Kentia al trappitu, Cefalù

Il punto forte del ristorante è la terrazza sul Tirreno, rivolta a nord, a cinquanta metri da Capo Marchiafava.

Si arriva all’ingresso dopo aver gironzolato per i vicoli di Cefalù che a ora di pranzo, in estate, sono nettamente divisi in due fazioni: sole e ombra. Tutti scelgono la seconda, e sembra che ci sia un muro tra l’una e l’altra.

Balconi, finestre, cortili, passaggi stretti e brezza che arriva chissà come da chissà dove, girati gli angoli. Insomma: Cefalù.

Dall’ingresso, vedi in fondo un francobollo azzurro intenso. E’ il premio.

Percorri il lungo corridoio che si apre su un triangolo di piccole sale dalla volta a sesto acuto, con coronatura in tufo giallo. E’ l’antico baglio padronale, col frantoio. Lui sta lì, a sinistra, inamovibile da secoli. Una pietra è ancora in piedi e c’è lo spazio per il mulo che, per tantissimi anni, ha girato e girato a lungo, bendato, per frangere le olive. Sotto i tuoi piedi c’erano forse le vasche per la decantazione, oggi adibite a cantina, ma non ti è dato di saperne di più. Solo un amico avventore, misteriosamente presente, afferma con gli occhi brillanti che lì, tanti anni fa, c’era la più elegante discoteca di Cefalù. E un altro ti dice che si andava avanti a ostriche e champagne.

Altri tempi, altra gente.

Finalmente arrivi alla Terrazza. Ti spingi fino alla balaustra, sopra gli scogli grigi, le grosse pietre della Rocca levigate dal mare. Anche qui secoli e secoli.

Il vento raffredda il sudore sulla schiena. Respiri.

Ci sei.

Ora.

(Basta secoli).

Ti puoi sedere.