Clickbait: ecco perché il nostro cervello alla lunga non abbocca

In Scienza blu di questa settimana: Clickbait: ecco perché il nostro cervello alla lunga non abbocca | Un’innovativa terapia anti-cancro| Il virus Zika e i cambiamenti climatici | L’algoritmo che predice il volto dal DNA

Clickbait: ecco perché il nostro cervello alla lunga non abbocca

«Non immaginerai mai cosa ha fatto questa persona!», «Il video che ti lascerà a bocca a aperta!», «Incredibile! ecco cosa è stato scoperto!». Queste frasi sono solo alcuni esempi di quelli che, nel gergo di Internet, vengono chiamati clickbait, letteralmente “clik esca”. Titoli o sommari sensazionalistici pensati per attirare, come esche appunto, la curiosità degli utenti della Rete e per non farli resistere alla tentazione di cliccare per scoprire il contenuto di un articolo o di un video.

I clickbait sono un fenomeno presente già da tempo su Internet ma sono diventati particolarmente diffusi con l’avvento dei social media. In un certo senso possono essere considerati una strategia di marketing, in un mondo dove gli innumerevoli siti, quotidiani online, blog devono competere per conquistare l’attenzione di chi legge.

Ma cosa succede se queste esche diventano sempre più facili da incontrare navigando in Rete? Scrive Meghana Bhatt su The Next Web che «se dieci titoli su venti ti dicono che rimarrai sbalordito, il titolo inizierà a perdere credibilità, perché dichiara di essere assolutamente diverso, ma utilizza lo stesso linguaggio degli altri». Il risultato è una sorta di fast food per il cervello. Immagini e titoli urlati, che suscitano curiosità ed eccitazione e inducono negli utenti una risposta basata sull’emozione.

Ma c’è qualcosa nel funzionamento del nostro cervello che, alla fine, fa sì che queste risposte del pubblico non persistano. Se ogni volta che una persona clicca rimane delusa alla vista di un contenuto non all’altezza delle aspettative che il titolo suscitava, è come se il suo cervello venisse allenato a non prestare più attenzione. Più rimaniamo delusi e arrabbiati per aver abboccato a un’esca ingannevole, più diventiamo scettici.

Può apparire una reazione piuttosto intuitiva e comprensibile, ma in realtà si basa su meccanismi cognitivi complessi, che attivano strutture cerebrali profonde, come il corpo striato ventrale, coinvolte nei processi decisionali e di rinforzo da parte degli stimoli, sia positivi (una gratificazione) che negativi (una delusione). L’esperienza determina le decisioni a breve e lungo termine. Ed esistono studi nel campo delle neuroscienze che documentano il funzionamento di questi meccanismi.

In uno di questi è stata registrata la risposta agli stimoli, nei roditori, da parte dei neuroni che producono dopamina, una molecola coinvolta, tra l’altro, nei centri che regolano il piacere. Sono state ricreate tre diverse situazioni: il raggiungimento di una ricompensa, il raggiungimento di una ricompensa che era attesa, e l’attesa di una ricompensa che non viene ricevuta. Nel terzo caso è stato evidenziato che l’attività della dopamina diminuisce. E lo stesso meccanismo è stato verificato anche nell’uomo. Attraverso le tecniche di neuroimmagine, come la risonanza magnetica funzionale o la tomografia a emissione di positroni, è possibile misurare questi segnali.

Perciò se è vero che l’utilizzo dei “click-esca” può produrre un momentaneo picco del traffico verso un certo sito, nel lungo termine il contatto con contenuti deludenti produrrà l’effetto opposto e sempre meno utenti abboccheranno. In altre parole: è il livello della qualità dell’esperienza vissuta in Rete che determina una risposta positiva o negativa. Se l’esperienza risponde davvero alle attese del pubblico, allora sarà capace di coinvolgerlo e di creare un legame e un senso di fedeltà verso il brand (l’effetto noto come “engagement”).

Il nostro cervello ci dimostra che su Internet, alla lunga, sono i contenuti a vincere la sfida dei click, non i trucchi per attirare l’attenzione.

Presentata un’innovativa terapia anti-cancro

Una nuova cura capace di produrre guarigioni in più del 90% dei pazienti ammalati di tumore. È quello che sembra promettere una innovativa terapia per la leucemia linfoblastica acuta, un tumore che si origina nei linfociti, un tipo di globuli bianchi, e che provoca un accumulo di queste cellule nel midollo osseo, nel sangue e in altri organi. Il processo che porta alla maturazione dai precursori al linfocita adulto si blocca e le cellule iniziano a riprodursi a un tasso anomalo, finendo per invadere il sangue e diversi distretti dell’organismo.

