Neri quanto basta

Non c’è mistero dell’Universo e di ciò che lo abita, o pericolo a cui siamo potenziamente esposti, su cui Stephen Hawking non sia stato interrogato o non abbia sentito l’esigenza di dire la sua, per metterci in guardia soprattutto: dagli alieni (probabilmente ostili); sul clima (fuori controllo); dall’obesità (possibile causa della nostra futura estinzione). L’ultimo fenomeno che lo ha inquietato è Donald Trump, chissà, forse anche per quella sua strana capigliatura. Del resto, sui capelli e sui peli in generale, Hawking ha avuto sempre qualcosa di importante da dire, ad esempio su quelli dei demoni più terribili mai evocati dalla scienza, i famigerati buchi neri. La loro chioma è morbida, dice adesso, e questa potrebbe essere la via per risolvere un paradosso, quello dell’informazione inghiottita e perduta, che agita gli astrofisici da più di quarant’anni.

Stephen Hawking non è uno scienziato come gli altri. Uno scienziato come gli altri, quando pubblica i risultati della sua ricerca, può al più sperare che, se appaiono straordinari, se ne discuta il più possibile sui media popolari. Hawking no. Hawking, i suoi ultimi, li ha prima anticipati in una pubblica conferenza al KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma (il 25 agosto 2015) e solo dopo qualche mese, nel gennaio del 2016, li ha depositati su arXiv, l’archivio dei manoscritti digitali dei fisici. Il fatto che, negli stessi giorni, ne abbia parlato diffusamente alla BBC non è certo una coincidenza. La trascrizione di quella intervista, che potete trovate in due puntate qui e qua, è diventata un caso editoriale nel maggio di quest’anno, un sottilissimo libro che in ottobre è uscito anche in edizione italiana ma con qualche contenuto in più. A giugno l’articolo era stato finalmente pubblicato sulla prestigiosa Physical Review Letters, atteso come il sospirato botto finale di uno spettacolo di fuochi d’artificio che pareva non finire mai. Un cerchio che si chiude. Per quest’anno almeno.

Qua è dove ne parlo.