantato “Chimes of Freedom” di Bob Dylan e aveva tenuto il suo famoso discorso: “Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute”. Pochi mesi dopo, il muro sarebbe caduto: di ritorno a Berlino ventiquattro anni dopo quell’evento, non poteva aprire con una canzone qualsiasi. Canta la canzone di Wizz che è a suo modo un inno alla libertà: e che, pur nella distanza fra i mondi dei due musicisti, si presta agli accenti di Springsteen in un modo sorprendente.
“Quando arriva il giorno e riparto da Berlino / La mia mente gira, il mio cuore desidera te e Berlino / Ad Amsterdam vedrò la mia signora, spero che mi amerà / Perché avrò bisogno di lei quando lascerò Berlino”. E continua: “Il muro è aperto, ci sono fiori lungo le dune (di Grunewald) / Qui oggi, ma i cancelli sono aperti, le madri piangono con i figli / Quando arriva il giorno e parto da Berlino / So per certo di essere un uomo libero”. E i cinquantacinquemila esplodono in un grido collettivo: perché, diciamolo, la scelta di Bruce è azzeccata, l’arrangiamento della E Street Band è straordinario, ma la canzone (già di suo) è splendida.

Come avrete capito, davanti alla stima da parte dei colleghi Wizz Jones ha sempre mantenuto un atteggiamento scettico. Continuava a considerare irraggiungibili gli altri musicisti (come John Renbourn, che spesso ha ammesso di aver invidiato) e non riusciva a farsi una ragione del fatto che essi stessi lo guardassero con rispetto. Anche quelli delle generazioni più recenti. Per esempio era tenuto in grande considerazione dai Sonic Youth, da quando gli era capitato di dividere il palco con Thurston Moore. Aveva accettato di partire per gli USA per fare da opening act (anche ben remunerato) per il gruppo, ma dovette tornare indietro a metà volo per via dell’attentato alle Torri Gemelle e così non se ne fece più niente.

5. I vecchi amici

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Proprio con John Renbourn intraprende una serie di concerti in duo nel 2015. Sarà l’ultimo tour per Renbourn, che morirà nel marzo di quell’anno.
Riusciranno a registrare un pregevolissimo album che uscirà nel 2016: “Hey Hey” e “Glory of Love” di Big Bill Broonzy, “Getting There” di Mose Allison, “Great Dream From Heaven” di Joseph Spence, una magistrale “Blues Run the Game” di Jackson C. Frank. Un disco intenso e libero da funambolismi tecnici, di due maestri che non devono più dimostrare nulla e si ritrovano per il piacere di suonare.

Fra il 2016 e il 2017, inoltre, Jones darà alle stampe due album con l’amico dei tempi di cinquant’anni prima a Newquay: Ralph McTell. “About Time” e “About Time Too” ripercorrono la musica della quale i due si sono nutriti, a partire dall’America di Woody Guthrie.

E Wizz, che ha appena passato gli 80, continua a suonare e ad accompagnarsi agli amici che hanno percorso la sua stessa strada. Fa quello che ha sempre fatto, e che quella musica oggi sia meno al centro dell’attenzione non è una ragione valida per fare altro. È un musicista che ha dato tanto finora — e certamente ha ricevuto meno. Ha segnato una strada, ha scritto molte canzoni eccezionali, ha spinto tanti a suonare (quello che Lonnie Donegan era stato per lui) e con tutto ciò continua a scuotere la testa, incredulo, ogni volta che qualcuno gli ricorda quanto la sua presenza sia stata importante.

Le fonti principali che ho consultato sono:
- la videointervista a Wizz Jones su 2Seas Sessions;
- il sito www.wizzjones.co;
- “Life” di Keith Richards;

- la mia memoria.
Ancora una volta grazie ad per il supporto nella traduzione di alcune fonti.
E infine grazie a chi è arrivato fin qui nella lettura. Se vorrete segnalarmi eventuali imprecisioni sarò felice di migliorare il testo.

Originally published at http://www.radiotarantula.net on August 12, 2020.

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