Stanley Riddell, ricercatore al Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, ha presentato i risultati di una sperimentazione clinica durante un convegno dell’American Association for the Advancement for Science. In uno studio il 94% dei pazienti affetti da questa leucemia ha visto scomparire completamente i sintomi, mentre pazienti colpiti da altri tumori del sangue hanno mostrato risposte positive in più dell’80% dei casi, con remissioni complete nella metà dei pazienti.

A dare questi risultati, definiti straordinari e senza precedenti, è una nuova immunoterapia che sfrutta i linfociti T, i globuli bianchi responsabili dell’immunità mediata da cellule (i linfociti B, invece, sono le cellule che secernono gli anticorpi). I linfociti T, prelevati dagli stessi pazienti, vengono modificati geneticamente, cioè riprogrammati così da far loro produrre ed esporre sulla superficie un recettore capace di riconoscere le cellule tumorali bersaglio. I linfociti T modificati, dopo essere stati reiniettati, sono capaci di riconoscere e distruggere le cellule tumorali.

La sperimentazione è soltanto all’inizio e serviranno altre ricerche per confermare questi risultati e studiare i rischi dei possibili effetti collaterali, ma, secondo alcuni scienziati, la speranza è quella di produrre cellule capaci di conservare una memoria a lungo termine contro i tumori.

Il virus Zika e i cambiamenti climatici

Mentre le autorità sanitarie mondiali continuano a monitorare l’evolversi dell’epidemia di virus Zika che sta interessando soprattutto alcuni paesi dell’America latina come il Brasile, si continua a indagare non solo sui rapporti di causa effetto tra il virus e i casi di microcefalia, una malformazione congenita del cervello, ma anche sui fattori ambientali che potrebbero aver contribuito alla diffusione degli insetti vettori, quindi del virus. Il 2015, infatti, è stato l’anno più caldo finora registrato e potrebbe non essere una coincidenza che proprio l’anno scorso il virus Zika si sia diffuso in Brasile.

Gli scienziati ritengono che il riscaldamento globale stia creando le condizioni adatte alla diffusione anche di altri virus trasmessi da vettori, come il virus della febbre dengue. Ma anche di batteri, come la malattia di Lyme, trasmessa attraverso la puntura delle zecche. L’aumento delle temperature globali potrebbe aver cambiato, accelerandolo, il ciclo vitale degli insetti vettori e aver ampliato la loro area di distribuzione geografica verso paesi dal clima più temperato come gli Stati Uniti.

Alla base del diffondersi di un’epidemia c’è una complessa rete di interazioni tra diversi fattori: geni, comportamento umano, ecologia e clima. Tra le cause, perciò, oltre ai cambiamenti climatici, ci potrebbe essere anche lo spostamento di molte persone verso le città. E a questo spostamento, soprattutto in alcuni paesi, non si accompagna spesso un adeguamento delle strutture sanitarie e igieniche. Inoltre l’aumento della densità di popolazione permette a un’epidemia di diffondersi più facilmente e rende più difficoltosa la lotta alle zanzare, che rimane la principale strategia di prevenzione contro queste malattie.

L’algoritmo che predice il volto dal DNA

Un giorno il DNA potrebbe diventare la nostra nuove impronta digitale, permettendo addirittura di ricostruire l’identità e il volto di una persona a partire dal DNA estratto da una piccola goccia di sangue. Questo scenario (forse inquietante?) è reso oggi più realistico dai progressi nel campo dell’informatica ma anche dalle nuove tecnologie di sequenziamento, che permettono di ricostruire la sequenza del DNA a un costo enormemente inferiore, e a una velocità molto maggiore, rispetto ai sistemi utilizzati solo 15 anni fa.

A spiegarlo è Riccardo Sabatini, un ricercatore italiano che lavora alla Human Longevity, una nuova compagnia fondata da Craig Venter nel 2014. Venter, con la sua Celera Genomics, è stato uno dei protagonisti della corsa al sequenziamento del genoma umano che ha portato alla pubblicazioni dei primi risultati nel 2000, insieme al consorzio internazionale del Progetto Genoma.

Sabatini, insieme ad altri ricercatori, ha sviluppato un algoritmo capace di ricavare informazioni sull’altezza, il peso e i lineamenti del volto a partire dalla sequenza del DNA di individuo. Ma, spiega il ricercatore, «con lo stesso approccio con cui prediciamo i caratteri fisici di una persona, attraverso la lettura del genoma arriveremo a studiare farmaci e cure personalizzate».

Questo è reso possibile anche dall’enorme massa di informazioni relative alle migliaia di genomi sequenziati, foto, voci, immagini del cervello, dati su patologie, che permettono di correlare la sequenza del DNA a queste caratteristiche. L’approccio è ancora sperimentale e ha dei limiti, ma nella ricostruzione del volto, dice Sabatini, il risultato è da «wow effect»